Il nuovo “duopolio” tra Amazon e Poste

di Vincenzo Vita

Pensate alla massima di Adriano Olivetti, in base alla quale tra il vertice di un’azienda e l’ultimo assunto il rapporto stipendiale doveva rimanere nella forbice dieci a uno. Ora, quale proporzione corre tra il patron di Amazon Jeff Bezos e un addetto ai pacchi a domicilio che corre a tutte le ore per l’imponente impresa dell’infosfera? Forse neanche è calcolabile.

La distribuzione e la logistica sono uno dei punti salienti dell’architrave del capitalismo delle piattaforme. Insomma, il tema delle poste, ben lungi dall’essere un residuo del passato, è un punto chiave nella geopolitica dei sistemi. Ecco perché, quindi, uno degli Over The Top -Amazon, che ha puntato enormemente sul commercio elettronico – si è strutturato (anche) come enorme servizio di recapito dei pacchi. Si è imposto con la forza dei fatti compiuti e delle economie globali, non certamente nel rispetto del diritto.

Non a caso, lo scorso dicembre l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, dal 2012 anche autorità postale, ha diffidato il gruppo sovranazionale. Quest’ultimo svolge l’attività attraverso una miriade di piccole società senza averne titolo formale. Il tutto si risolve in una concorrenza sleale, già passibile di sanzione.

E, peggio, si declina con un indebito sfruttamento del lavoro, privato di riferimento ai contratti nazionali. Del resto, in Italia esistono circa 2.700 operatori, una rete pulviscolare su cui ha messo gli occhi la società dell’uomo più ricco del mondo. Senza un’adeguata regolazione si sono aperte le porte ad un immenso impero privato.

Ecco all’orizzonte un altro «duopolio», oltre a quello televisivo: Poste italiane sulla corrispondenza (con una bella sanzione a sua volta per qualche comportamento abusivo) e Amazon, in futuro, sui pacchi. Insieme, ovviamente, a numerosi piccoli competitori, messi ai margini del settore. Tramontata in gran parte l’epoca della corrispondenza classica, è in ascesa il comparto della distribuzione «fisica» dei prodotti comprati attraverso la rete.

L’universo 4.0, tanto decantato, ha bisogno del trasporto reale, non dissimile dall’antico schiavismo. Amazon Echo, Amazon Go – ad esempio – e tutte le applicazioni connesse hanno già cambiato profondamente le attitudini del consumo, sovvertendo l’ordine degli addendi, vale a dire spostando via via la catena del valore dalla produzione ai nodi di smistamento: per la fruizione di massa.

Sfruttamento ed elusione fiscale (l’Unione europea ha comminato una multa di 250 milioni di euro) hanno sorretto la forsennata ascesa del supercolosso di Seattle. E, mentre arrivano le diffide, l’ex vicepresidente di Amazon siede a palazzo Chigi con un ruolo importante. Eppure vi sono state direttive comunitarie (n.67 del ’97 e n.6 del 2008) e nel 2013 un regolamento dell’Agcom ha definito il quadro di riferimento. Ma il capitalismo tecnologico non si discosta dall’età dell’accumulazione selvaggia.

Dietro il sogno digitale c’è l’incubo della disperazione del precariato, divenuto la cinica regola. Non solo. Il capitolo postale è parte integrante di una nuova iniziativa europea, in corso di discussione ora a Bruxelles: la società dell’informazione si regge sulla capillarità della diffusione.

Per la prima volta, lo scorso fine novembre, è stato proclamato lo sciopero al deposito di Castel San Giovanni vicino a Piacenza. Qualcosa si è incrinato nell’impero post-moderno. Siamo agli inizi, forse. L’innovazione ha bisogno del conflitto sociale e culturale per essere vera. Per l’intanto: che ne è della diffida dell’Agcom?

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto il 17 gennaio 2018

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *