La preziosa “dote” dei migranti

di Guido Viale

Accogliere è una parola che viene dal latino: ad-cum-ligare, legare insieme. Ma più che cercare il suo significato nel passato, dobbiamo costruirne uno nuovo, adatto ai tempi in cui viviamo, ai problemi con cui ci confrontiamo, alle persone che oggi sono al centro dello scontro politico e sociale: i profughi.

Innanzitutto accogliere non ha niente a che fare con le «rilocalizzazioni» pretese e non realizzate dalla Commissione europea che trattano i profughi come «pezzi» (Stücke, una parola che richiama ricordi atroci) da smistare. E con ciò, a prescindere dalla «selezione» (Selektion, altro termine dai rimandi atroci) con cui l’Unione europea pretende di accettarne alcuni e di scartare gli altri, attacca loro l’etichetta di «ingombri», problemi. Questo produce insofferenza, rancore e razzismo e spinge i Governi a inseguire le parole d’ordine delle destre.

Al di là delle false professioni di spirito umanitario, con i migranti la Commissione europea è più feroce di Trump. Inserita in questa cornice, anche la migliore «accoglienza» riservata a persone trattate come ingombri umilia sia loro che noi: sono esseri (umani?) di cui «non si sa che cosa fare»; Untermenschen di cui sbarazzarsi.

L’ospitalità, che un tempo era sacra, ci può indicare un’altra strada: l’ospite, lo «straniero», veniva trattato come un membro della famiglia (come il naufrago Ulisse nell’isola dei Feaci); poi veniva preparato e attrezzato per continuare il suo viaggio. E qual è la meta del viaggio dei profughi del nostro tempo?

Le mete possibili sono due: o la piena cittadinanza nel paese che li ospita; ed è certamente un percorso complesso. Oppure il ritorno nel paese da cui sono dovuti fuggire, o sono stati cacciati, e in cui per ora non possono ritornare: un percorso ancora più difficile. Ma che cosa può annullare e invertire l’effetto di rilocalizzazioni così disumanizzanti? Il fatto che l’ospite porti con sé un dono, una «dote» più grande dei tanti problemi che pure può generare.

Perché questo succeda, l’ospite deve essere messo in grado di valorizzare, e di fare in modo che vengano apprezzate, la cultura, l’energia, l’esperienza e anche il dolore di cui è portatore: perché la comprensione del dolore, sia nostro che altrui, aiuta tutti ad affrontare meglio le circostanze della vita.

Ma deve anche portare con sé lavoro, reddito, diritti, salute. E non certo perché crea un po’ di lavoro per quei pochi che oggi vengono impiegati nella gestione dell’«accoglienza»; questo è un falso «beneficio» che costringe all’inattività e confina nell’inutilità l’ospite e che spesso promuove nell’ospitante la speculazione e lo sfruttamento delle altrui disgrazie.

La dote che l’ospite, lo straniero, il profugo, deve essere messo in grado di portare con sé è un grande piano europeo di conversione ecologica, di lavori pubblici, di potenziamento dei servizi: un piano capace di garantire lavoro e sicurezza sia a lui che a tutti i cittadini dei paesi dell’Unione che sono disoccupati, o in povertà, o costretti a lavori precari e umilianti, o senza casa.

Gli Stati membri dell’Ue che accoglieranno i profughi avranno accesso ai fondi e ai progetti del piano; e quanti più profughi accoglieranno, tanto più potranno salvaguardare il proprio territorio, riconvertire la propria economia, creare posti di lavoro sicuri e un’abitazione decente – ristrutturando il patrimonio edilizio degradato o abbandonato – anche per i propri disoccupati, per i propri lavoratori precari, per i propri cittadini emarginati.

Così i profughi saranno i benvenuti, perché quanti più saranno, maggiori saranno le occasioni di risolvere i problemi sociali della popolazione. Mentre i paesi che non vorranno accoglierli non avranno accesso a quei fondi.

Ma chi paga? Certo, c’è da ridurre, e poi azzerare, la spesa militare e i suoi costi; da combattere l’evasione e l’elusione fiscale; da mettere la parola fine alle «grandi opere» che devastano il territorio; da porre un argine alla corruzione. Ma non basta. A finanziare questo piano di riconversione ecologica deve essere la Bce, la Banca centrale europea.

La Bce ha «tirato fuori dal cappello» più di 1.000 miliardi di euro all’anno per salvare le banche e promuovere una ripresa stentata, precaria e in molti casi dannosa, comunque insignificante per l’occupazione.

Per alcuni economisti quei soldi avrebbe potuto distribuirli ai lavoratori e ai cittadini svantaggiati adottando quello schema paradossale di sostegno alla domanda che va sotto il nome di helicopter money: gettare soldi a piene mani da un elicottero; chi li prende li prende. Si sarebbero, dicono, ottenuti sicuramente risultati migliori.

Ma c’è una via di mezzo e più sensata tra questi due modi cretini di sostenere l’economia, ed è quello di finanziare, con altrettanto denaro (almeno 1.000 miliardi all’anno) un piano europeo di riconversione ecologica vincolato all’accoglienza dei profughi, legandola indissolubilmente alla salvaguardia dell’ambiente.

Poi c’è da prendere seriamente in considerazione la seconda possibile meta del viaggio dei profughi: il ritorno. Non con i rimpatri forzati che equivalgono a riconsegnarli, incatenati, ai dittatori, o alle bande armate, o alle guerre, o ai suoli abbandonati, perché ormai sterili, da cui erano fuggiti. Bensì aiutandoli a farsi portatori di pace, di riconciliazione, di democrazia, di risanamento sociale e ambientale delle loro terre.

Per farlo devono potersi organizzare durante la loro permanenza in Europa, aver voce in capitolo nelle trattative di pace del loro paese, nella politica estera del paese ospitante, nella destinazione dei fondi (immensi) che oggi vengono spesi per «esternalizzare» le frontiere e fare la guerra ai migranti lungo le loro rotte.

Niente come la partecipazione a pieno titolo alla vita associata nei paesi «ospitanti» e la partecipazione, come lavoratori, ai progetti di conversione ecologica di questi paesi li può preparare – può preparare quelli di loro che lo vorranno, e saranno sicuramente molti – a un vero ritorno, da pionieri, nei paesi da cui sono dovuti fuggire. Così si gettano le basi di una vera grande comunità euro-afro-mediterranea, dove la libera circolazione delle persone torni ad essere non solo un diritto, ma anche una reale possibilità.

Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle. Impraticabile per chi non vede alternative ai diktat dell’Unione europea e della Bce. Ma irrinunciabile per chi si candida a un ruolo di vera opposizione.

Non si deve scrivere l’elenco delle cose che faremmo «se fossimo al governo». Perché al governo non ci andremo. Per ora. Il nostro compito è avvalorare e diffondere la prospettiva di una inversione radicale delle priorità, sostenerla, renderla concreta con gli esempi, individuare e affrontare gli ostacoli che si parano di fronte. Un programma di opposizione deve indicare la strada per arrivare: non al governo, ma a governarci.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto il 19 gennaio 2018

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