Giovanni De Luna: la democrazia come militanza

di Sergio Sinigaglia

Giovanni De Luna è uno dei più importanti storici italiani. Ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Torino. Innumerevoli i suoi saggi. Tra gli ultimi ricordiamo: “La Repubblica del dolore” (Feltrinelli 2009), “Una politica senza religione” (Einaudi 2013), “La Resistenza perfetta” (Feltrinelli 2015), “La Repubblica inquieta” Feltrinelli 2017). Sugli anni Settanta ha scritto il fondamentale “Le ragioni di un decennio” 1969 – 1979 (Feltrinelli 2009)

Dal punto di vista storico che riflessioni pensi siano opportune riguardo alla fase difficile che stiamo vivendo in questo momento? In particolar modo di fronte al risorgente neofascismo?

Quello che ci interessa ora è comprendere quali furono le strategie che portarono al potere il fascismo, perché si tratta di capire se oggi le formazioni fasciste in campo possano passare da una dimensione attualmente minoritaria a qualcosa di più consistente. Allora dal punto di vista storiografico ci furono tre elementi essenziali che portarono alla dittatura e si tratta di verificare quali di questi tre elementi oggi siano presenti.

Il primo aspetto fu dato dalla capacità di inserirsi nel contesto sociale della prima guerra mondiale. Il conflitto bellico sconvolse completamente gli assetti politici istituzionali a partire dallo stato liberale. Cambiò radicalmente le coordinate non solo in Italia ma in tutto il mondo. I fascisti riuscirono ad inserirsi in modo molto efficace in questa fase di transizione tra l’Italia liberale e il dopoguerra; capitalizzarono l’atmosfera creatasi a partire dalla violenza come strumento di lotta politica.

Il secondo elemento fu di intercettare il disagio sociale, orientandolo verso un processo apertamente violento che nella sconfitta militare degli avversari politici poneva il presupposto del suo successo. La violenza per Mussolini e gli altri squadristi non era una opzione tra le altre, era l’opzione.

Il terzo elemento è strettamente collegato a questo. Una volta che il fascismo venne legittimato su questo piano, cioè sulla capacità di sconfiggere militarmente i suoi nemici, ovvero i comunisti, il movimento operaio, arriva il terzo aspetto cruciale, cioè l’appoggio del grande capitale, che sceglie Mussolini come referente politico.

In questo scenario un ruolo centrale lo giocano le vecchie istituzioni dello Stato liberale, l’apparato della forza, carabinieri, polizia, magistratura. Senza la connivenza di queste strutture Mussolini non sarebbe stato in grado di sconfiggere il movimento operaio. Per esempio a Sarzana pochi poliziotti misero in fuga centinaia di squadristi.

Detto questo per il passato, quali di questi elementi possono essere inquietanti rispetto all’oggi?

Sicuramente la capacità di inserirsi all’interno del disagio sociale. La capacità di Casapound di calarsi nello scontento. Ma l’elemento forte, preoccupante, devastante, è dato dal saldare questa dimensione alla parola d’ordine “prima gli italiani”. Intorno a questo slogan si sta saldando un vasto consenso, perché dà la dimensione che tu ultimo possa diventare qualcosa che ti permetta di salire di un gradino. Le conseguenze di questo sono micidiali, anche perché si tratta di un qualcosa che è stato coltivato negli anni. Ricordiamo la Lega quando affermava “ognuno padrone a casa propria”.

C’è stata una lunga semina. Rispetto al complotto manifestatosi tra il 1919 e il ’22, questo elemento c’è, cioè far leva sul disagio sociale. Non c’è ancora la legittimazione della violenza come elemento centrale, non si è delineato un disegno in questa direzione. Stiamo assistendo a scontri sporadici. Sia per quanto riguarda la Lega che la galassia nera, non c’è ancora nessuno che abbia pronunciato le parole fatidiche che introducano la violenza come risorsa politica. L’altra cosa che ancora manca è la scelta del potere economico verso queste formazioni. E questo è fondamentale perché questi gruppi da soli non ce la farebbero mai. Ci vuole quello che Togliatti chiamò “il principio di organizzazione”, intorno a cui coagulare questi loro percorsi. Può essere fornito non da loro, ma appunto dal potere economico.

E non c’è neanche, al momento, da parte delle istituzioni un’opzione nei loro confronti. Questa scelta non si manifestò negli anni Settanta, perché furono settori dell’apparato statale ad allearsi con i fascisti, cioè non ci fu un pronunciamento delle istituzioni in quanto tali. Certamente si schierarono pezzi importanti delle istituzioni, ma la scelta di campo non fu totale. In questo momento non si vede dagli apparati della forza una cosa analoga. Ma è tutto in divenire, quindi bisogna stare molto attenti su questa dimensione, perché se si saldasse alla capacità dei fascisti di inserirsi nel disagio sociale, la scelta dell’opzione violenta in maniera esplicita e la complicità degli apparati dello Stato, allora potremmo dire che i tre elementi cruciali che portarono Mussolini al potere 100 anni fa, ridiventerebbero attuali.

