Il femminicidio e la sindrome maschilista: la punta dell’iceberg

Femminicidio

di Maria Mantello

Il femminicidio è la punta dell’iceberg: il visibile del virus maschilista, che continua a veicolare grazie agli stereotipi sessisti per il controllo del corpo delle donne. Questi, sedimentati per secoli, e accettati nella passività dell’abitudine, creano quell’omertosa solidarietà sociale, che è l’invisibile supporto della sindrome maschilista, che estrinseca la sua sintomatologia nella più variegate condotte misogine della quotidianità.

Gli stereotipi, possiamo definirli una scorciatoia cognitiva della mente, che nell’associazionismo pulsionale, salta l’analisi critica e abbraccia la più comoda tradizione reazionaria, che schiaccia l’individualità su appartenenze identitarie di genere: funzionali al perdurare di strutturali asimmetrie di potere. Una vera e propria categorizzazione sociale, spacciata per “normale”, “naturale”, come appunto è la supposta superiorità del maschio sulla femmina.

Nella costruzione di questo sistema, il cattolicesimo ha avuto un ruolo determinante nel nostro Occidente, trasformando la funzione biologica della maternità, in un’essenza, in una caratteristica principio e fine esistenziale per le donne. Una “vocazione” (questa la parola usa il clero cattolico oggi) a essere strutturalmente sposa-madre. Ogni donna, quindi, indipendentemente dal fatto di avere o meno figli, sarebbe «naturalmente» «dedita all’altro». Eterna costola di Adamo.

Paolo di Tarso, l’ideologo del cristianesimo, scriveva: «L’uomo è il capo della donna» (Lettera ai Corizi I,11,3);«La donna deve stare soggetta in tutto al marito» (Lettera agli Efesini, 5, 24; Lettera ai Colossesi, 3,18); «Le donne nelle riunioni devono tacere; se vogliono essere istruite in qualcosa interroghino i loro mariti a casa, perché è indecoroso che una donna parli in pubblico» (Lettera ai Corizi I, 14, 34-35); «La donna impari in silenzio con ogni sottomissione. Non permetto alla donna d’insegnare, né d’usare autorità sul marito, ma stia in silenzio. Infatti Adamo fu formato per primo, e poi Eva, e Adamo non fu sedotto, ma la donna, […] tuttavia sarà salvata partorendo figli, se persevererà nella fede, nell’amore e nella santificazione con modestia» (Lettera a Timoteo I, 2, 11-15).

Muta e obbediente, inchiodata alla croce dell’ancillare fiat mariano. Un modello cardine dell’ideologia cattolica dalla patristica ai nostri giorni.

Rilanciato con forza da papa Wojtyla per contrastare l’emancipazione delle donne e riportarle al ruolo di fattrici (Mulieris Dignitatem, Evangelium vitae, Lettera alle donne, ecc.); proseguito da papa Ratzinger; ribadito da papa Bergoglio che nelle celebrazioni dei venticinque anni della Mulieris Dignitatem non si è stancato di ripetere: «Rimane il fatto che è la donna che concepisce, porta in grembo e partorisce i figli degli uomini. E questo non è semplicemente un dato biologico, ma comporta una ricchezza di implicazioni sia per la donna stessa, per il suo modo di essere, sia per le sue relazioni, per il modo di porsi rispetto alla vita umana e alla vita in genere […]». (Roma, Sala Clementina 12 ottobre 2013).

Altro che rivoluzione! Il modulo identitario non varia. Un modulo che la Chiesa cattolica continua ad amplificare e moltiplicare nelle celebrazioni di schiere di sante che sono sempre: vergini, caste, vocate al sacrificio, fino alla morte. Uno “spirito sacrificale”, che addirittura recentemente è stato esaltato da un parroco al funerale di una vittima di femminicidio.

