Catalogna, una crisi di sistema

di Joan Subirats

La tradizione politica vede nel conflitto il suo asse fondamentale. Di fatto, la democrazia è il sistema politico che ha assunto legittimità perché capace di garantire, in maniera pacifica, il confronto tra idee e interessi diversi, tra maggioranze e minoranze. In un sistema politico ragionevolmente organizzato, inteso come il quadro comune entro cui muoversi, la qualità della democrazia dipenderà dalla capacità di dissenso che è in grado di contenere senza recare danni alla convivenza civile. La questione si complica quando, per qualsiasi motivo, uno o più degli attori che operano in questo quadro di riferimento comune, non si sentono inclusi nel sistema, non sentono riconosciute le proprie differenze e non vedono opportunità di difendere le proprie idee e valori. E così finiscono per percepire come oppressiva e asfissiante quella che fino a poco prima era vista come un’arena condivisa.

La Spagna, dal suo consolidamento come Stato contemporaneo, ha attraversato diverse crisi di questo tipo. Ciò che adesso ci preoccupa non è quindi un fenomeno completamente nuovo. Anzi, è ripetitivo. Non sembra ragionevole pensare che questa sia solo una conseguenza della resilienza protestataria di una delle parti, piuttosto è bene pensare in termini di responsabilità condivise e di problemi interni alla concezione di base del sistema.

Non ci servono soluzioni o esperienze utilizzate in passato. Siamo ancora intrappolati negli schemi (westfaliani) del XIX e del XX secolo. E questi schemi servono sempre meno a manovrare nel grande scenario delle interdipendenze incrociate che caratterizzano la globalizzazione e il grande cambiamento tecnologico. Alcuni mesi fa, ricevendo il Premio Diario Madrid, la direttrice del Guardian, Katherine Winer, ha espresso il suo totale scetticismo sulle possibilità reali di una Brexit, e i fatti le stanno dando ragione.

Le ragioni risiedono nell’interdipendenza irreversibile che si è generata in Europa tra imprese, entità di tutti tipi, dinamiche sociali, familiari e comunitarie. Non è possibile sbrogliare la matassa senza generare enormi danni collaterali. L’Europa è già un insieme di persone e gruppi molto più interconnessi tra loro di quanto la debole e fragile sovrastruttura politica mostri. Se questo discorso è vero per tutta l’Europa, perché non dovrebbe valere nel caso della Spagna e della Catalogna?

Ciò che probabilmente ha riunito, martedì scorso, centinaia e centinaia di giornalisti provenienti da tutto il mondo nelle strade vicine al Parlamento catalano è stata questa anomalia. Il fatto che un Paese che è totalmente “Europa” dal punto di vista sociale, economico, universitario, sindacale e istituzionale potrebbe “rompere” questi legami per tornare a ricostruirli subito dopo. E che tutto questo stava accadendo non a causa dei disegni inspiegabili di un’élite cospirativa, ma (come mostrato il primo ottobre) dalla mobilitazione di centinaia di migliaia di persone in grado di organizzarsi pacificamente e in maniera esemplare. Qualcosa di inspiegabile è accaduto in Catalogna.

Abbiamo il problema di un sistema politico che non riesce ad adattarsi ai nuovi tempi. Ridurlo a una questione di sovranità è tremendamente schematico e semplicistico. Siamo di fronte a un problema di riconoscimento. Di mancanza di accettazione della diversità intrinseca di un Paese complesso. Che lo era già cento anni fa, e che ora lo è ancora di più. Chiunque voglia continuare a difendere una concezione di sovranità unica ed escludente, per quanto la si camuffi come “riforma costituzionale”, non ha capito niente di quello che sta succedendo e verso quale futuro stiamo andando.

Amador Fernández Savater, in uno dei tanti commenti apparsi sui fatti relativi alla Catalogna, ha dichiarato: “La lotta finale è l’espressione che definì l’emancipazione nel ventesimo secolo e che comportava la distruzione dell’altro (il nemico di classe o nazionale). L’emancipazione oggi si pone altre domande: come vivere insieme tra diversi? Cosa ci unisce, nonostante ciò che ci separa? Perché l’altro non scompare e questo mondo condiviso è l’unico che c’è”. Questa è la nuova bandiera della sinistra emancipatrice.

Quello che dobbiamo fare è riconoscere che l’uguaglianza e l’omogeneità non sono la stessa cosa. Che dobbiamo porre la diversità nella nostra scala centrale dei valori. Che siamo condannati a vivere insieme, ma riconoscendo la diversità degli altri e prendendoci cura delle nostre interdipendenze. E solo allora potremo affrontare il dibattito chiave delle sovranità concrete e reali che ci sfidano e incalzano, giorno dopo giorno e da vicino.

Questo articolo è stato pubblicato da Micromega online il 16 ottobre 2017

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