Riflessioni su Potere al Popolo: la via politica lunga e i compiti dell’organizzazione

di Luca Mozzachiodi

Non ho il feticcio delle elezioni. Non le ho ritenute e spero di non ritenerle mai il momento privilegiato della vita politica, troppo spesso sono state il grimaldello per svuotare di senso ogni reale processo democratico e trasformarlo in una vuota liturgia formale; per troppi anni abbiamo visto in Italia ogni forza politica di sinistra raccogliere e sfiancare le sue già residuali forze nel tentativo di inseguire le scadenze elettorali. Negli ultimi anni sempre più gli esiti o sono stati disattesi o non così incisivi come avrebbero dovuto.

Non si tratta quindi di una pagina di propaganda elettorale, ma di una analisi politica: dobbiamo partire dal presupposto che il problema non sia vincere le elezioni, e nemmeno acquistare un gran numero di seggi, ma piuttosto aprire vie nuove alla possibilità di un’esperienza politica che non si risolva nella costituzione di cartelli elettorali a breve termine.

La sinistra (nelle sue varie apparizioni spesso riposanti però sugli stessi militanti e sulle stesse forze) ha commesso diversi peccati capitali: abbandonare la sua matrice teorica convinta di dover competere con la destra in un mondo che non può essere altro che liberale, non difendere (come dovrebbe fare sempre, con le unghie e con i denti, su ogni terreno anche a elezioni perse) il mondo del lavoro, non essere stata capace di attaccare il mondo della finanza e della speculazione preferendo scendere a patti, strutturare le proprie forze partendo non già dalla militanza e dalla conoscenza concreta di un quadro di problemi ma dall’affiliazione a fini propagandistici a questo o a quel partito quando non addirittura a questo o a quel singolo personaggio politico e finalmente cercare consenso inseguendo la destra sul suo stesso terreno invece di approfittare di un momento di crisi come si sarebbe potuto fare.

Questa tattica l’ha semplicemente distrutta, non è in crisi, come si dice, per il puro fatto che la crisi della sinistra è finita da tempo ed è finita con la sua dissoluzione, il cui prodotto molteplice non sono le attuali formazioni variamente composte e capeggiate che perlopiù si presentano come alternativa alla destra, si tratta infatti in quei casi di tronconi vaganti di coalizioni ormai liberal, di assembramenti di retori o di resti vuoti di un edificio in rovina. Il vero prodotto della dissoluzione della sinistra è stato triplice: da una parte il grande consenso che oggi ha il Movimento Cinque Stelle e che è probabilmente il più grande consenso popolare (dove per consenso popolare non si legga consenso assoluto ma, appunto, consenso popolare) al momento, dall’altra il rafforzamento delle destre e il fatto che per legittimarsi debbano più spesso, sia pure in forme esteriori, assumere le vesti delle destre sociali più che di quelle imprenditoriali o finanziarie, e in mezzo una vasta area di spoliticizzati.

Ma perché i resti sono vuoti? La vuotezza è data dalla tendenza che è sottesa a tutte le involuzioni di cui si è detto: i resti della sinistra sono vuoti di militanti e di contenuti se per militanza e contenuto politico intendiamo quelle che sono collegate alle tradizioni politiche delle sinistre europee: sono ora in cerca di elettori perché solo elettori possono avere avendo perso negli anni ciò che gli era più proprio, la coscienza reale e critica dei problemi della società italiana che produce il contatto con le classi lavoratrici e gli sfruttati.

In mezzo a questa situazione politica e venuto a prodursi come soggetto parzialmente, a tratti solo molto parzialmente, nuovo Potere al Popolo, nato come si sa dalle esperienze di alcuni Centri di Napoli attivi nelle locali lotte sociali e politiche e subito spalleggiato dall’entrata di piccoli partiti neocomunisti e da esperienze simili di diversa provenienza territoriale. Sicuramente si è trattato di un atto non privo di avventatezza e rischio: dal perdere il contatto con le lotte in corso sul proprio territorio, al costruire un’immagine nazionale di quelle forze molto falsata, al ridursi a essere l’ennesimo cavallo da crociata dei perdenti. Non si tratta dunque di una schiera di rossi cavalieri santi emersi dal buio per tornare a dare un senso alla lotta (né tantomeno alla competizione elettorale) e anzi nelle loro liste vi sono anche, purtroppo, capitani di lungo corso della sconfitta, donne e uomini probi con un lungo curriculum di battaglie perse, amanti della rappresentanza che hanno concepito la politica come serie di elezioni e si sono dimenticati di lottare praticamente per le rivendicazioni dei rappresentati.

