Ostia, aggressioni e astensione, ma per loro “lo Stato c’è”. Davvero?

di Ottavio Olita

Prima del voto di ieri, immediati e identici i giudizi di Matteo Renzi e del Ministro dell’Interno Minniti dopo l’arresto di Roberto Spada responsabile della brutale aggressione alla troupe della Rai che svolgeva un’inchiesta sul voto ad Ostia: “Lo Stato c’è”. Ma che idea di Stato hanno questi signori? Non viene loro il dubbio che lo Stato ci sarebbe se, non solo non accadessero questi vergognosi episodi, ma l’Italia non diventasse sempre più irriconoscibile, anche rispetto alla propria storia democratica? E non mi riferisco tanto ai sacri principi costituzionali violati (uno su tutti? Il diritto a un lavoro dignitoso e sicuro) quanto ai ripetuti segnali di stanchezza, rassegnazione, ripulsa che i cittadini-elettori inviano con sempre maggiore frequenza.

Così accade che quello Stato che secondo loro ci sarebbe, diventa privo dell’elemento costitutivo essenziale: la partecipazione dei cittadini. Ma come si può accettare, senza preoccupazione o un’approfondita riflessione, che due terzi degli elettori di Ostia non si siano recati alle urne per il rinnovo della cariche amministrative e che oltre la metà dei siciliani sia rimasta a casa? Tutto questo, undici mesi dopo la grande risposta popolare al referendum sulla riforma della Costituzione. In quel caso il cittadino-elettore era pienamente cosciente della posta in gioco, negli altri appuntamenti elettorali c’è il rifiuto verso quella marmellata di sapori e colori prodotta da politiche sempre più simili fra loro che danno un’idea di preoccupante omologazione: dagli attacchi alle tutele dei lavoratori, alle alleanze per una legge elettorale che garantisce solo i nominati dalle segreterie.

L’unica risposta che si dovrebbe dare a tanti segnali sarebbe una profonda revisione delle scelte politiche e invece si ricorre ancora una volta a escamotages che cercano di superare le profonde divisioni che si sono determinate soprattutto per via della svolta a destra impressa al principale partito della sinistra dalla segreteria Renzi. Ma davvero possono credere che solo con proclami, affermazioni di ripresa economica che non producono credibili ricadute soprattutto al sud, possono sperare di vincere le elezioni politiche della prossima primavera?

E non c’è soltanto questa irriconoscibile trasformazione della tradizione politica italiana all’origine di quanto sta accadendo. Una delle altre gravi cause è che nella scuola e nella società non si coglie più quella fortissima spinta alla coscienza civile e democratica che è stata una delle forze motrici della rinascita italiana dopo il disastro prodotto dalla seconda guerra mondiale. Coscienza civile e democratica che porta con sé la cultura della tolleranza, del confronto aperto senza violenze, della dialettica sui principi. Il ritorno a quella prassi che ha formato generazioni di cittadini coscienti del proprio ruolo, quello sì sarebbe un importante segnale che “lo Stato c’è”.

L’allarme è forte e va colto immediatamente, prima che sia troppo tardi. In gioco non c’è la vittoria di uno schieramento sull’altro, di un partito piuttosto che una coalizione. In gioco c’è la Democrazia. La si rinvigorisce solo con la partecipazione che non può e non deve essere limitata soltanto alla chiamata alle urne. Se i cittadini saranno ascoltati riprenderanno il loro ruolo decisivo nella costruzione di uno Stato sempre più moderno, avanzato, tollerante. Se continueranno a ritenersi esclusi se ne staranno a casa con il rischio che alla fine decidano di delegare tutto a qualcuno che si presenti ancora una volta come ‘L’uomo della Provvidenza’.

Questo articolo è stato pubblicato dal Manifesto sardo il 16 novembre 2017

Autore dell'articolo: Amministratore

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