Potere al popolo: la sfida al populismo

di Silvia Napoli

Se la sigla che in principio ha mosso le acque tra autoconvocati refrattari del Brancaccio, Je so’ pazzo, poteva evocare disoccupati organizzati meridionali in odore di masaniellismo, arrivati come in tour di assemblea in assemblea, sulla linea gotica bolognese, siamo alla declinazione di un potere al popolo che programmaticamente, facendo tesoro di insegnamenti molto rock, sceglie di sfidare la narrazione pubblica sul populismo, come virus letale di tutti i moti di protesta globali.

Il coordinamento si fa ospitare da 20 Pietre, la Casa del popolo risorta dalle ceneri della Motorizzazione civile dopo un lavoro volontario veramente hard sulla struttura, che fa da centro di aggregazione e propulsione per nuove forme di civismo in quartiere e in città sorte sulla base del recupero di uno spirito antico di mutualismo che scalda i nostri cuori in inverno.

Arrivo tardi, quando l’assemblea è in corso già da due ore e, a proposito di clima, non fa tanto caldo nel grande stanzone recuperato e allestito di sedie, ancora molto pieno nonostante tutto: vino rosso e torte salate per ristorare gli intervenuti e pagare le spese, mentre a lato l’altro grande salone è affollato di aspiranti ballerini che seguono il loro corso settimanale. Non si può dire che il luogo non evochi un cantiere aperto e tale è lo spirito di questa neonata rete di insoddisfatti della proposta politica del momento, in vista delle prossime elezioni, che sembrano essere il grande momento di big bang coagulante di questa galassia.

Una galassia che se rinuncia ad atteggiamenti pittoresco-folclorici, a leaderini seducenti, o a linguaggi militareschi, non è tuttavia depressa nonostante la mole delle questioni sul tappeto e soprattutto sembra essere molto felice di ritrovarsi insieme e poter usare liberamente la parola compagni, qualunque valenza si voglia attribuire al termine di questi tempi.

Gli astanti, che sarebbe improprio definire come pubblico, dato che è implicito il loro status di parti in causa, variano molto per classe generazionale, ma forse non tanto per ceto sociale, dato che non ci si può certo azzardare a definire oggi la”classe”, o un blocco sociale definito ed egemone di processi di trasformazione.

L’andamento è in parte quello del cahier de doleance, la cifra è la testimonianza in prima persona e per diverse ragioni:come affermazione di verità, come rivendicazione di identità, stante la confusione ontologica dell’oggi, come omaggio a prassi scaturite dai movimenti delle donne e delle minoranze, come evidente modalità per dichiararsi tutti sulla stessa barca e sullo stesso piano, in mancanza per ora di seggi e poltrone da spartirsi.

Se è un movimento,non ha slogan per ora e tutti gli interventi puntano infine all’auto rassicurazione e a una sorta di empowerment per aspiranti Davidi vs Golia. Difficile dire quale potrebbe essere la fionda migliore da lanciare, se ci siano armi spuntate da poter riaffilare, se sia possibile mettere insieme buone prassi da condividere e mettere a valore.

Intervengono in sequenza Amadou, che auspica una restituzione di un’Africa depredata agli Africani, Micol Tuzi, una militante cgil piuttosto conosciuta e apprezzata per le sue battaglie in favore della pubblica istruzione e degli esiti del referendum bolognese di iniziativa popolare che boccio i finanziamenti alle scuole private parificate, a ricordare l’importanza di mantenere servizi pubblici universalistici anche in funzione di sostegno al reddito e che esiste una carta dei diritti del lavoro cgil, redatta anche grazie a firme popolari, di cui non si parla troppo spesso (bisognerebbe indagare poi sul perché lo dico anche a me stessa, che la firmai), Stefano, militante di lunga vaglia che è felice di essere cosi in tanti a definirsi compagni, Mara, ricorda l’importanza della comunicazione e di mettere insieme queste competenze se ci sono nella sala al fine di sfruttare al meglio il clamore elettorale, Angela che chiama a raccolta la sinistra bolognese, dove i working poor trentenni, sottinteso, istruiti e ovviamente precarizzati ne sarebbero in pratica l’ossatura, Paolo, ricercatore che resta, evidentemente, invitando a non fare gli imprenditori di se stessi, mentre si chiede ripetutamente, retoricamente, ma neanche tanto, forse, perché di un ritorno back to basics, si sente il bisogno per dirla tutta, perché i ricercatori universitari insieme alla classe operaia.

