Frequenze: fermiamo il colpo di mano dell’articolo 89

di Vincenzo Vita

Nel disegno di legge sul bilancio (n. 2960), uno degli ultimi atti della legislatura, c’è un vero e proprio colpo di mano. L’articolo n. 89, infatti, si butta sul complicato tema delle frequenze radiotelevisive e di telecomunicazione in assenza di una seria riforma del sistema. Si utilizza il veicolo sicuro della legge finanziaria -la cui approvazione è sempre certa- per riorganizzare un sistema colpevolmente sconquassato negli ultimi trent’anni e tuttora privo di un ordine democratico.

Passi per la delega all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni a pianificare il percorso della tecnologia 5G previsto dalla Commissione europea. Se mai, si potrebbe obiettare che una simile enfasi tecnologica è figlia di un determinismo un po’ fuori tempo massimo nell’attuale stagione del capitalismo cognitivo che ci interpella se mai su contenuti e paradigmi, piuttosto che su ulteriori “gadget”, per di più gravosi per l’inquinamento elettromagnetico. E così è comprensibile che il passaggio della prelibata banda 700 MHz dalla televisione alla banda larga (rinviato peraltro al 2022 rispetto al 2020 indicato da Bruxelles) sia normato. E mettiamoci pure i proventi delle gare prevista per l’attribuzione degli spazi alle telecomunicazioni.

Il resto, però, è del tutto arbitrario e le stesse parti dettate dalle esigenze comunitarie avrebbero avuto un altro respiro se la “Gasparri bis” – come è chiamato con sprezzo del pericolo l’articolo n.89 – fosse stata inscritta in un progetto di vera riforma, in cui si prevedesse una reale redistribuzione plurale delle risorse, attribuendone una quota all’area non profit del mercato allargato. Fu fatto con la legge del 2009 in Argentina, e chissà mai perché non si sperimentano anche qui altre vie per la gestione dello spettro radioelettrico: non una proprietà privata, bensì un bene comune.

Tuttavia, la critica non è solo di opportunità, bensì pure di merito. Infatti, scherzando scherzando, si dà una bella botta al servizio pubblico. Non esiste da tempo il “partito Rai”, ma certamente è cresciuto un bel gruppo “anti Rai”. Il Mux di maggiore prelibatezza (la banda III VHF), oggi attribuito alla prima rete di viale Mazzini, finisce alle emittenti locali. Per modo di dire, visto che le medesime stazioni sono sloggiate senza troppe storie dai rispettivi territori frequenziali a partire dal 1° luglio del 2020, con una “monetizzazione” della loro memoria. Insomma, un colpo al cerchio della Rai e uno alla botte delle emittenti locali.

Mediaset, non per caso, esce sempre indenne da tali tumulti, figlia di un dio maggiore. Ora, poi, che Berlusconi è rientrato in scena, le lancette degli orologi si spostano indietro di trent’anni. Se ci fosse bisogno di una prova provata, eccola: arriva la stagione del DVB-T2, il digitale avanzato di cui solo gli operatori sentono il bisogno. E sì, visto che la crossmedialità sta spostando il consumo su piattaforme diverse, insistere è diabolico. Non mancano gli incentivi per l’acquisto degli apparecchi di ricezione, giusto per riprendere la strada maestra dell’era berlusconiana. Quanto meno si garantisca la gratuità della transizione ai cittadini-utenti, vittime di un business che non li riguarda. Il 2022 è vicino e guai a ricominciare con lo “spezzatino” dello switch-off, già visto con l’allora ministro Romani. Sembra – no? – un album di famiglia.

Non rimane che la protesta, sperando in un ripensamento del governo. Esistono al senato emendamenti soppressivi e l’Agcom ha protestato per lo scarso coinvolgimento. E persino lì si inc…no.

Questo articolo è stato pubblicato dal Manifesto.it il 15 novembre 2017

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