Referendum: a un anno dal 4 dicembre 2016

di Domenico Gallo

È passato un anno da quel voto. Malgrado l’amarezza e le incertezze del tempo presente, il 4 dicembre 2016 rappresenta un tornante, una svolta nella storia della democrazia italiana. Abbiamo osservato, a suo tempo, che con questo referendum il popolo italiano ha compiuto un vero e proprio atto costituente. Precedenti a questo furono, l’insurrezione popolare del 25 aprile 1945, la scelta della Repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente il 2 e 3 giugno 1946, la bocciatura della riforma costituzionale imposta dal governo Berlusconi, il 25 e 26 giugno 2006.

Il 4 dicembre, in controtendenza rispetto ad ogni altra ricorrenza elettorale, gli italiani si sono recati in massa a votare, con un’affluenza alle urne del 65,47%. La riforma Renzi-Boschi è stata spazzata via con un risultato finale di 19.419.507 voti a favore del NO (pari al 59,1% dei votanti) e 13.432.208 a favore del SI (pari al 40,9%) alle urne.

Il responso è stato netto e definitivo, gli elettori ancora una volta hanno espresso fiducia nel modello di democrazia prefigurato dai padri costituenti e nei beni pubblici repubblicani che quel modello attribuiva al popolo italiano. Dopo quasi settant’anni dalla sua entrata in vigore il popolo, riconfermando la validità della Costituzione, ha impedito la trasformazione – già in atto – della Repubblica in una sorta di principato, sottoposto al protettorato dei poteri finanziari internazionali che avevano dettato la riforma al governo Renzi, manifestando la loro avversione per le Costituzioni antifasciste del dopoguerra.

Cancellando la riforma Renzi/Boschi, è stato travolto anche lo strumento attuativo di quella riforma, l’Italicum, che la Corte Costituzionale, pur con una pronuncia molto prudente, ha smantellato nella sua impostazione fondamentale: il ballottaggio, che garantiva alle elezioni il carattere di una mera procedura per l’investitura del capo politico.

E non si è trattato semplicemente di un atto di resistenza allo sconquasso della Costituzione, ma di un atto fondativo. Attraverso il voto del 4 dicembre la Costituzione è risorta, ha recuperato quella legittimazione che le classi dirigenti nel nostro Paese da trent’anni cercavano di svilire. Quel voto ha sconfessato trent’anni di politica volta a restringere la democrazia rappresentativa nel nostro Paese, a creare esecutivi “forti” nei confronti dei cittadini e “deboli” nei confronti dei “mercati”, ha lanciato una sfida a riscoprire ed illuminare di nuovo la Costituzione come mai fatto finora.

A un anno di distanza da quell’evento, purtroppo dobbiamo constatare che questa sfida a restituire vitalità e slancio alla democrazia italiana, non solo non è stata raccolta, ma si è cercato e si cerca tutt’ora di ridurre il voto del 4 dicembre ad un mero incidente di percorso, ad un evento negativo da enucleare per poter poi riprendere la strada del consolidamento di un ordinamento oligarchico nel quale le decisioni politiche sono confinate nelle mani di pochi individui, che non rispondono, certo, al popolo sovrano.

Non c’è stato nessun ripensamento per quelle scelte che hanno inciso profondamente sui diritti sociali che danno sostanza alla democrazia costituzionale, come le pensioni ed il c.d. “job’s act”, o che hanno sfigurato quell'”organo costituzionale” che è la scuola pubblica: scelte che sono state licenziate da un Parlamento incapace di dialogare con la società civile o di rispondere del suo operato in quanto composto esclusivamente di nominati, grazie ad una legge incostituzionale come il Porcellum.

Ma è ancora più grave che, alla domanda di partecipazione popolare, di rinnovamento della vita politica e delle istituzioni, esplosa attraverso il voto del 4 dicembre, c’è stata una risposta di chiusura assoluta e di cristallizzazione dei malanni che asfissiano la democrazia italiana.

Abbiamo spiegato più volte che la Costituzione “vive” attraverso la legge elettorale. È il sistema elettorale che fa il sistema politico, che dà svolgimento al principio che la sovranità appartiene al popolo, che favorisce o impedisce l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese, che delinea il ruolo e la funzione dei partiti politici e garantisce o comprime il pluralismo politico/istituzionale, determinando in definitiva il grado di accesso nelle istituzioni delle domande, delle aspettative e delle aspirazioni presenti nella società civile e definendo, in questo modo, il volto e le caratteristiche della democrazia costituzionale. “Fra le questioni costituzionali non v’è n’è una tanto vitale per l’ordinamento delle garanzie pubbliche e che tocchi tanto da vicino la vita politica di tutto il popolo quanto la legge elettorale”(Togliatti, 8/12/1952, intervento sulla legge truffa).

