Venezuela: le ragioni di un Paese sull’orlo del baratro

di Maurizio Matteuzzi

Il Venezuela sull’orlo del baratro. Crisi economica drammatica (pil -11% nel 2016, inflazione al 700% l’anno passato e, per l’FMI, 1600% quest’anno), stallo politico totale, tessuto sociale a forte rischio di rottura con emergenza sanitaria e penuria alimentare, scontri e morti nelle strade (già una sessantina), chavismo nell’angolo e destra scatenata dall’odore di una rivincita attesa da vent’anni, crescente isolamento latino-americano e internazionale.

Se nei mesi (o settimane) a venire il punto di non ritorno sarà toccato e il governo del presidente Nicolás Maduro dovesse cadere in un modo o nell’altro (ma il modo conta, eccome), sarebbe un colpo fatale per il “socialismo del XXI secolo” sbozzato negli anni ’90 del ‘900 da Hugo Chávez e Fidel Castro. Dopo la sconfitta del peronismo kirchnerista di centro-sinistra e lo smaccato riflusso neo-liberista nell’Argentina del presidente Mauricio Macri; dopo la triste deriva del decennio di Lula e il golpe parlamentare anti-Dilma di Michel Temer (a sua volta, per fortuna, a forte rischio) in Brasile; dopo la deludente perfomance anche della seconda presidenza di Michelle Bachelet e la prospettiva di un prossimo ritorno della destra post-pinochettista di Sebastián Piñera in Cile; con le inquietanti incognite di una Bolivia in cui il pur popolarissimo Evo Morales, dopo il referendum perso di misura l’anno passato, non potrà ripresentarsi (salvo sorprese) alle presidenziali del 2020, e di una Cuba impegnata in una impervia transizione al post-castrismo (Fidel, il simbolo, morto nel novembre scorso, Raúl, il gestore, all’uscita di scena annunciata per il febbraio prossimo).

Uno scenario cupo in cui non potrà essere Lenin Moreno, il successore di Rafael Correa eletto un mese fa in Ecuador, a tenere in piedi uno schieramento “progressista” o “socialista” che negli ultimi tre lustri aveva fatto dell’America latina “il continente della speranza” (magari senza andare troppo per il sottile come quando si considera ancora “di sinistra” il Nicaragua della coppia Daniel Ortega-Rosario Murillo, un governo che non si può non definire mafioso, corrotto e sul piano dei diritti delle donne uno dei più oscurantisti dell’America latina, in alleanza perversa con i settori più marci della borghesia e con i vertici della chiesa cattolica che, negli anni ’80, dopo la vittoria del Fronte sandinista, era uno dei nemici più acerrimi della rivoluzione nicaraguense.)

Ma anche se quel punto sarà evitato, si dovrà riflettere su cosa sia stato e dovrà essere il socialismo chavista. Con Chávez, fino al momento della sua morte prematura nel 2013, e poi con i suoi successori del PSUV, il Partito Socialista Unito del Venezuela.

La spiegazione più facile e corrente dice che Chávez, morto nel 2013, era un grande leader e Maduro è un pessimo leader. Forse anche vera ma troppo manichea, incapace di mostrare le vere ragioni di fondo. Rimaste le stesse da una secolo, da quando nel 1914 il petrolio zampillò dal primo pozzo sulle sponde del lago di Maracaibo. La “semina del petrolio”, come la chiamò il presidente Rómulo Betancourt, la dipendenza dal petrolio (tuttora il 90-95% dell’export). L’oro nero, “il sangue del Venezuela” ma anche “l’escremento del diavolo”.

Ossia il modello di sviluppo, il nodo gordiano che il Venezuela non ha mai sciolto. Prima dell’arrivo dell’ “Huracán Hugo” al potere, nel 1998, i successivi governi – di qualsiasi tipo e colore – avevano risolto il problema impinguando i conti correnti propri e delle rispettive elite nelle banche di Miami o Ginevra. Fu così che, incredibilmente, alla fine del secolo scorso l’80% della popolazione del “Venezuela saudita” si ritrovò “povero”. Chávez fu solo un effetto non una causa. Con lui la spesa sociale rapidamente raddoppiò: dall’11.3% del pil nel 1998 al 22.8% nel 2011, mentre il Coefficente Gini, che misura il livello di diseguaglianza, divenne uno dei più bassi dell’America latina.

