Internet secondo il censo: è solo l’inizio

di Vincenzo Vita

La potente e trumpianissima Federal Communications Commission (Fcc), vale a dire l’autorità mediale degli Stati uniti, ha deciso a maggioranza di eliminare il vincolo della Net neutralità, deciso nel 2015. Attenzione, non è affare per pochi specialisti. La “neutralità della rete”, infatti, è l’architrave dell’assetto democratico e non classista dell’infosfera. Si tratta, per dirla in breve, del principio giuridico in base al quale non possono essere determinate restrizioni ad accesso e connessione alle reti.

Ciò riguarda i dispositivi tecnici come la stessa libera fruizione degli utenti. È un punto cruciale, fortemente voluto dall’amministrazione di Obama e oggetto di discussione anche in Europa. Pure in Italia, ma con scarso successo, essendo da due legislature che si trascina senza esito il tema, pur con buone proposte (nell’attuale quinquennio a prima firma Quintarelli).

Lo stop incandescente (con la riunione persino sospesa ed aggiornata, per le evidenti tensioni) voluto dall’organismo americano suona, così, da fischio d’inizio della lotta finale tra vecchi e nuovi media. Il potere antico delle aziende delle reti fisiche di telecomunicazione (le telco, che fecero affari colossali con il telefono), oggi assediato dalla capillarità veloce dei vari Google Facebook Twitter e – in generale – degli aggregatori dei dati, reagisce. Meglio tornare alla comoda divisione di censo.

Se non c’è l’obbligo di neutralità i servizi si suddividono in pacchetti offerti sulla base delle opportunità economiche dei navigatori. La ricchezza come metro di misura del diritto all’informazione. Ora più che mai l’argomento è delicato. di fronte alla crescita di una domanda matura, vogliosa di poter ricevere pacchetti crossmediali con film e video ad alta definizione, e con interi comparti tratti dalle biblioteche digitali, i possessori del “territorio” vogliono mettere muri e balzelli, come in un Mediaevo. E Trump, la cui natura è descritta dal delizioso volume di Naomi Klein (2017), ci fa capire che il progresso non inevitabile, come si è creduto per anni.

No. Rispetto alle opportunità straordinarie dell’evoluzione tecnologica prevale il “terribile diritto di proprietà”, per evocare uno scritto famoso di Stefano Rodotà che a sua volta riprendeva Cesare Beccaria. La Fcc a traino conservatore ha aperto il conflitto duro dei prossimi tempi, tra il capitalismo dell’era elettronica e il capitalismo cognitivo. È uno scontro all’ultimo sangue, da cui uscirà un solo vincente, senza prigionieri. Ne va, infatti, del futuro, dopo la crisi della sbornia liberista e del feticcio-globalizzazione.

La neutralità della rete va difesa, ma non per fare il verso agli Over The Top o a Netflix, bensì per tutelare la cittadinanza digitale. Internet e la rete sono un bene comune, per tutti. Come la scuola e la sanità attengono alla specificità della sfera pubblica , e toccano i diritti fondamentali.
Il Procuratore di New York, ha già annunciato la volontà di fare causa contro la decisione. Chissà se i cattivi non hanno sopravvalutato le loro forze. Che i buoni si sveglino, non solo i nuovi potenti sotto attacco.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto il 14 dicembre 2017

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