Voto in Francia: la sinistra, il turbocapitalismo e perché esprimersi

di Loris Campetti

Cara Rossana, scrivo prima di portare l’ultimo saluto a Valentino Parlato. La tristezza non deve farci perdere la lucidità, e tu mi aiuti con quel che scrivi sulla Francia a mantenerla, o almeno a provarci.

La ragione per cui in Francia voterei per Macron è un intreccio tra razionalità ed emotività: mai con i fascisti, sotto qualsiasi maschera si mimetizzino. Questo almeno il Novecento dovrebbe avercelo insegnato. Mai con chi preferisce l’annegamento al salvataggio dei migranti sulla cui fuga verso una vita possibile e tollerabile il nostro mondo, occidentale e “avanzato”, ha non poche responsabilità.

Il mio voto, teorico perché soffro direttamente la politica italiana e non quella francese, è convinto, ma ciò non mi impedisce di continuare a pensare che l’approccio elitario e classista di Macron e il populismo fascista di Le Pen siano due facce della stessa medaglia, due tentativi del capitalismo di ricostruire un consenso minacciato dagli effetti sociali della crescente e devastante diseguaglianza.

A una lotta politica che una qualsiasi sinistra dovrebbe condurre contro il turbocapitalismo siamo forse più attrezzati che non a fronteggiare l’uso politico sciagurato che la destra estrema fa della solitudine rabbiosa della parte più debole della società. E comunque con il fascismo non si tratta. Ma se non scaviamo sulla crisi culturale di quelle figure sociali che sono state il punto di riferimento della sinistra ottocentesca e novecentesca, se non scaviamo sulle ragioni che spingono le classi subalterne ad affogare la solidarietà tra le onde delle paure, se non denunciamo le responsabilità delle forze che si dichiarano progressiste nello smantellamento dei diritti sociali, allora non facciamo passi avanti, limitandoci a ricoprire il ruolo dei testimoni disperati e passivi del presente.

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