Come dice Edgardo Lander, sociologo dell’Universidad Central de Venezuela, uno degli intellettuali più prestigiosi (ma non incondizionale) della sinistra venezuelana e latino-americana, la rivoluzione chavista “si è sempre appoggiata su due pilastri fondamentali: da un lato la straordinaria capacità di comunicazione di Chávez, che generò una forza sociale, e dall’altro i prezzi del petrolio che arrivarono in alcuni anni a superare i 100 dollari al barile. Quasi simultaneamente, nel 2013, questi due pilastri sono collassati. E l’imperatore si è ritrovato nudo”. Nel 2015 il barile costava 28 dollari.

Al di là della evidente differenza di statura fra i due leader, il crollo simultaneo di questi “due pilastri” ha prodotto o accelerato la crisi attuale. I grandi meriti del quindicennio chavista – le politiche sociali e la redistribuzione della manna petrolifera fra gli strati più poveri fino ad allora sempre esclusi, il ruolo nel processo di integrazione latino-americana, il concetto di “democrazia partecipativa” – sono così dimenticati o oscurati, adesso, dai suoi limiti – un forte personalismo carismatico e l’incapacità di formare un ceto politico in grado di succedergli, la persistenza della mono-coltura del petrolio e del modello estrattivista.

Limiti ed errori su cui picchia l’opposizione interna – la MUD, Mesa de la Unidad Democrática, in cui convivono fra mille tensioni e senza un leader credibile settori più o meno liberal-socialdemocratici e settori apertamente radical-golpisti – e quella esterna – da Washington, il simpatico Obama in primis, che non gli ha mai perdonato l’uscita dallo storico status di neo-colonia USA, all’Unione Europea e ai grandi media internazionali – per decretarne il fallimento e l’emergere delle tendenze autoritarie o “dittatoriali”. Di cui sarebbe un’ulteriore conferma l’inopinato annuncio da parte di Maduro di una prossima assemblea costituente per riscrivere una nuova costituzione dopo quella del ’99 che Chávez aveva definito “la perfettissima”.

Per Lander il punto di svolta fu il 2005, nella “transizione del processo bolivariano dalla ricerca di un modello sociale distinto da quello sovietico e da quello liberal-capitalista, a un modello socialista più classico e all’interpretazione del socialismo come statalismo”. E in questa “conversione”, a suo giudizio, “c’è stata molta influenza politico-ideologica cubana”. Forse, si potrebbe dire, quello fu il passaggio dal chavismo al post-chavismo.
Il crollo dei “due pilastri” ha portato alla guerra civile strisciante di oggi, con entrambe la parti impegnate a delegittimarsi a vicenda, accusandosi reciprocamente di tendenze dittatoriali, golpiste e terroriste, incapaci di ascoltare i rari appelli alla ragione, compreso quello di papa Francesco.

La destra interna e internazionale, anche quella “liberale e democratica”, non sta certo con le mani in mano e fa il suo (sporco) gioco di sempre. La sinistra venezuelana resiste come ha resistito Cuba, per più di mezzo secolo, all’aggressione USA (ma il Venezuela non è Cuba). Non è disposta a cedere. E, anche se le inchieste dicono che l’80% dei venezuelani è favorevole alla sua immediata uscita di scena, Maduro ha ancora il 20-30% di appoggio degli strati popolari che non dimenticano quello che Chávez ha fatto per loro. Quell’80% contro Maduro non è, in linea di principio, tutto fatto di anti-chavisti e quel 20-30% è più dell’appoggio registrato dai vari Macri in Argentina, Temer in Brasile, Bachelet in Cile, Santos in Colombia.

L’ipotesi più ragionevole sarebbe quella di una tregua fino alla fine del ’18, quando scadrà il mandato di Maduro e si andrà (presumibilmente) alle elezioni presidenziali. Ma in questo clima ragionevolezza e tregua suonano come parole senza senso. E il pessimismo è d’obbligo.

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