Solidarietà (sinistra e disoccupazione)

di Alberto Leiss

Le previsioni più pessimistiche si sono avverate, la destra con la Lega ha vinto a Genova – vicina alla mia storia – e in molti altri comuni con un passato più o meno «rosso». Fa male, ma il Pd e le varie sinistre presenti, per quanto ho potuto capire, se lo sono meritato. Più che cedere allo sconforto bisognerebbe concentrarsi sul modo di ripartire.

Discorso complesso, che dovrebbe abbracciare uno spazio arduo: dai conti mai fatti fino in fondo col secolo alle spalle, sino a un esame rigoroso del ruolo svolto dalle varie sinistre e dall’ex Pci negli anni della cosiddetta seconda repubblica, e in quelli che dopo la (relativa) caduta di Berlusconi hanno visto la continuità discontinua dei governi Monti, Letta e Renzi, nel contesto della crisi internazionale, e al centro di un’Europa sull’orlo della dissoluzione.

Qui evoco una delle tante possibili parole-chiave di una simile riflessione-elaborazione: solidarietà. Termine che deriva un po’ dal francese e un po’ dal latino. Nel linguaggio giuridico richiama le obbligazioni «in solido», in quello politico si arricchisce dei valori delle scelte personali e collettive, e dei sentimenti di vicinanza al prossimo in difficoltà, di amore per la giustizia. Non solo in teoria, ma nella pratica di azioni concrete, magari sostenute da adeguate norme pubbliche.

Ho pensato a questi significati partecipando alla Camera del Lavoro di Bologna alla discussione proposta da Critica Marxista su un progetto di legge elaborato dal giuslavorista Pergiovanni Alleva, che nel consiglio regionale dell’Emilia Romagna rappresenta la lista «L’altra Emilia Romagna» ( un suo articolo che la spiega sul n.1 del 2017 di Critica Marxista).

In sintesi si tratta di favorire l’utilizzo dei contratti di solidarietà espansiva (mentre quelli finora più utilizzati sono destinati alle aziende in crisi) con modifiche soprattutto nel senso di contenere al massimo le riduzioni di salario corrispondenti a diminuzioni di orario. Se quattro lavoratori o lavoratrici accettano di lavorare una giornata in meno alla settimana, si rende possibile una nuova assunzione. Il sacrificio salariale (meno 8 per cento a fronte di un meno 20 per cento di orario) è «compensato» dall’azione solidale che aiuta a combattere la disoccupazione, soprattutto giovanile, e da una consistente disponibilità di tempo libero, che può trasformarsi in altre forme di solidarietà familiare, migliorando la qualità della vita.

La proposta è stata corredata da un serio sondaggio sull’universo dei lavoratori dipendenti della regione: una maggioranza del 55,2 per cento considera l’idea interessante e molto interessante (37 per cento). Il consenso viene dai lavoratori più giovani e più colti, con redditi migliori, e coinvolge molte donne ma anche molti uomini. Mentre la fascia di operai che guadagna meno ovviamente non può rinunciare a una quota anche contenuta del salario.

Una conferma in più del quadro estremamente diversificato del mondo del lavoro, tanto più in un momento in cui i sintomi di ripresa si fanno sentire nelle aziende più attrezzate (anche mentalmente), mentre molte continuano a restare indietro. E qui l’importanza centrale della contrattazione sindacale, prevista anche dalla legge, parla del necessario rinnovamento dei sindacati.

Facendo un po’ di calcoli si scopre che se solo la metà di quanti si sono detti disponibili ottenesse di «lavorare meno» , nella regione potrebbero «lavorare tutti» gli attuali disoccupati. I dirigenti locali della Cgil hanno detto di voler proseguire il confronto.

Una lista di sinistra in Trentino ha fatto propria la stessa proposta. Mi è sembrato un modo importante di unire forti valori, concretezza, e indagine di una realtà complessa.

Questo articolo è stato pubblicato dal manifesto.it il 27 giugno 2017

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