Il razzismo perverso della borghesia

di Giulia D’Agnolo Vallan

Nell’improbabile punto d’incontro tra Indovina chi viene a cena, The Stepford Wives e White Dog di Samuel Fuller, è nata una stella. Si chiama Jordan Peele, è un newyorkese di ventotto anni, cresciuto alla scuola della demenziale Mad TV e di Comedy Central e, finora, noto soprattutto per la serie comica Key and Peele in cui, tra gli altri personaggi, interpretava un Barack Obama in difficoltà quando doveva dire come si sentiva veramente. Fortunatamente, al suo fianco, ad aiutarlo ad esprimersi, c’era Keegan-Michael Key (il co-creatore della serie) nei panni di Luther, “traduttore ufficiale della rabbia” del presidente.

“Non hai niente di cui preoccuparti, caro”, risponde Rose di fronte all’inquietudine di Chris. “I miei sono magnifici. Apertissimi. Se fosse stato possibile papà avrebbe votato per Obama per la terza volta. Vedrai”.

Lui neurochirurgo, lei psichiatra, i coniugi Armitage (Bradley Whitford e Catherine Keener) sono in effetti molto gentili e apparentemente ansiosi di far sentire Chris il più a suo agio possibile. Persino troppo. La scelta geniale di Jordan Peele, infatti, è quella di non affondare i denti nella preda facile, scontata, del razzismo redneck, confezionato per la caricatura, ma nelle carni più insospettabili (e, si vedrà, molto più perverse) della borghesia colta e liberal.

“Se solo avessi potuto, avrei votato Obama per la terza volta”, dice, come da manuale, il papà e poi si scusa perché lui e sua moglie, bianchi, hanno una cameriera e un giardiniere afroamericani (“lo so cosa stai pensando, Chris…Ma Giorgina e Walter si sono presi cura dei miei genitori. Quando loro sono morti non me la sono sentita di licenziarli…”). In realtà, Giorgina e Walter hanno catturato l’attenzione di Chris non perché sono neri ma per i loro sorrisi fissi, troppo entusiasti, e i movimenti un po’ da zombi.

Prima dell’entrata in scena dello splatter vero e proprio (con un denouement irriverente come il cane ammazza neri nella Beverly Hills del film di Samuel Fuller), è il disagio che invade Get Out, come un virus, in un mix di satira e paura che ricorda l’exploitation antirazzista di Larry Cohen.

Durante una cena di famiglia e, il giorno dopo, a una festa piena di bianchi ricchi, anziani, da country club, Chris si dimena infatti tra, e si difende da, una scarica di insulti “per bene”, frutto di pregiudizi ostinati come il granito, solo nascosti dietro a sorrisi e complimenti. E si chiede cosa sta succedendo, specialmente dopo che, con la scusa di farlo smettere di fumare, la signora Armitage lo ipnotizza servendosi di una tazza da te e di un cucchiaino. Mentre la ragnatela si stringe intorno a lui, da New York, al telefono, l’amico del cuore (il comico Lil Rel Howery) gli ricorda, come Cassandra, i peggiori scenari in cui un afroemericano può trovarsi quando e circondato da bianchi.

Per la prima volta dietro alla macchina da presa, sponsorizzato dal produttore di Split e dei The Purge, Jason Blum, per la Universal, Peele ha scritto e diretto quello che, prima ancora di essere arrivato in sala, è stato il film meglio recensito dell’anno. Una commedia orrorifica con artigli che in una produzione da studio non si vedevano da tempo; una satira affilatissima che contrasta l’onda buonista di certo contemporaneo black cinema e (se ce ne fosse stato bisogno) l’ennesima prova che l’America post racial esiste solo in qualche spot pubblicitario sulla MSNBC.

Basta il prologo notturno in un quartiere di casette ordinate alla Halloween, dove un ragazzo afroamericano che si è chiaramente perso scompare inghiottito dal baule di un’auto sportiva bianca, guidata da un figuro mascherato, per stabilire che in Get Out i cliché funzionano all’incontrario.

Nel film, che arriva oggi nelle sale italiane dopo l’exploit al box office americano, Chris (Daniel Kaluuya) è un giovane fotografo di New York in procinto di conoscere i genitori della ragazza con cui sta da cinque mesi, Rose (Allison Williams, da Girls). “Ma sanno che sono nero?”, le chiede preoccupato mentre sono in viaggio verso l’elegante villa suburban di mamma e papà, e poco prima che lei debba difenderlo dal classico abuso di potere di un agente della stradale bianco.

Questo articolo è stato pubblicato dal Manifesto.info il 17 maggio 2017

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