Perché la Catalogna piace

di Valerio Romitelli

Statistiche da citare non ne ho, né forse non le si potrebbe ricavare da nessuna parte e ammetto pure di potermi sbagliare, tuttavia sui fatti di Catalogna ho una netta sensazione: che a livello di opinione mondiale prevalga comunque la simpatia. Dagli svariati media consultabili,leggibili o ascoltabili come dagli infiniti segnali che vengono dalla rete mi pare infatti chiaramente percepibile che nell’insieme dei discorsi e delle chiacchiere planetarie il vantaggio dei consensi – sia pur di misura – finisca per andare al referendum, anche prescindendo dai suoi più accesi sostenitori. Ora, trovo ciò qualcosa di niente affatto scontato, ma assai sorprendente. Perché?

Ma perché in questo modo si sono rivelate quanto mai deboli tutte le argomentazioni mobilitate per condannare la rivendicazione dell’indipendenza catalana, nonostante si tratti di argomentazioni non da poco, all’apparenza del tutto razionali e pertinenti. Difficile infatti assolvere questa rivendicazione dalle imputazioni rivoltegli contro da parte dei suoi detrattori: di essere anticostituzionale, di non avere delimitazioni e contorni definiti, di essere priva di qualsiasi chiara prospettiva geopolitica, di rappresentare anche alcune delle frange più esclusive e xenofobe dei residenti in quella regione spagnola, di funzionare come copertura della corruzione serpeggiante tra i suoi governanti, di non avere neanche ottenuto quel fragoroso successo tanto voluto dai suoi promotori e così via.

La simpatia generale che comunque mi sembra circondare questa operazione è del resto dimostrata a contrario: dall’antipatia variamente affiorata nell’opinione globale nei confronti di Madrid, dello Stato spagnolo, delle sue misure repressive e così via. Un’antipatia, anch’essa razionalmente ben poco giustificabile, se si riconosce il referendum per quello che è stato, nella sua reale portata politica, che non è affatto pacifica e puramente democratica, ma si configura come un colpo di mano frontalmente e sordamente ostile alla sovranità della nazione spagnola.

Seguendo il tradizionale motto in origine aristotelico per cui la virtù starebbe nel mezzo, la maggior parte dei commentatori politologi lamenta l’assenza del dialogo tra le due parti istituzionali e l’incapacità dell’Ue di farsi mediatrice. Un discorso questo tanto più ripetuto, quanto accompagnato dalla svalutazione dei sentimenti della gente non solo in Catalogna, ma ovunque sia giunta l’eco del referendum. Invece di credere che ci sia qualcosa da meditare molto seriamente sulle forme di consenso generale ottenute da questa stramba e avventuristica manovra, le si abbassa volentieri ad espressioni “di pancia”. A ragionare in questo modo ci si dovrebbe però rassegnare a constatare lo strapotere di tali “espressioni di pancia” nella storia del mondo così come si presenta attualmente. Quel che è accaduto in Catalogna e la simpatia con la quale è stato generalmente accolto non ne fanno infatti un caso isolato.

Situazioni simili, di un’opinione globalmente favorevole ad azzardati tentativi referendari o elettorali di mutazione degli assetti geopolitici, – sia pur tenendo conto delle debite differenze – li possono infatti riconoscere, ad esempio, nel caso recente del Kurdistan o quello di tre anni fa in Scozia. Esempio contrario invece quello della Brexit: un’operazione, questa, che ha goduto di ben scarsi favori a livello planetario.

Cosa farebbe dunque la differenza? La mia ipotesi è che si tratti di un fatto molto semplice: il fatto che la Brexit, a differenza degli tre casi appena citati, abbia avuto come protagonista uno Stato nazionale, anzi lo Stato nazionale più eminente della tradizione imperialistica occidentale.

Altro che pancia, quindi: in simili questioni a giocare un ruolo cruciale sono i modi in cui la gente (o se piace di più: “la moltitudine”) elabora intellettualmente, pensa, le diverse possibilità del divenire degli Stati nazione. Ciò che si dovrebbe registrare a partire dal caso catalano è allora l’ulteriore conferma che nel mondo intero viene accolto con favore ogni rivolgimento che scaturisce fuori delle figure esistenti dello Stato e che ha come posta in gioco la sua rimessa in discussione più radicale. Se la Scozia, il Kurdistan e la Catalogna globalmente piacciono, mentre l’Inghilterra no, se l’indipendentismo dei primi riceve buoni indici di gradimento planetario, mentre la separazione inglese dall’Unione Europea no, ciò sono convinto dipenda dal fatto che gli Stati nazione ovunque e comunque sono oramai entrati in un declino irreversibile. Un declino che intacca alla radice la loro credibilità.

Non altrimenti si spiega la stessa vicenda dell’Unione Europea, nata male, astrusa, autolesionista fin che si vuole per i suoi Stati membri, ma al tempo stesso sempre più credibile di quanto lo potrebbe essere ciascuno di essi, una volta separatosi dagli altri.

