La mia indignazione per quello che sta accadendo nel campo della sanità

Sanità

di Vincenzo Tradardi * (testo adattato da Gianluigi Trianni)

Oggi sono venuto perché volevo urlare la mia indignazione per quello che sta succedendo nel campo della sanità. Mi avete presentato come ex-presidente dell’Unità Sanitaria Locale n. 4 di Parma, e stiamo parlando del 1980, cioè degli anni di applicazione della grande riforma sanitaria. La legge 833 fu approvata nel dicembre 1978, un anno durissimo, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro. Eppure alla fine di quell’anno tragico le forze politiche a grandissima maggioranza approvarono questa grande riforma sanitaria.

Pensare che la riforma sanitaria sia stata il frutto del lavoro parlamentare è non dire la verità. La riforma sanitaria fu prima di tutto frutto concreto delle lotte, e non solo dei lavoratori della sanità, ad esempio nei nostri ospedali, ma anche dei lavoratori che con i sindacati compresero il valore della tutela della salute in fabbrica e quindi della prevenzione.

Quante manifestazioni e lotte di straordinario valore abbiamo fatto, a Parma, come altrove, e con protagonisti i lavoratori, non solo gli addetti alla sanità. La riforma sanitaria non fu un atto delle commissioni parlamentari se non nella parte finale. Fu il frutto di un grande, grandissimo movimento di massa in tutto il paese che segnava un cambiamento radicale.

Perché dico radicale, forse unico? Perché, e l’ha sottolineato oggi Cristina Quintavalla**, era basato su due valori fondamentali della nostra Costituzione, la solidarietà e l’uguaglianza. I più giovani non se lo ricordano, ma prima dell’approvazione della Legge di riforma sanitaria 833/’78 c’erano le così dette mutue.

La mutua era un modo per garantire a ogni categoria sociale la salute in base alle proprie disponibilità, e qualche categoria sociale addirittura non aveva alcuna mutua, quindi c’era una diversità di diritti enorme. L’art. 32 della Costituzione, frutto dei padri e delle madri costituenti, stabilì una cosa molto particolare: come ci ha ricordato la professoressa C. Carlassare***, fra i tanti diritti che la Costituzione assicura ai cittadini, fu attribuito al diritto alla salute una caratteristica particolare, e gli fu dato un aggettivo, il diritto alla salute è un diritto fondamentale.

Perché è fondamentale il diritto alla salute? Perché una discriminazione dal punto di vista della salute è inaccettabile in quanto mette in discussione qualcosa di esistenziale per il cittadino.

Ovviamente, scritta la Costituzione e approvata a grandissima maggioranza, ci vollero molti anni per realizzare questo diritto: era nelle cose poiché i padri costituenti non stavano elaborando un Decreto Legge che da un giorno all’altro attuasse un diritto, ma un principio cui avrebbe dovuto ispirarsi la vita politica della nazione.

Questo avvenne con la Legge 833 del 1978 che ha decretato una cosa straordinaria: superate le mutue, quindi i differenti trattamenti dei cittadini, tutti secondo le proprie disponibilità devono contribuire alla assistenza sanitaria pubblica. Così fu stabilito un principio estremamente innovativo, socialista potrei dire, poiché stabiliva che i fondi per finanziare il Servizio sanitario pubblico fossero acquisiti tramite la fiscalità generale cui si contribuisce in proporzione al reddito.

Chi ha più deve contribuire in modo maggiore, chi non ha nulla non deve dare nulla. È un criterio di straordinario valore civile che sancisce il principio della solidarietà fra i cittadini. Un principio di valore enorme, ovviamente messo ben presto in discussione dal Ministro che doveva attuare questa grande riforma e che era un liberale.

La manutenzione della riforma è stata molto problematica. Molti diranno: “Ma chi è questo Tradardi, ex-presidente di una USL? Non esiste più il termine USL, oggi esistono le AUSL, le Aziende Unità Sanitaria Locale”. Il nome è stato cambiato e la gente non capisce più nulla, pensa che siano tutti aspetti burocratici, ma non lo sono. Nel 1991 il Presidente del Consiglio Amato ha fatto un atto di grande controriforma, la aziendalizzazione: le USL diventano aziende e fanno capo alle regioni non fanno più capo ai comuni associati del territorio ma alle regioni che dal 1981 legiferano, amministrano, e quindi a catena discendente nominano tutti e controllano tutto. Credo che non esista nessun esempio in Italia in cui tutti i poteri siano stati concentrati nello stesso livello istituzionale.

E arrivo sùbito al Titolo V della Costituzione, che qui interessa perché adesso si dice che le Regioni d’Italia – aventi sistemi sanitari diversi, e questo in parte è vero – hanno creato differenze profonde da Regione a Regione. Si dice che per ovviare a questo problema dei venti sistemi sanitari diversi dobbiamo restituire allo Stato nazionale i poteri della sanità.

È una di quelle mascalzonate infinite. Primo, perché lo Stato oggi ha poteri enormi di intervento sulla sanità e lo vediamo tutti i giorni. Per esempio decidendo le risorse. Il governo prima si riunisce e decide con la Conferenza Stato-Regioni qual è l’entità del fondo sanitario nazionale poi si ne prende beffa cambiando qualche giorno dopo quanto era stato ‘pattuito. Succede sistematicamente.