Hai fatto riferimento agli anni Settanta. Che differenze ci sono tra il modo di agire allora dei fascisti e le pratiche di oggi?

Sono abissali. Nel senso che negli anni Settanta il vento della storia tirava alle nostre spalle, non alle loro. Quella fascista era una dimensione assolutamente residuale e puramente ideologica. Il loro radicamento sociale era pari a zero. Potevano affermarsi all’interno di circuiti ideologicamente connotati e crearsi degli appoggi di potere. Non avevano nessun seguito sociale. Oggi non è così. La dimensione ideologica nei gruppi fascisti è molto meno presente, ed è più marcata la capacità di radicamento nella società.

Non è possibile nessun paragone, anche perché la gioventù di oggi è talmente legata a internet, che allora non c’era, per cui la dimensione della rappresentazione della realtà è nettamente prevalente sul piano virtuale piuttosto che sulla realtà in quanto tale. E loro su questo piano simbolico, sulla rappresentazione della realtà, sanno giocare bene, così come sanno muoversi con efficacia nel web. Gli anni Settanta la partita si giocava con i volantini, i manifesti, i giornali e su questo piano eravamo nettamente più forti. Oggi sono cambiate radicalmente le forme della comunicazione, le forme della organizzazione della politica. E i fascisti sono molto dentro questa trasformazione, attenti a giovarsene fino in fondo.

L’altra cosa che non c’è è la dimensione della Guerra Fredda che poteva giustificare certe scelte. Quindi direi che ogni raffronto è impossibile. Non c’è un elemento comune, compreso il fatto che allora del contesto sociale diffuso, eravamo noi a giovarcene, eravamo noi nel cuore del disagio. Dalla centralità operaia, alla capacità di stare dentro le cose non solo in fabbrica, ma nelle città, nei quartieri. Oggi queste dinamiche mi sembra che appartengono più a loro che a noi. E’ imbarazzante vedere le geografie elettorali. Nel 1975 quando il Pci vinse le elezioni amministrative a Torino, le percentuali operaie del voto sfiorarono l’80%. Cose oggi inimmaginabili.

Sui fatti di Macerata e più in generale di fronte alla crescente intolleranza nei confronti di migranti, c’è chi ne ha dato una lettura rimandando al nostro passato coloniale, con cui non avremmo fatto i conti. Che ne pensi?

Noi siamo arrivati totalmente impreparati, sia sul piano culturale che politico, all’incontro con la migrazione. Rispetto ad altre esperienze è stata piuttosto episodica, molto lontana, e in un contesto di apartheid. L’altra esperienza fu con la nostra migrazione, ma non ci allenò a convivere con l’altro, negli spazi vissuti quotidianamente. Non abbiamo avuto un deposito culturale nella nostra storia che ci aiutasse a capire cosa comportava. Nè il passato coloniale, né l’esperienza della nostra emigrazione ci ha aiutato, perché legati a contesti diversi. Abbiamo oscillato tra l’accoglienza a tutti i costi e la chiusura xenofoba più dura, senza trovare il bandolo della matassa.

Rispetto alla necessità di dare una risposta allo scenario attuale, che tipo di antifascismo c’è oggi bisogno? C’è stata la grande manifestazione di Macerata. Successivamente importanti mobilitazioni in diverse parti d’Italia, Bologna, Napoli, Venezia… Che pratiche dovremmo adottare?

Secondo me dal punto di vista dei valori da mettere in campo bisogna partire dalla Costituzione. La sua difesa come patto di memoria, come religione civile da dispensare, da assumere fino in fondo. Come diceva Calamandrei la nostra Costituzione vive nella casa delle persone, vive nella capacità di suffragarla sul piano della dimensione di massa. Deve essere qualcosa che propone una dimensione militante della democrazia.

Non credo in una democrazia come patto sulle procedure, una democrazia come forma di governo, perché si tratta di una visione poco efficace per contrastare le dinamiche attuali. Quando parlo di visione militante della democrazia, mi riferisco ad un punto di vista inclusivo, non esclusivo. Quindi tutto quello che è oggi settarismo, intransigenza, lo trovo abbastanza sterile. La Costituzione non è settaria, la sua forza sta nel proporre un progetto di democrazia estremamente inclusivo, questa penso sia la migliore garanzia per il futuro.

Questo articolo è stato pubblicato da Arvultura.it il 22 febbraio 2018

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