Per riuscire a riflettere adeguatamente su questo orizzonte di “Stati a pezzi” che si sta aprendo di fronte ai nostri occhi occorre disfarsi di un’altra benda accecante sistematicamente offerta dai pretesi opinion maker e proprio per questo disinteressati di leggerne, dell’opinione universale, i contenuti più profondi. Questa benda consiste nel volere subito riconoscere un carattere positivo nella distanza critica che si manifesta sempre più decisamente a livello planetario nei confronti delle vecchie figure della sovranità. Questo contenuto starebbe nell'”identità”, nel supposto desiderio di identità di cui la gente sarebbe mondialmente preda. Religioni, preferenze sessuali, tradizioni familiari e locali, municipalismi e così via sarebbero le fonti di valori etici remoti che si starebbero riprendendo la rivincita sullo Stato e sulle modernizzazioni giuridiche, sociali, economiche impostesi in suo nome. Il supposto ritorno al passato o del passato che così si immagina consola certamente della fatica che oggi si fa a pensare un futuro non peggiore del presente. Ma si tratta di una consolazione che alla fin fine aggrava la disperazione da cui è motivata.

Tornando alla Catalogna più in particolare bisogna riconoscere che questa parola in fondo evoca troppe cose per significarne una nella quale identificarsi. Lo dimostra il fatto che mentre non è facile capire cosa vogliono coloro che oggi si suppongono anzitutto “catalani”, si capisce benissimo cosa non vogliono: Madrid, lo Stato spagnolo.

Qui torna allora buono il vecchio detto di Hegel, ma a caro anche a Marx, secondo il quale la storia procede sempre dal “lato cattivo”, sarebbe a dire oscuro, incerto, incognito. Si tratta allora di ammettere che non si sa bene dove stia andando il mondo, il mondo delle Nazioni e degli Stati, ma si sa di certo che sta andando oltre. Più o meno oltre le Nazioni e gli Stati.

Viva l’anarchia, dunque? O peggio, viva l’anarchia del mercato, ossia il neoliberalismo? In effetti, è chiaro che se nell’opinione mondiale domina l’antistatalismo, quell’antistatalismo che si manifesta ora nelle simpatie per il referendum catalano e nelle antipatie per Madrid, ciò dipende anche dal “pensiero unico” del neoliberalismo che oramai egemonizza l’intero pianeta da più di trent’anni imponendogli dogmi come “meno Stato, più mercato”. Tuttavia mi pare del tutto impraticabile, fuori tempo massimo, provare a contrastare questa tendenza in modo simmetrico: rivalutando lo statalismo in nome un “sovranismo” di sinistra da usare come arma contro l’antistatalismo neoliberale.

A dissuadere dal seguire simili orientamenti non mancano i segnali. Si pensi alle perverse convergenze tra marxisti, nazionalisti e/o xenofobi, tutti uniti nel chiudersi gli occhi di fronte al vorticoso movimento globale dei capitali e della forza lavoro in lotta per la sopravvivenza, per poi sfogarsi contro l’immigrazione di casa propria svilita a strumento delle multinazionali utile ad abbassare il salario dei lavoratori autoctoni.

Ma sotto la rubrica del “sovranismo di sinistra” si possono registrare anche altri fenomeni sicuramente meno inquietanti, ma pur sempre fuorvianti. Se si legge ad esempio il programma di Corbyn, campione non per nulla britannico della sinistra mondiale e che si compiace di stare seducendo la maggioranza degli elettori del suo paese, si può avere l’impressione di essere tornati ai tempi della guerra fredda, quando anche il capitalismo per non perdere la faccia provava ad imitare a suo modo la pianificazione statale alla sovietica. Una prospettiva questa certo tutt’oggi affascinante, ma che si espone ad almeno due obiezioni non di dettaglio. La prima è che senza la minaccia di comunismo in espansione (come era nel secondo dopoguerra) non si capisce come la Gran Britannia, patria della finanza mondiale, possa oggi accettare sul serio di farsi rinchiudere in una nuova gabbia statale. La seconda riguarda il fatto che la fine della sperimentazione comunista (a suo tempo così efficace nel moderare l’avidità congenita alla ricerca del profitto ad ogni costo) è avvenuta proprio a causa della statalizzazione burocratica dei paesi socialisti. Quella, intendo, compiutasi in Urss, in Cina e in altri Stati “fratelli” tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Credere oggi che lo Stato possa guarire l’economia dalle politiche neoliberali sarebbe dunque come volere combattere una nuova malattia con una vecchia.

Il punto da ricordare in questi tempi di totale confusione mentale in tema di politica è che il comunismo, ossia l’idea che ha nutrito tutta la sinistra nel corso del ‘900, significa essenzialmente “estinzione dello Stato”. In un’ottica che si voglia tutt’oggi di sinistra, come non compiacersi allora che questa estinzione, in un modo o in un altro proceda, anche se – come personalmente credo – il comunismo non sia più la parola adatta per esprimere il desiderio di giustizia sociale? Se Marx condivideva con Bakunin l’internazionalismo e la prospettiva dell’estinzione dello Stato, e dopo di loro anche gente come Lenin, è perché tutti costoro avevano capito che la sovranità nazionale altro non è se non una figura di origine religiosa che simboleggia l’ordine terreno come parte di un supposto ordine cosmico: una figura certo necessaria fino a quando questo tipo di ordine (tolemaico) è stato credibile, ma che evidentemente almeno da qualche secolo in qua lo è sempre meno.

