Elezioni francesi: Emmanuel Macron e quella voglia di politica fuori dai palazzi

di Rossana Rossanda

Emmanuel Macron non viene dall’universo politico. Tre anni fa il suo nome era praticamente sconosciuto. 39 anni, giovane, abbiente, attraente, competente, era stato inserito nel Governo di François Hollande dallo stesso Presidente circa tre anni fa, come Ministro delle Finanze alla Porte de Bercy. Proveniva dal gabinetto d’affari Rothschild. Ma venendo a scadenza l’elezione del presidente della Repubblica nel 2017 ha deciso di gettarsi in politica, cominciando con il rendere pubblici entità e provenienza dei suoi averi, in modo da inaugurare uno stile diverso: si era in pieno scandalo per gli impieghi illegali di François Fillon, già primo ministro di Sarkozy, che aveva fatto pagare allo Stato come assistenti parlamentari la consorte e i figli.

Da quel momento, la bolla degli scandali diventava irrefrenabile, pulizia significava soprattutto non aver avuto a che con la società politica e appartenere alla quella civile, e come mero prodotto sociale Macron lanciava contemporaneamente un suo movimento – qualcosa di meno che un partito – En Marche! e trovava l’appoggio di un uomo rispettato della politica, François Bayrou, già ministro dell’Istruzione e leader del centrista MODEM, incaricandolo di studiare un progetto di moralizzazione della vita pubblica e di presentarlo alla Camera prima delle elezioni legislative.

Macron si presentava alle presidenziali nell’aprile 2016. Hollande non lo appoggiava, ne ostacolava, malgrado che il candidato ufficiale del Partito socialista fosse Benoît Hamon, esponente di una fronda di sinistra e quindi poco amato dai notabili: né gli ha giovato presso gli elettori l’incontestata onestà né il presentare come asse del suo programma una proposta di “reddito di cittadinanza” avallata dal noto l’economista Piketty.

Più ha contato sull’opinione pubblica la dichiarazione di Macron di non essere “né di destra né di sinistra”, definizioni che diceva antiquate, da lasciare al ventesimo secolo e da doversi sostituire con “apertura alla mondializzazione”, modernamente opposta a ogni “chiusura in qualche una forma di nazionalismo sovranista”. Andava cosi incontro a un certo umore populista antipolitico diffuso anche in Francia.

I risultati del primo turno delle Presidenziali del 23 aprile, in percentuale dei voti espressi (astensione: 22,23% su 47 582 183 iscritti) sono stati:

  • Emmanuel Macron: 8 657 326 (24,01%)
  • Marine Le Pen: 7 679 493 (21,30%)
  • François Fillon (primo escluso): 7 213 797 (20,01%), cioè 450 000 voti meno di Marine Le Pen
  • Jean-Luc Mélenchon (secondo escluso): 7 060 885 (19,58%)
  • Benoit Hamon (quinto ma con molto distacco): 2 291 565 (6,36%)

Analizzando il voto del primo turno, la Francia apparse divisa in due, socialmente e geograficamente. Socialmente, Marine Le Pen è stata votata soprattutto da povera gente: inferiore a 3000 euro di reddito l’anno, e priva di istruzione medio alta. Macron ha raccolto i voti della classe media (includendo anche gli operai) delusa dalla sinistra e decisa ad abbandonarla. Nella competizione si era inserito anche un uomo di sinistra, Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise), che non ha voluto unire i suoi voti a quelli di Hamon (considerando il PS più o meno un traditore della classe operaia) ed è risultato quarto al primo turno.

Geograficamente, la Francia apparse divisa fra Nord-Est e Sud-Ovest, il primo essenzialmente in preda al FN, salvo Parigi e Lille, e il Sud-Ovest, in gran maggioranza su posizioni anti-Le Pen e con un paio di dipartimenti a sinistra e soltanto qualche altro al Fronte Nazionale. I due candidati operai, di tendenza trotzkista, molto simpatici in televisione, uscirono quasi per ultimi, Nathalie Arthaud 0,64% e Philippe Poutou 1,09%.

Tutti, salvo Jean-Luc Mélenchon, hanno dato successivamente la parola d’ordine “votare contro il FN di Marine Le Pen” (Mélenchon si riservava di interpellare prima i suoi).

Nel corso della campagna elettorale, Marine Le Pen aveva mantenuto qualche differenza da suo padre (smentendo gli attacchi di lui agli ebrei; ha pero considerato responsabili del più grande rastrellamento anti-ebraico a Parigi nel 1942 -Vel d’Hiv- le forze di occupazione tedesche, rendendone innocente la Francia), la sua parola d’ordine era stata “Je suis le Parti du peuple”, indicando i nemici del popolo nell’Unione Europea e nella finanza, nonché impegnandosi contro i migranti, sospettati di introdurre di fatto i simpatizzanti da Daesh (di qui la sua domanda di finirla col raccogliere i migranti e di espellere tutti quelli fra di loro che sono indicati come potenzialmente pericolosi, con schede S). In generale la sua campagna era stata realmente protezionista e populista.

Il primo turno delle presidenziali indico realmente un crollo dei partiti democratici tradizionali e in particolare dei Socialisti; e ugualmente una reale affermazione del FN che fu una prima assoluta nella storia della Repubblica. La mancanza di coesione fra gli altri partiti, e sostanzialmente l’isolamento di un debole Partito socialista, rendevano possibile, almeno in via di principio, la vittoria di Marine Le Pen come Presidente. Le conseguenze politiche per la Francia e quelle per l’Europa sarebbero state evidenti. Questa ipotesi non si è realizzata.

