Populisti senza popolo

di Gaetano Azzariti

Come riescono i nostri leader politici ad operare in un sistema costituzionale che rimane pur sempre «rappresentativo» e che, dunque, legittima i sui organi e seleziona i governanti in base alla conquista del consenso? La tendenza dilagante sembra essere quella della costruzione del popolo dall’alto. Sono gli stessi soggetti che aspirano a governare a definire una «identità popolare» a partire dalla pluralità indistinta («significanti vuoti») delle domande sociali, come ci è stato spiegato da Ernesto Laclau. È chi detiene le posizioni di potere, in sostanza, che pretende di dare forma al popolo assente. Una costruzione del popolo a immagine del sovrano. Qui è il germe del populismo dominante. Una profonda trasformazione della politica, che ha profili controversi.

Da un lato, meno rivoluzionaria di quanto non possa apparire, se è vero che la «politica», anche quella «democratica», da sempre non si è limitata a dare voce alle domande sociali, ma le ha invece sempre interpretate, dirette, trasformate. Basta pensare al concetto gramsciano di egemonia culturale (ben noto ai teorici più avvertiti del populismo post-marxista) inteso come la capacità di un gruppo – o di una classe – di ottenere la «direzione intellettuale e morale». È l’egemonia – scriverà Antonio Gramsci, in pagine che dovremmo tornare a meditare – il terreno della lotta politica, che impedisce a questa di ridursi a mero «dominio». Ed è proprio in questa distinzione gramsciana – tra egemonia e dominio – che si cela la parte oscura del populismo odierno.

In effetti, la costruzione del popolo dall’alto oggi non appare il frutto di una visione generale di progresso su cui fondare la legittimazione a governare da parte di una leadership riconosciuta socialmente, essa anzi presuppone la separatezza dalla realtà degli interessi dei gruppi sociali, sconta l’indeterminatezza della proposta politica. La rappresentazione dell’immaginario populista è «vuota di significato» e adatta ad essere caricata di qualunque contenuto. Quel che allora può dirsi venir meno rispetto alla tradizionale funzione di direzione dei soggetti e delle forze politiche in competizione è proprio la capacità di tradurre reali richieste sociali in coerenti indirizzi di governo.

La strategia populista appare attualmente dominare la scena. Essa caratterizza l’intera politica nazionale: ad un populismo di opposizione si contrappone oramai uno speculare populismo di maggioranza. V’è però un essenziale ragione che mi porta a ritenere che essa sia votata al fallimento. La costruzione di un popolo presuppone, infatti, la capacità di un ceto dirigente di costruire il futuro, che consolidi il proprio potere su un consenso non effimero, attorno ad un progetto di cambiamento reale. Solo su questa base si può pretendere di organizzare le moltitudini amorfe e di dare vita ad un corpo politico. Nel nostro paese è la mancanza di una classe dirigente nazionale a condannare il populismo al fallimento.

In passato, la debolezza storica della nostra classe dirigente nazionale è stata, almeno in parte, compensata da strutturati e legittimati partiti politici, intellettuali collettivi, che elaboravano strategie complessive e organizzavano il confronto politico pubblico in base alle diverse visioni del mondo. Ora, invece, nessun affidamento può più farsi sulle capacità di mediazione e integrazione delle nuove formazioni: crollati persino i partiti personali, vengono ad essere sostituiti da organizzazioni che sembrerebbero destinati a trasformarsi in meri strumenti a disposizione del capo. In tal modo lo scontro politico si personalizza ulteriormente, giungendo sino al rifiuto di ogni credenza in comune e all’abbandono di ogni dimensione pubblica.

La strategia del «capo» punta al dominio (alla conquista del potere, alla vittoria tattica, all’opacità di un accordo improvvisato), non certo alla direzione intellettuale e morale della nazione, per governare in accordo «storico» con altre e diverse forze politico-culturali. Anche il linguaggio riflette questa decadenza: dal «compromesso storico» inteso come punto d’incontro tra le culture che si sono confrontate e scontrate in Italia si è giunti ad intendere l’intesa tra le più diverse, e a volte improbabili, forze e soggetti politici come un riprovevole «inciucio» o un ineffabile «patto».

Un nuovo soggetto politico di sinistra, se vuole segnare una discontinuità e costruire un futuro possibile, ha dinanzi a sé un compito assai arduo: abbandonare le politiche e le prassi populiste prevalenti, per cominciare a definire più complesse proposte politiche generali. Ci si può legittimamente chiedere se la litigiosa ed esangue sinistra politica italiana sia in grado di porsi un simile obiettivo. La risposta non sarebbe immediata. Ciò non toglie che questa sia la strada da percorrere per chi non vuole seguire il coro di chi pretende di parlare in nome di un popolo che non c’è.

Questo articolo è stato pubblicato dal Manifesto.it il 21 novembre 2017

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