Immacolata Maria Rumi, uccisa di botte dal marito. 35 anni di matrimonio, 35 anni di violenza continua e feroce che lei non aveva mai denunciata. E neppure nessuno dei familiari, che mai erano interventi per contrastare quell’epilogo annunciato. Quella morte hanno accolto senza eccessiva sorpresa come disse il Giudice delle Indagini Preliminari: «Non si registrano reazioni tipiche dinanzi a una morte del tutto improvvisa: ma viceversa una certa disperata rassegnazione ad un epilogo quasi annunciato»…

Testimonianza di uno dei figli della poveretta « Mio padre andava su tutte le furie solo perché mia madre gli rispondeva».
Sposo padrone, moglie sua proprietà, fino all’omicidio Ti distruggo perché sei mia. Altro che raptus! Questi uomini che uccidono sono lucidissimi e freddi.

Il marito di Immacolata, il bastone per picchiarla l’aveva pronto nel portaombrelli, e lo prendeva quando schiaffi, calci e pugni secondo lui non erano sufficienti. Un rituale sacrificale per tenere in riga la moglie.

Un modello sedimentato per secoli: «buona, paziente e generosa verso il marito», come quello che raccomandava S. Agostino, portando sua madre Monica ad esempio, che cito: «Giunta in età matura per le nozze, fu consegnata a un marito che servì come un padrone» (Confessioni, IX 9, 19).

Sono passati diversi secoli, ma questo putridume maschilista continua a veicolare subdolo e “benedetto”. E sì perché il prete, alla celebrazione del funerale di Immacolata ha detto: «Si è liberata nel martirio».

Il femminicidio, diventa così addirittura un rito di testimonianza (martirio) della vittima: rimasta al suo posto di sposa madre (ben 6 figli), subendo violenze per anni e anni.

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Dalle violenze più brutali e rozze a quelle più subdole e ovattate, si sta riannodando tutta la rete maschilista di patriarcato globale, che attraverso il controllo del corpo delle donne, porta l’assalto alla democrazia. Ecco allora che il maschilismo va considerato una sindrome sotterranea che minaccia la stessa democrazia.

È la brodaglia della sottocultura maschilista che va estirpata. Quel maschilismo “invisibile” che come un virus resiste metabolizzandosi contro gli anticorpi della libertà e dell’uguaglianza.

Un maschilismo che oggi si maschera sempre più dietro il paternalismo per celare l’invidia e la competizione con le donne – rispetto ai loro compagni spesso più intelligenti, colte… e magari realizzate anche socialmente.

Ecco allora che l’asimmetria di potere è messa in crisi e il neo-maschilismo cerca di riaffermarla attraverso i cantori della Complementareità. Ma attenzione perché è la maschera del maschilismo “benevolo” che sogna il ripristino della gerarchia dei ruoli, per impedire che quella parità conquistata dalle donne sul piano giuridico non si affermi nella pratica quotidiana, a partire dalla realtà famigliare.

C’è però qualche spiraglio positivo. Da qualche anno in Italia si sta sviluppando l’associazionismo degli uomini contro il maschilismo.

Importante il movimento “Prima della Violenza”, che attualmente è sempre più impegnato a denunciare il retroterra di minacce, ricatti, abusi, relazioni di dominio maschile: «La violenza degli uomini verso le donne – si legge nel loro Manifesto – non si può liquidare come patologia di pochi. Essa nasce nella nostra normalità […]. Condannare la violenza senza riconoscere la “cultura” che la produce e la giustifica, è un gesto vuoto. Non si tratta di ergersi a giudici di altri uomini o a “difensori delle donne” ricreando un ambiguo paternalismo, o di attivarsi solo per sensi di colpa o senso del dovere, ma di interrogarci sui nostri desideri, sulla capacità di riconoscere la nuova autonomia e la nuova libertà delle donne […]. Perché per molti uomini è intollerabile la libertà di una donna così come è intollerabile una sessualità diversa […]. L’adesione a presunte attitudini maschili e femminili, l’imposizione di una norma nelle relazioni affettive, contribuiscono a generare questa violenza, impoveriscono la libertà di tutti e tutte, costringono le nostre vite in gabbie invisibili».

Impensabile fino a qualche tempo fa un Manifesto degli uomini contro il maschilismo. Impensabile fino a qualche tempo un sito su internet, «uomini contro la violenza», e le campagne di pubblicità-progresso con testimonial maschili del cinema, dello sport, della cultura … ammirati dal grande pubblico.

C’è moltissimo da fare, ma il fronte maschilista si è incrinato.

Questo articolo è stato pubblicato da Micromega online il 15 settembre 2017

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