“Devono imparare a obbedire”: lo stage, lavoro coatto gratuito en travesti

di Alessandro Mantovani

La risposta di Renzi allo sciopero con cui gli studenti, venerdì 13 ottobre, sono scesi in piazza in tutta Italia per protestare contro le forche caudine della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” introdotta obbligatoriamente dalle regole della sedicente “buona-scuola”, non si è fatta attendere: ha proposto che il servizio civile, attualmente volontario, divenga obbligatorio, per un mese, per tutti i giovani. Una contromossa, come si vede, che suona come provocatoria verso le richieste del movimento studentesco.

A questo punto, quello curato dalla Cillo è un libro necessario. Le analisi che i diversi autori presentano, e che costituiscono il primo approccio scientifico ad un mondo ancora in larga misura sconosciuto, diventano infatti in questo contesto un’arma contro l’ignobile retorica sulla “formazione” di competenze atte a risolvere il problema della disoccupazione giovanile con cui questo cinico abuso della forza lavoro viene paludato.

Malgrado tutte le difficoltà nel reperire i dati, che nessuno ha interesse a raccogliere e soprattutto divulgare, difficoltà che gli autori non sottacciono, il volume riesce nell’impresa di fornirci un quadro sufficientemente ampio e chiaro della dimensione del fenomeno e delle modalità con cui irreggimenta masse crescenti di giovani dietro il miraggio di un accesso al mondo del lavoro. Promessa destinata per i più ad essere totalmente disattesa, visto che, nel nostro paese, nel settore privato, solo l’11,9% degli stagisti otterrà un contratto di lavoro nell’impresa che ha ospitato lo stage, mentre nessuno (per le stesse norme che regolano l’accesso al pubblico impiego e per il blocco del turn-over) lo troverà nel settore pubblico.

Benvenuti, dunque, nell’epoca in cui stage, “tirocini” e altre forme di lavoro non pagato e totalmente privo di diritti sono ormai un fenomeno stabile di massa (vedi Expo) e istituzionalizzato: in Italia il 68% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha avuto almeno un’esperienza di lavoro gratuito. Gli stagisti, nel 2016, hanno raggiunto la fantastica cifra di un milione e mezzo, solo il 15,9% dei quali riesce ad ottenere l’indennità prevista dalle normative, laddove il 70% non percepisce alcun rimborso spese, appena il 43% ha firmato un accordo scritto e soltanto il 64% gode di una copertura assicurativa in caso di incidente o malattia.

Se l’Italia, con l’introduzione dello stage obbligatorio nell’ambito dell'”alternanza scuola-lavoro”, spicca ormai per l’invenzione di una moderna forma di lavoro coatto giovanile, la gallina dalle uova d’oro della “formazione tramite lavoro” ha una dimensione internazionale ed una storia. Negli Stati Uniti una prima normativa in tal senso risale addirittura alla presidenza Johnson (anni ’60). Nel 1982 Reagan sostituì il “Public Service Employement”, volto a fornire ai giovani un’offerta di lavoro, coi “work based learning programs”, intesi ad offrire non lavoro ma “competenze” (skills).

Con Clinton il ricorso agli stage venne esteso ai college e alle università (si ricorderà …Monica Lewinsky era una stagista). L’Europa comincia in ritardo, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, ma brucia in fretta le tappe, adeguando “il sistema educativo alle esigenze del neoliberismo”, e inserendo gli stage all’interno di una politica complessiva di flessibilizzazione della forza lavoro. In Italia le prime misure si devono al “Pacchetto Treu” del 1997, seguite dalla riforma-Berlinguer del 2000, fino all’odierna “buona scuola” renziana del 2015.

Queste misure, parte organica della politica del lavoro neoliberista a livello internazionale (adottate, ad es., anche in Cina), sono presentate all’opinione pubblica come uno sforzo per contrastare la crescente disoccupazione giovanile, ma sono in realtà, nella migliore delle ipotesi, uno sforzo di adeguare la formazione della forza lavoro alle sempre più mutevoli esigenze delle imprese: il sistema educativo e formativo deve – come spiega il McKinsey Global Institute nel rapporto Poorer than their parents? (2016) – produrre “job-ready skills”, ossia non individui “occupati”, bensì occupabili, pronti (e disposti) a cambiare lavoro, mansione, luogo. Insomma individui “flessibili”.

La flexibility è infatti la religione che da anni si cerca di inculcare, anche da noi, alle nuove generazioni. In questo senso, lo stage è il primo passo della vita del lavoratore precario moderno, capace – anche grazie alla “formazione continua” (lifelong learning) – di affrontare l’alternarsi di disoccupazione, lavoro parziale, cambio di lavoro, e, già che ci siamo, fasi di lavoro gratuito. Fa scuola, in questa direzione, la legislazione britannica, che prevede la subordinazione del sussidio di disoccupazione all’accettazione di qualsiasi forma di lavoro, anche non pagato se in forma di stage.