Tutti sanno che le nostre istituzioni democratiche non godono di buona salute. Tutti siamo scontenti della costituzione materiale, cioè dell’ordinamento politico effettivo, al punto da considerare nostri nemici i “politici” che ci dovrebbero rappresentare. La principale patologia che affligge la democrazia italiana è la crisi delle istituzioni rappresentative testimoniata, a tacer d’altro, dalla totale perdita di fiducia degli italiani nei partiti politici (3%) e nel Parlamento (8%) e dalla pratica, ormai divenuta massiccia, di disertare le urne. Questa disaffezione non deriva dal caso ma dal carattere oligarchico che ha assunto l’ordinamento politico. Un Parlamento addomesticato e mutilato nella rappresentatività e nella legittimazione sostanziale non ha più fornito, se non in misura marginale, canali di comunicazione efficaci con la società italiana e non costituisce più lo strumento attraverso il quale si dovrebbe esprimere – in via principale – la sovranità popolare. E noi abbiamo avuto prove ulteriori di questa disaffezione attraverso la scarsa partecipazione degli elettori al voto in Sicilia e ad Ostia.

Attraverso l’italicum il ceto politico perseguiva l’ambizione di trasformare le elezioni in una mera procedura per investire un capo politico del potere di determinare la politica nazionale, a prescindere dal consenso ricevuto. La Corte Costituzionale con la sentenza n. 35/2017 ha sbarrato per sempre questa strada. Abbandonato – obtorto collo – il sogno incostituzionale della democrazia d’investitura, i decisori politici hanno confezionato, attraverso il rosatellum, imposto al Parlamento con la violenza di 8 voti di fiducia, un sistema elettorale che, pur non potendo conseguire alcun risultato pratico in termini di governabilità, risponde perfettamente all’esigenza dei principali partiti di sequestrare la rappresentanza parlamentare, impedendo che i cittadini elettori possano mettere becco nella scelta dei propri rappresentanti, che ancora una volta, come capitava col porcellum, saranno nominati dai capi dei partiti e solo a questi dovranno rispondere. Ma il rosatellum si spinge anche oltre togliendo all’elettore, con il meccanismo del voto unico, persino la possibilità di fare una scelta libera fra liste e candidati.

In questo modo è stato blindato il ruolo dei partiti come strutture di potere autoreferenziale contro il progetto costituzionale che, all’art. 49, aveva concepito i partiti come canali di partecipazione dei cittadini alla determinazione della politica nazionale, quindi come strutture della società civile, poste sul confine fra la società e lo Stato. Ed è stato nuovamente mortificato il ruolo del Parlamento.

Con questa legge elettorale il nuovo Parlamento conserverà gli stessi difetti che hanno caratterizzato la legislatura attuale e quelle precedenti, sarà composto da un corpo di rappresentanti che non rispondono al popolo sovrano ma solo a quella ristrettissima oligarchia che li ha nominati.
Dobbiamo concludere che sono state vane le speranze che hanno animato la passione politica di migliaia di giovani e meno giovani che con generosità si sono impegnati per respingere, attraverso il referendum del 4 dicembre 2016, la definitiva cristallizzazione dei malanni che hanno asfissiato la democrazia italiana, animati dalla speranza che lo spirito vivificatore della Costituzione avrebbe rinnovato la nostra vita collettiva della nostra comunità politica organizzata in Stato?

Certamente no. La storia ci insegna che la Costituzione, appena promulgata fu congelata e resa inoperativa in molti suoi aspetti principali dalle forze politiche che avevano assunto il governo del Paese, che mirarono, per quanto possibile, a mantenere la continuità fra l’ordinamento giuridico fascista e quello repubblicano, come ebbe a denunciare Piero Calamandrei in un famoso discorso tenuto al teatro lirico di Milano il 28 febbraio 1954. Questo non impedì che negli anni successivi si avviasse una stagione politica di disgelo costituzionale e che fosse lanciato un percorso di attuazione dei principi e valori costituzionali.

Non ci deve scoraggiare il “congelamento” del risultato del 4 dicembre, se noi siamo qui riuniti, non è per celebrare un evento passato, sia pur importante, ma per proseguire quell’impegno per dare nuovo vitalità alla democrazia costituzionale nel nostro Paese, di cui la mobilitazione per il referendum è stata una tappa in un percorso che continua.

Il Coordinamento per la Democrazia costituzionale ha guardato con simpatia ai tentativi che sono stati avviati, a partire dal Brancaccio, per la creazione di un soggetto politico-elettorale che avesse nel suo DNA, l’esigenza di dare attuazione concreta ai principi fondamentali della Costituzione, ma ha sempre mantenendo la propria azione distinta ed autonoma dal campo strettamente politico e non è coinvolto dagli esiti insoddisfacenti che si sono verificati.

Quale che sia l’esito di tali processi politici, noi non possiamo che augurarci che nella prossima legislatura ci siano molti parlamentari per i quali la Costituzione sia la bussola del loro agire politico. Tuttavia non possiamo aspettarci una netta discontinuità rispetto al passato alla luce degli effetti negativi del nuovo sistema elettorale.

