Spagna-Catalogna: sempre più tesa la situazione intorno all’indipendenza

di Maurizio Matteuzzi

Spagna-Catalogna, una partita a ping pong con la pallina che è una bomba e i giocatori sempre più vicini al baratro. Martedì 10 ottobre era l’attesissimo, il tesissimo D-Day. Meglio l’I-Day: I come indipendenza. Il giorno in cui il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, doveva presentarsi al Parlament di Barcellona per proclamare, la nascita della “Repubblica catalana come Stato indipendente e sovrano”. Nata sull’onda del referendum dell’1 ottobre, inutilmente contrastato a colpi di manganello dal governo di Mariano Rajoy (Partido Popular, la destra più rancida erede del franchismo) e dalle altre forze spagnole e spagnoliste (“Madrid”), a cominciare dal re di Borbone, per finire alla “sinistra” istituzionale e monarchica (il PSOE di Pedro Sánchez) passando per la destra liberale e ripulita dalla corruzione irrefrenabile del PP (Ciudadanos di Albert Rivera).

Per il “blocco costituzionalista” PP-PSOE-C’s il problema catalano era – è – solo un problema di “legalità” (e di ordine pubblico) e non di “legittimità” e di “diritto all’autodeterminazione”, dal momento che la costituzione del ’78 (anch’essa erede diretta dei 40 anni di dittatura franco-fascista) non prevede il diritto alla secessione. Quindi i 2 milioni di sì del primo ottobre, sui 5.3 milioni di elettori catalani, sono troppo pochi per invocare per l’indipendenza.

Ma, a parte il fatto che i votanti e i sì sarebbero stati con ogni probabilità molti di più se le condizioni di quel giorno fossero state meno orribili di quelle che hanno rimandato inevitabilmente alle immagini indelebili della Santiago del Cile pinochettista degli anni ’80 e del G8 del 2001 a Genova, è chiaro come il sole che il problema catalano, con tutte le sue implicazioni in giro per l’Europa e per il mondo, è un problema politico.

Comunque torniamo alla cronaca din giorno frenetico e drammatico. Martedì Puigdemont ha proclamato l’indipendenza ma l’ha “sospesa” nella sua effettività per lasciare la porta aperta al “dialogo” con Rajoy e il potere centrale. Scontando malumori e possibili rotture con i suoi alleati di governo (una coalizione fra la destra liberal-liberista del suo Partido Demócrata Europeo Catalán, il centro-sinistra della Esquerra Republicana de Catalunya e la sinistra radicale della Candidatura Popular de Catalunya).

La palla è tornata quindi nel campo di Rajoy. Che ha parato il colpo e l’ha rimandata verso Puigdemont. Dopo incontri e consultazioni notturne con Sánchez e Rivera, ieri mattina ha comunicato di avere “attivato” le procedure per l’applicazione dell’art.155 della costituzione che prevede la sospensione di una Regione da parte del potere centrale. “Attivata” ma non ancora “applicata” in attesa che Puigdemont dica con chiarezza se ha proclamato l’indipendenza o no.

Non è chiaro per quanto durerà la partita. Rivera è deluso perché voleva che il 155 fosse applicato subito. Sánchez è contento perché è riuscito almeno ad avere il sì delle Cortes a una commissione incaricata di proporre una riforma costituzionale in senso federalista (ma Ciudadanos non gradisce). Podemos è critico con Sánchez per il suo “chiaro appoggio” al 155 e il suo ritorno alla “triplice alleanza”.

La Borsa di Madrid è salita e lo spread è sceso. La pilatesca UE respira. E adesso che? Un’ipotesi è che il tripartito catalano si rompa e si vada a elezioni anticipate in Catalogna. Ma dopo? Un problemaccio per la Spagna. E non solo.

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