Questa però, è ancora la “buona” teoria. In realtà, come dimostra abbondantemente l’esperienza italiana, in gran parte dei casi lo stage non ha alcuna seria valenza formativa, e si configura come uno sfrontato mezzo per impiegare forza lavoro a costo zero in mansioni spesso degradanti, dalle fotocopie alle pulizie (i blog studenteschi sono ricchi di esempi di questo tipo).

Alle obiezioni in questo senso politici ed imprenditori amano rispondere che, anche quando non acquisisce alcuna “competenza” relativa al proprio percorso formativo, comunque lo stagista apprende a relazionarsi con altri lavoratori e con un ambiente di lavoro, ecc. Più prosaicamente, e più cinicamente, l’assessore al lavoro della Regione Veneto, Elena Donazzan, ha dichiarato che con lo stage “s’impara ad obbedire”, svelando brutalmente la realtà autoritaria del fenomeno.

Non può sfuggire che la presenza di milioni di giovani, nolentes volentes costretti a darsi gratuitamente e senza diritti sul mercato internazionale del lavoro, rappresenta una minaccia per tutti i lavoratori, una pressione sui salari e le condizioni contrattuali, insomma uno “strumento formidabile di precarizzazione e disciplinamento di tutti i lavoratori, di oggi e di domani”.

In questo contesto non va presa troppo sottogamba la boutade del sociologo Domenico De Masi, il quale, per combattere la disoccupazione, propone ai disoccupati di offrirsi temporaneamente gratis alle imprese, al fine di esercitare una forte pressione sugli occupati, convincendoli ad accettare una riduzione dell’orario lavorativo (con corrispondente riduzione salariale), creando così posti di lavoro: “Lavorare tutti, lavorare… gratis”!

Il volume curato dalla Cillo non affronta il problema soltanto dal punto di vista sociologico, ma anche da quello teorico. Un saggio di Iside Gjiergji, in particolare, sulla scorta di Marx ed Engels, sottolinea come la precarietà e l’insicurezza siano la condizione standard di tutti i proletari in regime capitalistico, mentre la Cillo, nella sua Introduzione, evidenzia come solo una congiuntura particolare della storia di questo sistema sociale, i “trenta gloriosi”, abbia consentito ad una porzione rilevante della classe lavoratrice di sfuggirvi relativamente, facendo nascere l’idea del diritto ad un lavoro stabile, e legislazioni corrispondenti.

Con la globalizzazione insomma, la società capitalistica chiude questa parentesi, rigettando di nuovo tutto il proletariato nella sua “normale” e permanente condizione d’incertezza esistenziale. Sarebbe perciò errato non soltanto ritenere che questa fase del capitalismo globalizzato stia partorendo (o abbia già partorito) una nuova classe, il precariato, ma anche che sia in corso un processo di “deproletarizzazione”.

Ora, se concordiamo interamente sul primo punto, in quanto non vediamo alcun bisogno di introdurre una nuova classe sui generis a cavallo tra proletariato e sottoproletariato, liquidare troppo sbrigativamente la questione della “deproletarizzazione”, e magari immaginare sotto la categoria “proletariato” qualcosa di omogeneamente antagonista al sistema del capitale, sarebbe un po’ troppo auto-tranquillizzante.

In realtà gli ultimi quarant’anni hanno visto una trasformazione epocale delle società capitalistiche avanzate: le trasformazioni tecnologiche, l’informatizzazione in primis, hanno comportato una completa ristrutturazione del mercato del lavoro, con l’aumento esponenziale del lavoro flessibile, precario, atipico, ossia una “nuova morfologia del lavoro” (Antunes) che non costituisce un ritorno alla condizione proletaria dell’epoca della “rivoluzione industriale”.

Allora – malgrado l’elevato grado d’instabilità della condizione proletaria – l’elemento trainante della classe era rappresentato dal proletariato di fabbrica e la tendenza era quella di una crescente concentrazione sia urbana che produttiva dei wage workers. Una tendenza di lungo periodo, al punto da essere considerata permanente e costitutiva dell’accumulazione capitalistica. Riassumeva il Manifesto dei comunisti:

“Nella stessa proporzione in cui si sviluppa la borghesia, cioè il capitale, si sviluppa il proletariato […]. Masse di operai addensate nelle fabbriche vengono organizzate militarmente […]. Ma il proletariato, con lo sviluppo dell’industria, non solo si moltiplica; viene addensato in masse più grandi, la sua forza cresce, ed esso la sente di più. Gli interessi, le condizioni di esistenza all’interno del proletariato si vanno sempre più agguagliando man mano che le macchine cancellano le differenze di lavoro […]. Il progresso dell’industria […] fa subentrare all’isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall’associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, vien tolto di sotto i piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili”.