A tutte queste considerazioni si può obiettare che Marx e i suoi seguaci hanno sempre sostenuto i popoli oppressi nelle loro rivendicazioni nazionali contro colonialismo e imperialismo. Ma nulla toglie che ciò valga ancora oggi,così come oggi vale parteggiare per la difesa dell’integrità della Repubblica Siriana la quale resiste al suo smembramento ad opera delle potenze oscuramente foraggianti persino l’Isis. L’importante è non credere che questo come altri Stati possano essere in quanto tali soggetti agenti, protagonisti diretti di qualche strategia politica. Da credere sono convinto sia piuttosto che ogni entità pubblica non funzioni altrimenti che come strumento organizzativo diretto da altri corpi collettivi. Questi altri corpi collettivi nel ‘900 sono stati i Partiti che hanno in buona parte disfatto e rifatto il mondo a loro somiglianza. Una delle cose di cui il nostro tempo così profondamente iniquo soffre di più va quindi visto nel venire meno di questi protagonisti collettivi che si sono esauriti proprio burocratizzandosi, dunque statizzandosi. E non lasciando eredi altri tipi di corpi collettivi.

Per capire quanto la figura dello Stato si trovi oggi declassata dal centro di elaborazione delle strategie politiche è quanto mai istruttivo osservare come funziona lo Stato che governa il mondo. Già da tempo, ma con Trump più che mai, la stessa Casa Bianca è infatti ben lungi dall’essere il luogo in cui vengono concepiti gli orientamenti dai quali Stati Uniti e mondo intero sono diretti. Ciò che accade in questo luogo lo rivela infatti piuttosto come un’arena, come un ring, dove le diverse ed oscure lobby economiche e militari, ognuna con una propria strategia concepita in separata sede, si sfidano e se le danno di santa ragione. Di qui i paradossi come quello più che mai flagrante e disastroso di sostenere e allo stesso tempo bombardare l’Isis.

Gli Stati uniti del resto sono la patria del neoliberalismo e il neoliberalismo, si sa, vuole lo Stato ridotto a funzione del mercato o meglio dei capitali che se ne contendono il dominio. Per questo ad ogni Stato che non sfugge all’orbita neoliberale è imposta un’agenda con due compiti principali: garantire la sicurezza per attrarre investimenti sui suoi territori e valutare quali parti delle popolazioni residenti su questi territori meritino di godere della sicurezza. Sempre meno welfare, dunque, sempre più sicurezza e valutazione. Due funzioni queste che possono essere sempre più sottratte al pubblico e delegate ad agenzie private. Questa quindi è la via capitalista a ciò che osanna come “cambiamento” e alla cui conclusione si immagina esserci “burocrazia zero”, per la gioia dei più meritevoli premiati dal mercato e delle loro sempre più striminzite clientele.

La prima domanda allora è: quale può essere la via per un cambiamento alternativo a questo tipo di cambiamento? Immaginarsi di tornare ad uno Stato “come una volta”, insisto, non può essere una risposta. Come voler far andare all’indietro la ruota della storia.

Via, lontano, dallo Stato, dunque. Non è questa una parola d’ordine che si possa lasciare al neoliberalismo. Ma neanche si può pretendere di fare come se lo Stato non esistesse più. Una delle lezioni da trarre dall’esperienza che ha portato al referendum catalano sta allora nel confermare quanto siano politicamente fuorvianti sia la “stato-fobia”, che porta solo ai vicoli ciechi nei quali il “catalanismo” rischia evidentemente di finire, sia la “statolatria”, di cui Madrid si dimostra preda. La discussione su un piano più generale riguarda il quanto e il come sperimentare questo inevitabile cambiamento di un mondo travagliato dalla perenzione in corso delle figure dello Stato e della Nazione.

Una seconda domanda quindi è: quale orientamento politico provare ad imprimere a questo cambiamento, con quali organizzazioni del, nel, sociale? Non vedo altro terreno se non questo per farsi un’opinione sul carattere propriamente politico o strumentale degli svariati esodi oggi sperimentati rispetto alla figura dello Stato. Ed è proprio da questa angolatura che il progetto dello scisma catalano, nonostante tutte le simpatie che riscuote in ogni dove, risulta tanto più inconcludente quanto più estraneo e indifferente alle esperienze politiche spagnole più recenti e rilevanti.

Si comprende l’imbarazzo della sindaca Colau (che di queste esperienze è stata tra i più importanti promotori) di fronte alle domande sul referendum e al suo rifugiarsi nel già ovunque ripetuto appello al dialogo tra le parti.

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