Urne e astensionismo: votanti cercansi

di Silvia R. Lolli

Non comprendiamo perché nel dibattito pubblico quello che fa rumore sui giornali e sulle televisioni non si parli mai del problema principale che ci dovrebbe interessare in vista delle prossime elezioni: la disaffezione alla politica da parte dei cittadini. È questo il primo problema della democrazia, perché quando è solo una minoranza sempre più grande che va a votare non si può pensare di essere ancora in un paese democratico, ma compare l’oligarchia oggi vissuta in termini di plutocrazia. Le recenti mine istituzionali, riforma costituzionale e le varie leggi elettorali sempre uguali a loro stesse nonostante le osservazioni della Corte Costituzionale, ci confermano le nostre osservazioni.

Nella nostra democrazia parlamentare dovrebbe essere solo di secondaria importanza sapere subito chi “vince”, cioè andrà ad occupare posti di Governo per sé ed i suoi accoliti e andrà a decidere le sorti della maggioranza italiana. Alle prossime elezioni ci ritroveremo ancora una volta di fronte ad una legge elettorale che non tiene conto delle osservazioni della Corte Costituzionale sulla legge elettorale passata, osservazioni pubblicate appunto nella sentenza di incostituzionalità (n.1/14), in cui si riafferma l’importanza del principio della rappresentanza e dell’esercizio del voto, richiamando gli artt. 48, 56 e 58 Cost.

Nell’attuale perseveranza di un Parlamento eletto con legge incostituzionale, rimane il fatto della disaffezione al voto ormai della maggioranza degli aventi diritto. Per capire a che punto siamo, facciamo un semplice ragionamento partendo dall’art. 1 della nostra Costituzione che recita:

“1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
2. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”

Volendo spiegare l’articolo con una breve riflessione si può cominciare con una domanda: che cos’è che distingue una democrazia? In questi due commi, che sono conseguenti, il termine “democratica” viene esplicitato, ma soprattutto rafforzato, nel secondo comma dove si dice che la sovranità appartiene al popolo. La seconda domanda: con quale strumento si esprime la democrazia, cioè la sovranità del popolo?

In genere, se si fa questa domanda ad una classe di prima superiore di secondo grado, si ottiene (c’è sempre almeno un alunno che risponde così) la risposta esatta: con il voto. Allora leggiamo l’art. 48 della nostra Costituzione, inserito fra gli ultimi articoli della prima parte, quelli dedicati ai rapporti politici:

“1. Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
2. Il voto è personale ed uguale, libero e segreto. Il suo esercizio è un dovere civico.
3. La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini libero e individuale…
4. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”.

L’articolo ci indica, oltre agli elementi principali di libertà eguaglianza e segretezza, una questione che riteniamo importante: viene prima il dovere civico di voto, rispetto all’esercizio del diritto. Ancora una volta possiamo ammirare la capacità dei nostri padri costituenti che non per niente sono stati definiti “presbiti”: ci vorrebbe la loro capacità di guardare lontano, piuttosto che guardare non tanto al proprio naso, anzi al proprio deretano, perché rimanga pressoché stabile sulla sedia dell’incarico avuto (o anche non avuto!) con l’elezione!

Se non si va a votare, cioè se non si ha più la consapevolezza del dovere civico del voto, si lascia la decisione della vita pubblica a chi rappresenta pochi cittadini; poi con la legge elettorale si può completare l’opera a suon di liste bloccate o di voti di liste di coalizioni che non superano lo sbarramento, ma che servono a coalizioni che vedono confluire voti a seconda del bisogno del momento. Stiamo dando voce a leggi di probabilità e di possibilità, più che di stabilità!

Voto, democrazia, sovranità popolare sono elementi da tenere legati e devono essere non solo conosciuti, ma interiorizzati da quelle maggioranze che stanno lontane dai seggi elettorali, quelle maggioranze che considerano la politica una cosa sporca, da evitare, quelle maggioranze che sono ormai indifferenti alla cosa pubblica.

“…Perché in questo bisogno di ‘quiete’, anche se laboriosa, è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile, credetemi, risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato, è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della ‘sporcizia’ della politica che mi sembra sia stato inspirato per due vie. Tutti giorni ci hanno detto che la politica è lavoro di ‘specialisti’…”.

Scrisse queste parole in una lettera agli amici, Giacomo Ulivi un giovane che fu imprigionato più volte ed infine fucilato a Modena il 10 novembre 1944. Oggi sono passati solo settant’anni dagli eventi che hanno portato alla scrittura della Costituzione Italiana, ma i principi di base della nostra democrazia e della nostra Repubblica sembrano dimenticati dalla maggioranza dei cittadini.

L’attuale opera ventennale o trentennale si può chiamare in vari modi: crisi, pensiero unico televisivo e giornalismo asservito al potere, prove di scardinamento democratico e attacchi alla Costituzione con leggi, attacchi eversivi, terrorismo, leggi ad personam, attacchi alla Magistratura… Abbiamo visitato la mostra fotografica sulla città di Bologna e le parole di Zangheri davanti a Pertini ci hanno riportato a quell’oggi da collegare a ieri:

“Corpi straziati chiedono giustizia, senza la quale sarebbe difficile salvare la Repubblica…”

Anche la giustizia è stata erosa, assieme ai principi democratici; così si è pian piano ridotta la possibilità di salvare la Repubblica; si sono continuamente provate riforme, leggi elettorali. L’erosione democratica, in termini formali e sostanziali, ci ha portato all’attualità così da far dire al costituzionalista Azzariti, in modo metaforico, che l’ultima legislatura ha dato il colpo fatale al Parlamento. La recente riforma della Costituzione è stata sconfitta dalla partecipazione al referendum, ma è stata minore di prima, con tutti i distinguo di tipo partitico o di movimenti che per esempio nel 1994 non c’erano. Ma allora erano ancora in vita molti padri costituenti, a partire appunto da Dossetti.

Ultimamente, oltre a raccontare interpretazioni o fatti in modo da confondere chi non conosce a fondo la nostra Carta, si è anche raccontato che la riforma è necessaria e non produce cambiamenti alla prima parte, quella dei principi fondamentali. Si sono dimenticate le parole di Leopoldo Elia.

La Costituzione deve essere letta nella sua globalità, perché ci sono continui re-invii esplicativi…non si può riformare una parte della Costituzione senza che vi siano importanti conseguenze in altri articoli: una parola, un comma, un articolo, esplicitano gli altri in una continuità di principi fondanti appunto la nostra democrazia e furono individuati benissimo dopo lunghe discussioni dall’assemblea costituente.

Cosa possiamo fare ora? Intanto possiamo riaccendere nei cittadini la consapevolezza, ma anche la responsabilità di esercitare il dovere-diritto di voto, facendo conoscere alcune parti della Costituzione, così da evitare anche l’uso di parole sbagliate che aiutano nell’opera di distruzione dei principi che si sta operando.

Per esempio perché si continua a sentire il termine “il capo del Governo” come se fosse il vero capo della Repubblica italiana? È solo il Presidente del Consiglio che deve essere eletto dai parlamentari (che sono i nostri veri rappresentanti) e non dal popolo. È una via da perseguire, oltre a quella gridata alcuni anni fa da Sthéphane Hessel: Indignez vous!

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