Mentre rifletto sulle parole d’ordine perse per strada nel tempo, come studenti, operai, uniti nella lotta, si alza Giulio, che si dichiara musicista studente di Conservatorio, naïf politicamente, ma mica tanto, penso, se in realtà è militante di Rifondazione. La musica è aggregazione sociale, dice, l’Arte e la Cultura cosa di cui troppo spesso a suo dire,gli stessi giovani non sembrano rendersi conto, è anche un motore economico, produttivo, turistico(ma non lo dice anche il Ministro e non si pensa sempre indarno senza bene capire come poi procedere senza danneggiare dell’altro?)Il giovane rappresentante nero dei migranti veneti, rivendica Dignità con toni appassionati, ricorda anche che fuori dagli stereotipi, gli stranieri come lui amano l’italia e capiscono le sue difficoltà oggettive.

A nessun migrante ormai l’Italia pare il paese che irretisce in diretta berlusconiana i mitici albanesi post comunismo realizzato: molti vorrebbero andare altrove. E non possono. Virginio anche è di Rifonda, al tavolo del coordinamento, del resto, scorgo un giovane volonteroso del novello PCI: dopo 15 anni di militanza usb, è ora delegato sindacale Cgil e come in una seduta di counselling dichiara anzitutto di non sentirsi a disagio e in contraddizione, anche se nessuno obietta qualcosa in sala. La consegna è in qualche modo inclusione, niente steccati a priori, anche se qualcosa viene detto contro la nuova controversa formazione Liberi e uguali. Si percepisce che qui, il tweet liquidatorio di Raimo contro Grasso e soci, ha trovato molti consensi. Virginio comunque rivendica il fatto di stare sui territori e di vedere e toccare con mano la preoccupazione dei lavoratori per il salario e le pensioni mentre sui luoghi di lavoro, le condizioni diventano sempre più difficili.

Va bene che l’immaginazione al potere ha fatto il suo tempo e si capisce come ostinatamente si cerchi il bagno di realtà e la rappresentazione piu fedele della medesima, dato che scappa il ritratto globale da ogni parte, ma che cosa potrebbe tenere insieme i lavoratori della Castelfrigo in lotta da un mese in quel di Modena, con tutti quelli che si arrangiano, tra ricerca e delivery, al di là di questo senso di precarietà soverchiante, è ancora difficile a dirsi. O meglio, il sospetto è che sia una difesa di cose comunque in dissoluzione o difficilmente difendibili anche eticamente alle condizioni date.

Vengono anche blandamente stigmatizzati i centri sociali, rei in questi anni di essersi occupati poco di diritti sociali (sic). per concentrarsi su quelli civili. non vi è dubbio comunque che se vi fosse un applausometro ideale, tuttavia vincerebbe la competizione di parecchie lunghezze, il drappello dei rappresentanti dei migranti, che cominciano finalmente ad essere ben visibili e non solo citati,in tutte le situazioni pubbliche di confronto e di presidio.

Dicembre dedicata ai temi delle nuove cittadinanze. Brillano comunque per assenza i principali esponenti delle ultime lotte cittadine per gli spazi di autogestione e aggregazione e anche le diverse anime di quello che fu l’humus iniziale della Coalizione civica o di diversi comitati di cittadini attivi e i perché possono essere davvero molteplici, senza neanche tanto stare a speculare sul gioco dei posizionamenti in fieri. I giovani presenti per una buona metà, sono i primi a compiacersi con insistenza sulla presenza quantitativa dei giovani in sala, gli altri più anziani, prevalentemente di una sinistra sindacale che ne ha viste di tutti i colori, si sentono grati di questa presenza.

Molti sono comunque qui per curiosità, per annusarsi, perché non aggregati o conformi o insofferenti a qualunque tipo di appartenenza, foss’anche liquida, perché le organizzazioni stanno strette, ma buttare bambino e acqua sporca, sempre per stare sui cliché, sarebbe pericoloso.

Non sarebbe tuttavia corretto nella maniera più assoluta parlare di dejà vu e sappiamo tutti di aver bisogno di movimenti che portino ossigeno alla società, in una fase in cui il sistema per come lo conoscevamo, apparentemente, sembra abbattersi da solo senza appunto cambiarsi. Piuttosto, sembra fare rewind il nastro della memoria e penso alla riserva indiana dei tardi anni 70, come del tutto scavallata dall’evidenza del dilagare delle riserve colonizzate e sfiancate e ben poco colorate in tutti gli strati sociali vecchi e nuovi di oggi: istintivamente mi chiedo quanti di questi mondi variamente oppressi possono essere fuori da qui.

Tra eretici e “cani sciolti” come si diceva ai tempi, o voci di chi non ha rappresentanza o non si sente sufficientemente rappresentato, tra chi non ama gli attuali delegati e chi rifiuta tout court la delega, per ora si preferisce invocare unità, piuttosto che avventurarsi in dibattiti sterili o questioni di lana caprina. Il solo evocare Bertinotti fa correre a quelli che se lo ricordano un brivido lungo la schiena. Gli altri si preoccupano del futuro e non guardano al passato recente, che, si sa, è sempre il più indecifrabile.

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