Questa tendenza, che metteva le grandi officine al centro dello scontro con la borghesia, si rifletteva nelle modalità di organizzazione e lotta dei salariati e nello strumentario teorico con cui venivano interpretate. Ecco ad es. un tipico passo di Lenin:

“È nell’organizzazione degli operai delle grandi officine – dato che le grandi officine (e fabbriche) riuniscono quella parte della classe operaia che predomina non soltanto numericamente, ma anche e ancor più per la sua influenza, la sua coscienza, la sua capacità combattiva – che risiede la forza principale del movimento”.

Giusto o sbagliato che fosse, era questo il paradigma con cui fino alla crisi capitalistica internazionale della metà degli anni ’70 del secolo scorso il movimento proletario guardava a se stesso, ed era ben diverso da quello che attualmente si profila nelle aree di capitalismo avanzato. Se negli anni ’80 i salariati industriali dei vecchi paesi capitalistici rappresentavano ancora il 40% circa della popolazione attiva, oggi la loro incidenza si è pressoché dimezzata, e, benché il numero dei proletari e semi proletari sia da allora indubbiamente cresciuto (ad es. nei servizi), in luogo di una maggior concentrazione proletaria sui luoghi di lavoro abbiamo una sua maggiore frammentazione, in luogo dell’omogeneizzazione prevista dal Manifesto una maggiore differenziazione, per non dire disgregazione.

Non si tratta di fenomeni da prendere alla leggera perché, se è vero che il “precariato” non è e non può essere una classe, è altrettanto vero che l’estensione senza uguali nella storia del numero dei disoccupati e dei “precari” aumenta non solo il numero dei proletari, ma anche quello dei sottoproletari, producendo una serie di sfumature digradanti dai primi ai secondi e rappresentando una remora importante (accanto all’invecchiamento della popolazione) ad una ripresa dell’antagonismo di classe.

Se è dunque verissimo che l’incertezza dell’esistenza costituisce un elemento permanente della figura sociale del proletariato, non ne consegue in modo meccanico che i giovani precari, gli immigrati, i lavoratori atipici (e gli stagisti) possano essere tout court e in tutti i casi assimilati al proletariato, perlomeno al proletariato tipo. Una cosa è lavorare costantemente sotto la minaccia del licenziamento, un’altra è una condizione in cui in un anno di vita si possono cambiare vari lavori e varie forme di lavoro, passando ad es. da uno stage gratuito in una ONG ad un periodo di disoccupazione, seguito da un tirocinio sottopagato da McDonalds, ancora da una pausa di disoccupazione, fino ad un altro contratto temporaneo come lavoratore atipico (con partita IVA) in un’agenzia di pubblicità. La possibilità di organizzare od anche solo immaginare una resistenza allo sfruttamento è nel secondo caso immensamente più problematica, e a nostro avviso non bisogna sottovalutare la novità permanente di questa difficoltà.

Che poi questi fattori negativi possano essere compensati da altri, come ad esempio il maggior numero di “senza riserve”, la possibilità di comunicare attraverso la rete e i social network, o un latente (ma solo latente) livellamento della condizione proletaria a livello internazionale, sono questioni da studiare che esulano dall’oggetto di Nuove frontiere della precarietà del lavoro.

Resta il fatto che “gli stage […] svolgono un ruolo chiave nell’educare i futuri lavoratori, oggi studenti, a non considerarsi lavoratori. Contemporaneamente sono uno strumento di primaria importanza per il disciplinamento dei futuri lavoratori alla precarietà, all’autosvalorizzazione, all’autosfruttamento, alle gerarchie esistenti sui luoghi di lavoro” (Cillo, p. 37), e nella “svalorizzazione complessiva della forza lavoro che è stata perseguita nei trent’anni di neoliberismo”.

N.B: Il libro è scaricabile gratuitamente al seguente indirizzo: http://edizionicafoscari.unive.it/libri/978-88-6969-160-7/

Recensione del libro curato da Rossana Cillo, Nuove frontiere della precarietà del lavoro, Stage, tirocini e lavoro degli studenti universitari, Venezia, Ed. Ca’ Foscari, 2017, pp.296, free access.

Questo articolo è stato pubblicato da Carmilla online il 2 novembre 2017

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