È importante, pertanto, mantenere la capacità di organizzare nella società civile, nella quale siamo saldamente collocati, delle domande politiche forti sui temi della democrazia e dell’implementazione dei valori costituzionali.

In primo piano rimane la battaglia per una legge elettorale che restituisca la sovranità al cittadino elettore. Ad ottobre, con la collaborazione del fatto quotidiano abbiamo lanciato una petizione “I parlamentari vogliamo sceglierli noi” che, a tutt’oggi, ha ricevuto quasi 230.000 adesioni, superando la petizione lanciata l’anno scorso contro la riforma costituzionale.

Non ci siamo rassegnati di fronte all’approvazione del Rosatellum, mentre sono in corso varie procedure giudiziarie, attivate dai nostri indomabili avvocati antiitalicum, che vedranno un passaggio significativo ed importante il prossimo 12 dicembre, quando la Consulta dovrà pronunciarsi sul conflitto di attribuzione sollevato da alcuni parlamentari, abbiamo iniziato, a studiare la possibilità di promuovere un referendum abrogativo che possa ribaltare il funzionamento del Rosatellum. Si tratta di un referendum di difficile attuazione dal punto di vista tecnico e che non potrebbe essere attivato prima del 2019, però è opportuno cominciare a pensarci sin da adesso perché non possiamo fare affidamento nel prossimo Parlamento.

Domani 4 dicembre, celebreremo l’anniversario operando. Una delegazione di costituzionalisti, giuristi ed economisti, si recherà in Cassazione depositando il progetto di una legge di iniziativa popolare che mira ad eliminare lo sfregio inferto alla Costituzione dalla riforma dell’art. 81, effettuata nel 2012, da un Parlamento che si è inchinato alla dittatura dei mercati finanziari. È bene precisare che quest’iniziativa non interferisce con il progetto politico, espresso da più parti, di messa in sicurezza della Costituzione, rafforzando le garanzie di cui all’art. 138. Non si tratta di pretendere una riforma della Costituzione, sia pure giusta, espressa a maggioranza. Il problema è quello di organizzare, attraverso la raccolta delle firme popolari e la presentazione in Parlamento, una domanda politica che ponga il tema del rifiuto di una politica, imposta dalle élite politiche europee, che attraverso il c.d. “fiscal compact” impone al nostro paese il vincolo di una politica deflattiva che porta allo smantellamento dello stato sociale e quindi all’appassimento di quei diritti sociali che la Costituzione ha attribuito al popolo italiano.

Il 27 dicembre, grazie all’ospitalità che ci ha concesso il Presidente del Senato, celebreremo il 70° anniversario della promulgazione della Costituzione con un convegno che si svolgerà a Palazzo Giustiniani in quella stessa sala dove la Costituzione fu firmata.

Alla mobilitazione sull’art. 81 si sposa la partecipazione all’iniziativa promossa dal movimento degli insegnanti, che hanno elaborato una Lip che si propone di ribaltare l’impostazione privatistica della riforma della c.d. buona scuola di Renzi e restituire alla scuola della Repubblica il ruolo che la Costituzione le ha assegnato. (Ce ne riferirà Marina Boscaino). Abbiamo concordato con il movimento degli insegnanti di far partire in modo unitario e coordinato le due iniziative in modo da realizzare una sinergia politica ed organizzativa che le rafforzerà entrambe.

Oggi vi proponiamo un’ulteriore iniziativa, di lanciare, contemporaneamente alle prime due, una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare che modifichi le leggi elettorali, eliminando i trucchi del rosatellum e rendendo di nuovo i cittadini protagonisti del voto.

Un gruppo di lavoro comune studierà i dettagli dei tempi e delle modalità di lancio della raccolta delle firme, che dovrebbe partire verso la fine del mese di gennaio. Siamo coscienti che c’è un’interferenza non facile da gestire con l’ormai imminente campagna elettorale, però la campagna elettorale si esaurisce in due mesi, mentre la raccolta di firme per le leggi di iniziativa popolare ha un tempo di sei mesi, questo dovrebbe consentirci di superare gli eventuali impedimenti legati alla campagna elettorale.

Insomma il lavoro che ci ha portato allo straordinario risultato del 4 dicembre non è finito, deve proseguire e noi ci stiamo attrezzando per organizzare quelle domande politiche di maggior rilievo funzionali a tenere aperta la strada della democrazia nel nostro paese, fiduciosi che il seme che è stato piantato in quella storica data al tempo giusto darà i suoi frutti.

Però perché quel seme non sia disperso e dia i suoi frutti è necessario ricostruire di nuovo quella passione civile e quel tessuto di mobilitazione di base che ci ha consentito di vincere il 4 dicembre.

Relazione di Domenico Gallo all’assemblea del Coordinamento per la democrazia costituzionale, Roma, 3 dicembre 2017

Autore dell'articolo: Amministratore

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