Allora perché dico che il trasferimento allo Stato centrale del potere in sanità è una presa in giro ed è un po’ la favola di Cappuccetto Rosso? Perché restituendo allo Stato tutti i poteri in sanità, (cosa per la quale occorrerebbe prima indicare come lo Stato potrebbe garantire a tutte le realtà nazionali una pari qualità e dignità dei Servizi sanitari,) stiamo consegnando allo Stato quello che sta progettando, una distruzione del Servizio sanitario nazionale.

Se fino a oggi hanno deciso con qualche fatica, nel momento in cui lo Stato centrale avesse tutti i poteri, la strada per distruggere il Servizio sanitario nazionale sarebbe enormemente potenziata. Altro che eguale qualità e dignità. E’ un trucco malvagio, che bisogna denunciare. Si arriverà a un processo di distruzione della sanità. Come viene distrutta la sanità in Italia?

Viene distrutta attraverso le convenzioni con i privati. Pensate alla sanità della Lombardia, della Liguria, del Lazio, in cui le convenzioni venivano date a man bassa ai privati. Il meccanismo che sta prendendo piede e si sta insinuando è tutto diverso. Sta facendo passi enormi in avanti l’idea che occorre costruire un altro bilancio della sanità perché la sanità pubblica non ce la fa. Si sta insinuando l’idea che accanto al bilancio della sanità pubblica bisogna creare il secondo pilastro, quello delle assicurazioni.

Noi abbiamo assistito anche recentemente a casi come quello di Federmeccanica, che ha deciso di non offrire alcun aumento salariale ai dipendenti e di offrire invece polizze assicurative sanitarie. Sembra una cosa incredibile. Come mai i datori di lavoro sono interessati a sostituire aumenti salariali con polizze assicurative? Ma perché sanno benissimo che:

  • 1. Per queste polizze assicurative avranno dei benefici fiscali, non lo dicono ma è così.
  • 2. Fidelizzano i dipendenti: io ti faccio questa assicurazione quindi tu sei fidelizzato.
  • 3. Rompono la solidarietà alla base dell’universalismo: questo meccanismo significa che chi ha una assicurazione integrativa forse si può difendere, ma non possono farlo i disoccupati e chi non si può permettere una assicurazione integrativa.

Crolla tutto quel meccanismo che faceva della riforma sanitaria un fattore di integrazione e di unità del Paese. E anche il sindacato sembra stia accettando questa assicurazione integrativa. Una cosa gravissima. Sta passando l’idea che i pacchetti assicurativi sono la modernità. I pacchetti assicurativi li conosciamo benissimo, è la storia degli Stati Uniti d’America, dove hanno creato disastri enormi. Quando le assicurazioni mettono le loro mani su questi pacchetti è difficile tornare indietro.

Il “pacchetto sanitario” fa l’interesse di chi vuole speculare, perché il pacchetto sanità è di 115 miliardi di euro pubblici cui si vanno ad aggiungere 34 miliardi di spesa out of pocket che il cittadino affronta senza aspettare il servizio pubblico perché ha fretta o per altri motivi. Stanno mettendo le mani su questo enorme bancomat di 130-140 miliardi di euro, e per questo gli speculatori oggi stanno pensando alla sanità avendo già ottenuto sul sociale tutto quello che avevano chiesto, perché il sociale è quasi completamente privatizzato, e sappiamo come è stato privatizzato il sociale a Parma come altrove.

Occorre difendersi da questo inaudito attacco. Alcune settimane fa la dr.ssa C. Gibertoni, la Direttrice della AUSL di Bologna, ha fatto una conferenza stampa per esaltare una convenzione in cui i soci di UniSalute, che è una branca di Unipol, fanno una convenzione con l’AUSL che garantisce attraverso l’attività dei medici intra-moenia un canale privilegiato per accedere a prestazioni ambulatoriali ma anche a prestazioni chirurgiche, e si mettono addirittura a disposizione posti letto ai medici, così si “lisciano” anche loro affinché svolgano la loro attività in alternativa al Servizio pubblico.

Cioè si esalta un meccanismo che sta dividendo i lavoratori tra quelli che hanno un canale privilegiato, siccome sono soci di UniSalute, e quelli che invece non ce l’hanno. Ma stiamo arrivando a tale livello di aberrazione che le aziende pubbliche si fanno promotrici degli interessi e delle attività private. E’ una cosa odiosa.

Ma noi siamo nella Regione Emilia-Romagna, direte, e quindi siamo ben protetti perché noi della regione Emilia-Romagna combatteremo contro queste aberrazioni. No signori, la regione Emilia-Romagna, proprio la Regione Emilia-Romagna, è alla testa di questo processo. E’ di questa esigenza tanto innamorata che ce l’ha messa tutta per far entrare nella sanità come secondo polo, quello privatistico e delle polizze assicurative, e ha fatto anche una prova d’anticipo. Nel 2009, infatti, il signor Errani, che non è la brava persona di cui si parla, ha fatto una convenzione per assicurare i propri 2.700 dipendenti, e questo con i soldi nostri perché la Regione versa 170 euro per ogni dipendente. Pensate a che punto siamo arrivati: la Regione Emilia-Romagna, che gestisce il Servizio sanitario nazionale, promuove questa assicurazione per i suoi stessi dipendenti.