Il vero cambiamento è stata la caduta del Partito socialista, che in tutto il secolo scorso è stato un competitore rispetto al potere. Dopo il primo turno delle presidenziali, una risorgenza del PS era tutta da inventare: ma per ora non se ne vedono i segni. Non sembrava e non sembra che essa possa rinascere dal vecchio PSn quanto all’estrema sinistra, è stata troppo debole. Non hanno avuto luogo che poche manifestazioni anti-fascista; la più grossa è stata il primo maggio a Parigi, place de la République, ma non è stato un partito particolare a indirla.

Il secondo turno delle Presidenziali ha avuto luogo il 7 maggio, in percentuale dei voti espressi, l’astensione è rimasta evidente (25,44% su 47 568 693 iscritti). I risultati del duello fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen sono stai di 20 743 128 voti per Macron (66,10% del totale) e 10 638 475 voti (33,90%) per la Le Pen.

I risultati indicano la liquidazione di Marine Le Pen, vittima della sua pessima performance televisiva, anche se essa totalizza più di 10 milioni di voti: questo è un risultato indotta dal sistema elettorale, riducendo a due persone il ballottaggio finale.

Macron ha inaugurato la sua presidenza con molta solennità: fin d’allora ha detto che non sarebbe stato un “presidente normale” (in polemica con Hollande), ma uno che avrebbe restaurato la solennità della presidenza della Repubblica.

Subito dopo è partita la campagna per le elezioni legislative destinate a rinnovare il parlamento; nel frattempo, la République en marche di Macron ha nominato un governo provvisorio, presieduto da Édouard Philippe, e ha fatto partire la formazione della nuova lista dei candidati parlamentari, strettamente vagliata da La République en marche: parità fra uomini e donne, nessuna provenienza da precedenti incarichi parlamentari (eccezion fatta per poche persone al governo) e fedina penale pulita. In questi mesi François Bayrou, in quanto Ministro della Giustizia, ha lavorato a preparare i lineamenti per la legislazione per la moralizzazione della vita pubblica.

Il primo turno delle legislative ha avuto luogo l’11 giugno. La prima cosa che ha colpito è stata l’ampiezza dell’astensione, mai cosi elevata durante una elezione nella V Repubblica. Meno di un francese su due si è spostato per votare (astensione: 51,29% su 47 582 1831 iscritti, cioè 23 170 218 votanti) e i risultati sono stati i seguenti:

  • La République en marche – MoDem: 32,32%
  • Les Républicains e alleati: 21,56%
  • Fronte nazionale: 13,2%
  • La France insoumise: 11,02%
  • Parti socialiste e alleati: 9,51%
  • EELV – Les Verts (ecologisti): 4,3%
  • Altri: 3,41%
  • PCF: 2,72%
  • Debout la France: 1,17%
  • Extrême gauche (Estrema sinistra): 0,77%

La duplice combinazione, fra la stanchezza di una troppo lunga campagna elettorale e la scarsa percezione del ruolo della Camera in un sistema cosi fortemente verticalizzato, cui va aggiunta la mancanza dell’abituale bacino di voti dei candidati deputati, già ministri o membri dei governi regionali, ha portato a disertare in gran parte le urne.

Il secondo turno legislative (18 giugno), nel quale l’astensione è stata di57,36% (un record), ha dato in quantità di deputati:

  • La République en marche: 308 (53,38% della Camera)
  • I Repubblicani: 112 (19,4%)
  • MoDem: 42 (7,28%)
  • Parto socialista: 31 (5,37%)
  • La France insoumise: 17 (2,95%)
  • UDI: 17 (2,95%)
  • Divers sinistra: 12 (2,08%)
  • PCF: 10 (1,73%)
  • Fronte nazionale: 8 (1,39%)
  • Divers: 8 (1,39%)
  • Divers destra: 7 (1,21%)
  • PRG: 3 (0,52%)
  • EELV: 1 (0,17%)
  • Estrema destra: 1 (0,17%)

Il secondo turno dunque ha confermato le tendenze del primo, compreso un astensionismo leggermente maggiorato, ma soprattutto la crisi storica della sinistra -di fatto del PS- e quella del Fronte Nazionale, nonché la relativamente buona tenuta dei Repubblicani. Il primo segretario del Partito socialista Cambadélis si dimetteva il giorno dopo le elezioni da ogni incarico politico, pur nell’intenzione di lavorare alla ricostruzione del suo partito, mentre una crisi verticale si apriva al Fronte nazionale da Jean-Marie Le Pen contro la figlia Marine. Anche fra i Repubblicani si delineava, sebbene in modo meno aspro, una frattura: una quarantina di essi ha presentato la sigla di “coloro che intendono ricostruire”. Anche François Bayrou, che era stato nominato Ministro della Giustizia, si dimetteva dall’incarico di governo.

Si apriva dovunque, salvo che in République en Marche, una critica al sistema elettorale che praticamente chiude a ogni dialettica parlamentare, cioè al senso stesso di una Camera dei deputati: considerati come oppositori tutti i Repubblicani e il non democratico Fronte Nazionale, si tratta di non più di duecento voti contro i trecentocinquanta della maggioranza presidenziale (La République en marche e il MODEM). Il Presidente Macron si è informalmente già dichiarato, nel senso che occorrerà cambiare il sistema introducendo una quota di proporzionale, a partire evidentemente non da queste ma dalle prossime presidenziali.

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