Bisogna però sapere che questi individui non sono soli né sono la maggioranza in Potere al Popolo e che averne coscienza serve più a chi può e deve sostenerlo che a chi non vuole. I suoi avversari conoscono già bene il contenuto delle conferenze sul “ci abbiamo provato” e “l’importante in democrazia e partecipare” che alcuni dei suoi esponenti hanno di certo già in tasca. Torneremo tutti sorridenti a ripeterci che la libertà è partecipazione e ci scorderemo però che la partecipazione non è di per sé la libertà, a molti sovverrà a ricordarlo il primo giorno di lavoro, a tanti altri nemmeno quello.

Per tutte queste ragioni, per la sua parte migliore e per la volontà di innalzare lo scontro su un terreno non più solo locale ma nazionale Potere al Popolo avrebbe meritato un trattamento e un’attenzione mediatica diversa da quella che lo ha ignorato fino a pochi giorni fa in Italia e che oggi, complici gli episodi di violenza a Macerata, Piacenza, Bologna, Napoli, Palermo e Perugia (dove però almeno nei casi di Bologna e di Napoli la violenza è stata una violenza di polizia, cioè una violenza del governo contro i cittadini), tende a presentarlo come l’omologo su opposto fronte di criminali neofascisti in una sorta di guerra per bande fra estremisti mentre le persone serie e democratiche fanno la politica e le campagne elettorali.

Probabilmente però un simile trattamento Potere al Popolo l’ha meritato e l’ha meritato perché si tratta di un attacco indiretto portatogli dai suoi avversari in campo politico e sociale che possiedono i mezzi d’informazione: questo non tanto per paura in senso stretto, non può essere in alcun modo un serio concorrente in sede elettorale, ma perché si tratta dell’unica forza elettorale che è loro organicamente ed espressamente avversaria nel suo costituirsi e la cui esistenza, se non può impensierire nessuno il 4 marzo, pone però con maggiore evidenza contraddizioni, limiti non democratici e classismo delle scelte politiche in Italia oggi.

Potere al Popolo è una forza destinata alla sconfitta solo se però per sconfitta intendiamo i conteggi del 4 marzo, ma questa è una visione schematica, solo a despoti e sudditi può importare che «la sera si sappia chi governa», a noi importa sapere se fra cinque, fra dieci, fra venti anni avremo diminuito la disoccupazione favorendo il lavoro anziché il capitale, se avremo ricostruito un sistema di salute pubblico funzionante e gratuito in tutto il paese, se avremo istituito un sistema fiscale fortemente progressivo e se avremo combattuto l’evasione, se i diritti delle minoranze di ogni tipo saranno garantiti e tutelati, se l’istruzione sarà pubblica, gratuita e di qualità, se saremo stati in grado di colpire i grandi capitali e punire la speculazione e molto altro, e vorremo sapere chi e come ha lavorato per questo.

Il conflitto economico, il conflitto sociale (se non li vogliamo chiamare, lotta tra capitale e lavoro, lotta di classe) sono reali e sono una realtà che aumenta in evidenza e violenza, negarlo o non riconoscerlo significa solo una cosa: o si appartiene a un gruppo sempre più ristretto di privilegiati che tra i tanti privilegi materiali possono coltivare anche quello immateriale dell’ignoranza o si sta perdendo e basta.

Votate dunque Potere al Popolo, non perché vince, non perché convince (a rigore dei fatti nemmeno questo è più necessario), ma per obbligarli e per obbligarci alla completa conseguenza politica e di lotta delle loro posizioni. Votatelo perché con una piccola affermazione siano costretti a darsi un’organizzazione stabile e a emarginare i loro elementi deteriori per farlo.

Votate Potere al Popolo per costringerlo a dover elaborare una strategia per tradurre in obiettivi di lotta il loro programma che ad oggi, è stato detto e detto a ragione, è solo una lista dei desideri, dei desideri di tutti coloro che abbiano realmente interesse a uno sviluppo in senso egualitario del paese e soprattutto di quanti oggi più soffrono disagio, emarginazione, sfruttamento. Votatelo perché si dia una possibilità di esperienza politica ai giovani che sia ampia e nazionale e non passi dall’accodarsi a qualche potente o dal chiudersi in qualche luogo di studio sperando di iscriversi poi a qualche gruppo dirigente come dotti consiglieri e perché si deve sapere che i cuccioli della reazione, dei grandi interessi imprenditoriali e finanziari e dell’arrivismo non potranno che essere domani ancora più incapaci, violenti e brutali dei loro padrini di oggi.

Votate Potere al Popolo perché votandolo lo obbligheremo ad essere più di se stesso e a superare le contraddizioni e le fragilità di certe sue premesse e forse avremo un elemento in più per vedere nei prossimi cinque, dieci, venti anni una nuova leva politica di sinistra che ricomincia daccapo a studiare e a prendere contatto attraverso la lotta con il mondo del lavoro, con i problemi della scuola, con la difesa dell’ambiente, con le difficoltà della lotta alla criminalità, con la definizione di una legislazione finanziaria, con il depauperamento del Meridione, con i problemi dell’economia, con la ricostruzione di un’assistenza sociale e con tutto quanto riguarda la costruzione di una società migliore.

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