Io posso capire Federmeccanica che, almeno per ora, non gestisce il Servizio sanitario nazionale. Ma qui siamo in anticipo sugli eventi. Dal 2009 la Regione Emilia-Romagna di Vasco Errani, e poi quella di Bonaccini ovviamente perché c’è una continuità totale, fa convenzioni per garantire non a tutti i cittadini dell’Emilia-Romagna ma ai propri dipendenti, con soldi anche nostri, una assicurazione integrativa che è in contrasto con gli interessi della stessa Regione che gestisce il Servizio sanitario nazionale: è quindi in competizione.

Ma ci si rende conto che con i nostri soldi promuovono la distruzione del Servizio sanitario nazionale e regionale? E che questo è il modello che sta andando avanti. Ci possiamo difendere? Chi ci sta difendendo?

Sono rimasto sorpreso dal fatto che gli unici che hanno preso posizione sono alcune organizzazioni sindacali mediche, considerate corporative, le quali sono scese nella fase di lotta e recentissimamente hanno elaborato un documento di straordinaria lucidità “Le scelte di politica sanitaria in Emilia-Romagna (documento di dissenso)”. I medici, e tra essi anche quelli della Funzione pubblica della CGIL con questo documento elencano le cose più turpi che avvengono, «nella inadempienza della parte pubblica degli impegni sottoscritti, l’assenza di corrette e proficue relazioni sindacali oggi trasformate in “comunicazioni bilaterali”. Ciò premesso, si prevedono – state attenti – significativi e radicali cambiamenti nelle scelte politiche: “una sanità nel prossimo futuro che relega l’ospedale di prossimità, e non il territorio intero, a un luogo sempre meno significativo ed efficiente tale da favorire l’unica soluzione di una privatizzazione gestita dalle grandi compagnie assicurative”.

I medici riescono a vedere bene queste cose, e cioè «la fine del Servizio sanitario pubblico universalistico e solidaristico e il ritorno alla salute variabile per censo e possibilità economiche». Lo scrivono i sindacati medici, alcuni considerati corporativi. Speriamo che tengano botta, ma io so certamente una cosa: la lotta pur generosa di questi sindacati sarà perdente se li lasceremo soli.

Questi operatori della sanità sono tartassati in ogni modo: da sette anni vi è il blocco del contratto, il turn over è bloccato. Il precariato ha fatto il suo ingresso nella sanità. Recentemente ho avuto una esperienza in ospedale che mi ha colpito: parlando con giovani infermiere e infermieri, molto bravi, ho scoperto casualmente, nella confidenza che si stabilisce nel corso di vari giorni di ricovero, che erano stati assunti in numero di sessanta attraverso una agenzia interinale.

Ma vi rendete conto che cosa significa inserire il precariato in un Servizio pubblico come l’ospedale, in cui la continuità terapeutica e la formazione della équipe sono fondamentali? Il precariato. Come se la assistenza sanitaria fosse costituita da prestazioni semplici solo da mettere insieme. Ma vi rendete conto che danno? Eppure oggi il precariato fa parte dell’orizzonte aziendale. I cittadini, utenti che oggi vengono presi per il naso e beffeggiati con questa proposta di un’assicurazione: ma tu stai già pagando un’assicurazione, il tuo Servizio sanitario nazionale lo stai già pagando, non devi pagarlo una seconda volta, eppure assistiamo a questi processi che vedono come protagoniste alcune grandi lobby.

E in Emilia Romagna le grandi lobby sono le cooperative e in particolare Unipol, perché Unipol ha grandissimi interessi nel settore delle assicurazioni: è la seconda grande compagnia assicurativa in Italia, e oggi ha creato anche la branca sanitaria UniSalute che promuove la salute, promuove le prestazioni sanitarie come merce che si può vendere nei supermercati così come si vendono tutte le altre merci.

Se allora non facciamo un’opera di grande iniziativa per far capire a quale drammatica distruzione siamo di fronte, non possiamo immaginare che questa ondata reazionaria di trent’anni o forse più possa essere fermata. Da qui nasce la mia indignazione: la riforma sanitaria era stata una grande conquista per la quale avevamo lottato in tanti, giovani e meno giovani, e oggi la si vuole smantellare.

Note

  • * Intervento tenuto il 23 settembre 2016 alla “Festa della Costituzione”, Parco Bizzozzero, Parma, 23-24 settembre 2016. È stato l’ultimo intervento pubblico di Vincenzo Tradardi. Vincenzo Tradardi ci ha lasciato il 19 ottobre 2016. Il video è alla pagina https://youtu.be/QSeGt5Bec3c
  • ** esponente del Comitato per il NO (alla riforma costituzionale) di Parma
  • *** esponente nazionale del Comitato per il NO (alla riforma costituzionale)

Autore dell'articolo: Amministratore

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