Stefano Rodotà: tutti a fingere di non ricordare quando stringeva lo striscione della Fiom

di Loris Campetti

Della terna regalataci dalla Rivoluzione francese il nostro tempo salva ben poco. Certamente la libertà, ma solo quella intesa come il diritto delle merci e dei capitali di viaggiare liberamente; quanto agli umani, meglio che se ne restino a casa loro. Della fraternità resta ben poco, solo un accenno nella versione caritatevole, con il ricco buono che aiuta il povero, ma a condizione che anche lui sia buono.

Via la solidarietà di classe perché il conflitto non deve più essere tra il basso e l’alto, bensì tra coloro che soffrono giù in basso. Te la do io, allora, la fraternità. E che vogliamo dire dell’uguaglianza? Meglio tacere, al massimo possiamo prendercela con i politici che sono tutti uguali in quanto tutti ladri (salvo i politici che ci attizzano contro i politici che son tutti ladri). È normale, invece, che Marchionne guadagni 500 volte più di un operaio della Fiat. L’uguaglianza è stata sepolta dalla competizione che dev’essere praticata con cattiveria (guai al buonismo, o alla bontà che dir si voglia) al piano terra.

Siccome questo insegna il nostro tempo, è logico che di un personaggio straordinario come Stefano Rodotà si ricordi soltanto ciò che non è troppo incoerente con tale scenario. Rodotà? Un collaboratore prestigioso di Repubblica. L’uomo dei diritti civili, il garante della privacy. Al massimo, il tutore della Carta costituzionale, ma questo aspetto del suo impegno un po’ infastidisce il più grande giornale italiano: anche i migliori, a volte, sbagliano.

Sparare cazzate contro i migliori, ci ammonisce Michele Serra, è insopportabile, soprattutto se ci si nasconde dietro l’anonimato della rete ma anche se lo si fa a viso scoperto. Ma non c’era traccia, nei coccodrilli di regime, e nelle intemerate di Serra, di quel Rodotà che stringeva lo striscione della Fiom a Pomigliano, in una grande manifestazione a cui parteciparono quelli che stavano con gli operai della Fiat contro i ricatti del suo amministratore delegato che voleva scambiare il lavoro con i diritti.

Tutti i poteri consigliavano a quegli operai di piegare la testa di fronte al padrone, persino Renzi e Fassino, persino la Cgil. Rodotà, invece, stava con gli operai, in difesa dei diritti e della dignità di chi lavora. E alla fine della manifestazione, in pizzeria, spiegò agli operai lasciati soli da chi avrebbe dovuto rappresentarli, che a dar loro ragione non c’erano solo lui e Landini ma la Costituzione. E spiegò anche come distinguere una ‘nduja buona da una taroccata, chissà dove ho messo gli appunti di quella lezione sui diritti e sulla ‘nduja, devo ritrovarli.

Rodotà era il giurista, l’intellettuale, il compagno che spiegava come i diritti sociali e del lavoro non siano barattabili con altri diritti. Guai a contrapporre a Pomigliano o a Torino diritto al lavoro e diritto allo sciopero, guai a contrapporre a Taranto diritto al lavoro e diritto alla salute. Guai a contrapporre i diritti sociali a quelli civili. Rodotà si è battuto contro chiunque lavorasse per scatenare la guerra tra poveri, contro ogni tentativo di ridurre la classe lavoratrice a generico popolo e, da generico popolo, a plebe.

Di questo Rodotà non c’è traccia nel mainstream democratico perché l’unico diritto che si può riconoscere a un operaio è quello di sposare un altro operaio. La lotta di classe è morta, chi dice il contrario è un nostalgico conservatore. Anche se si chiama Rodotà, a cui oggi si dedicano pagine e libri..

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