Padania, l’insostenibile referendum del Pd. Dal centralismo renziano al centralismo regionale

di Andrea Ranieri

Dopo una stagione di forsennato centralismo il PD riscopre il federalismo. I sindaci PD della Lombardia – Sala e Gori in testa – annunciano che voteranno si al referendum promosso da Maroni e Zaia, per tenere al Nord una quota maggiore dei soldi del fisco che oggi vanno allo Stato. I sindaci piddini aggiungono alla sicurezza e alla sanità, da sempre cavalli di battaglia dei padani, la necessità di trattenere risorse al Nord per la ricerca e la innovazione.

Tutti sembrano ragionare come se la recente stagione di centralismo abbia sottratto risorse al Nord per redistribuirle alle Ragioni Meridionali. In realtà il centralismo statalista renziano non assomiglia in nulla al centralismo del periodo keynesiano che redistribuiva risorse per evitare il crescere delle disuguaglianze fra le diverse aree del Paese. Si è assunto al contrario il ruolo di guardiano del debito, scaricando sui comuni il maggior onere delle operazioni di riequilibrio finanziario, e dall’altro ha spostato in maniera sempre più accentuata risorse dai deboli ai forti, con una sorta di meritocrazia applicata ai territori.

Sala, che insite per avere più risorse per ricerca e innovazione, dovrebbe sapere che oggi al progetto Human Technopole nell’area ex Expo sono destinate più risorse di quelle che vanno al finanziamento dell’insieme dei progetti di ricerca di tutto il territorio nazionale.

Ed il neocentralismo statale ha accompagnato la progressiva trasformazione delle Regioni da organi di legislazione, programmazione e indirizzo ad una attività sempre più gestionale, trattenendo in maniera impropria risorse che andavano destinate ai comuni, e invadendo lo spazio a disposizione delle città per programmare in maniera coerente i propri interventi sul terreno del sociale, del lavoro, della cultura. Lo stesso superamento delle province ha accentuato questa deriva. Le funzioni e il personale sono in prevalenza passati alle Regioni, accentuandone ancora di più il carattere gestionale.

Quelle che hanno pagato i prezzi più alti di questo riassetto dei poteri sono state le città, piccole e grandi. La logica è quella di allontanare il più possibile i luoghi della decisione e i centri di spesa dai luoghi in cui i cittadini possono far sentire la propria voce. Non c’è traccia dei comuni nei provvedimenti per la scuola, pur essendo ormai acclarato che la capacità delle scuole di evitare la dispersione e di costruire percorsi didattici innovativi, dipendono dagli investimenti economici, politici e culturali delle città, ne c’è alcun ruolo previsto per comuni nelle politiche del lavoro, terreno di conflitto sempre più aspro – dopo la bocciatura della riforma Costituzionale – fra il centralismo statale e quello regionale.

Il no al referendum ha bocciato il tentativo di portare organicamente in Costituzione il neo centralismo renziano. La Lega cerca di riempire lo spazio vuoto col neo centralismo regionale e con un federalismo che prescinde da ogni idea di solidarietà nazionale. Il PD cerca di recuperare spazio, in questo come in altri campi, sulla scia del vento leghista, magari moderandolo un po’. La sinistra che è stata centrale nella battaglia per il NO no al referendum costituzionale deve mettere in campo rapidamente una sua idea di federalismo, al cui centro non possono che essere le città, in cui si manifestano più acutamente le diseguaglianze e insieme i tentativi più maturi di contrastarle.

Le politiche oggi possibili contro la povertà e il degrado sociale ed ambientale passano oggi dalle città, e nelle città vivono i soggetti che di queste politiche possono essere protagonisti. Questa consapevolezza deve portare ad una vera e propria inversione di rotta rispetto a come sono stati considerati dalla politica i poteri delle città rispetto allo Stato Nazione e all’Europa. Viviamo in un contesto in cui poteri e risorse delle città sono residuali rispetto ai poteri esercitati altrove. In una catena della subalternità che parte dai luoghi dove i potenti della terra, i padroni della finanza e delle reti, decidono i destini del mondo, passa per gli organismo sovranazionali che di quei poteri hanno assunto le logiche e gli indirizza, arriva agli Stati nazione in cui la competizione politica è fra chi è più o meno in grado di garantire il rispetto di quelle regole e di quei vincoli.

Una catena della subalternità che mette a rischio la democrazia. Invertire la rotta significa partire dalle città, dalle risorse economiche e politiche necessarie per rispondere alle domande dei cittadini che aspirano ad una vita degna, e da lì ridefinire i poteri delle Regioni, dello Stato Nazione, dell’Europa. Rovesciando la rotta del centralismo, e nutrendo di queste domande la lotta per cambiare i trattati di un’Europa sempre più iniqua e più lontana. Si tratterrà di mettere a fuoco precise proposte di riforma degli assetti esistenti, a partire dalla messa in discussione dell’art.81 della costituzione improvvidamente riformata, ma intanto cominciando a disubbidire agli imperativi iniqui che pesano sulle città. Napoli e altre città hanno cominciato a farlo. Unire le città disubbidienti è uno dei compiti più urgenti della sinistra italiana ed europea.

Questo articolo è stato pubblicato da Per la democrazia e l’uguaglianza il 27 luglio 2017 riprendendolo dal Manifesto.it dello stesso giorno

Autore dell'articolo: Amministratore

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