Università, pronta la superformula magica per valutare i dipartimenti migliori

Cultura

di Marco Bella

Alla fine dello scorso anno, il Parlamento ha approvato un finanziamento addizionale per i cosiddetti “dipartimenti universitari d’eccellenza”, i presunti “180 migliori dipartimenti universitari italiani”, scelti da una lista di 350 determinata in modo automatico. Il mondo universitario si è chiesto come sarebbe avvenuta questa prima selezione. Ecco la risposta: secondo questa “semplice formuletta”, pubblicata venerdì sul sito del Ministero dell’Istruzione.

Il provvedimento porta la firma della ministra Valeria Fedeli. Risponderà personalmente durante una conferenza stampa a delle semplici domandine tecniche riguardo alla “madre di tutti gli algoritmi”? Qualcuno potrà osservare che “il parlamento ha votato e serviva una formula”. In realtà, il dubbio che questa assemblea parlamentare abbia gli strumenti culturali per approvare esclusivamente provvedimenti legislativi applicabili è più che legittimo.

Quattro anni fa, tra le critiche di tutta la comunità scientifica, le due Camere hanno destinato 3 milioni di euro per la sperimentazione del cosiddetto “metodo Stamina”, l’ideona di professore di lettere ora ospite delle patrie galere con l’accusa di aver continuato a proporre questa roba a pazienti disperati. Quello che gli scienziati allora tentarono invano di spiegare è che non si può “sperimentare” iniettando intrugli non definiti ai bambini malati e sbattere i genitori in televisione per dimostrare chissà quale ipotetico miglioramento.

Qui non stiamo parlando del singolo parlamentare che organizza di testa sua una conferenza antivax o un convegno sull’aomeopatia, ma di un provvedimento che sulla base della superformula di cui sopra, distribuirà 271 milioni di euro l’anno solo per alcuni.

Qualcuno potrebbe obiettare: si dovrebbe contestare con argomenti nel merito. La risposta è che prima ancora di “misurare” qualcosa, bisogna chiedersi che cosa si sta misurando. Ho parlato più volte del mio bisnonno Gustavo, un ciarlatano e truffatore, venditore di numeri del lotto ai malcapitati, tramite una serie di calcoli complicatissimi sui “numeri ritardatari” che solo lui era in grado di capire. Il nonno aveva successo perché nessuno si metteva a contestare le sue “superformule”, non essendo in grado di capirle. Solo il bambino ha il coraggio di gridare “Il re è nudo”, perché tutti gli altri sono intimoriti da un calcolone come sopra. E il nonno lo sapeva benissimo: il suo “vestito invisibile” erano le superformule. Il problema non era che gli algoritmi del nonno fossero errati, ma lo era l’assunzione alla base di tutto. Ogni estrazione è indipendente dalle altre, per cui quei calcoli, per quanto complessi e raffinati, non potevano portare a nulla di utile.

La formula di cui sopra poggia sui voti della Valutazione qualità della ricerca (Vqr), i quali sono basati sull’assunzione che un singolo articolo di un singolo autore (indipendentemente dal numero di autori ma soprattutto dai contributi individuali) possa essere giudicato in modo automatico tramite un “quadrato magico”, il quale determina il “voto” sulla base di impact factor e numero di citazioni. Questo modo di valutare la ricerca è in contrasto con qualsiasi metodologia applicata dalle agenzie di valutazione dei paesi avanzati. Ecco come esempio delle linee guida condivise in ambito internazionale.

Uno studio basato su dati traballanti sarà inevitabilmente come un castello di carte costruito sopra una lavatrice in funzione. È lo stesso problema di quello antivax ritirato due volte di cui abbiamo appena parlato, basato su un sondaggio anonimo via internet sottoposto alle mamme no-vax per verificare che i loro figli fossero “più sani”. Qualsiasi formulone, per quanto elaborato, applicato a questi dati non dimostra nulla. Chi ha progettato lo studio era partito da presupposti ideologici. Premiare i 180 dipartimenti universitari “migliori” non è poi un modo di ragionare tanto diverso.

Con gli stessi soldi si sarebbero potuti invece dare a tutti i ricercatori gli strumenti per lavorare e magari un po’ più di soldi a chi è bravo davvero, indipendentemente se avesse la fortuna di essere in un dipartimento di presunta eccellenza o meno. È inutile accanirsi a radiare i medici sospettati di essere antivax e lanciare campagne d’informazione se poi si diffondo pratiche di discutibile valore scientifico all’interno delle università. Come si comporteranno i dipartimenti “perdenti”, ovvero quelli “non eccellenti”? Continueranno a produrre scienza e didattica, oppure metteranno tutto questo in secondo piano per dedicarsi a migliorare il proprio “indicatore iessepiddì-dìpedice”? Sarà un bene per il pubblico? Permettetemi di dubitare che l’ideazione della “superformula” parta dalla ministra Fedeli. Ovviamente, in tutto questo c’è la mano di alcuni colleghi, magari bravissimi nel loro campo.

Non è che gli scienziati si siano sempre comportati in modo razionale. Galileo si vendeva gli oroscopi (e anche il suo collega Keplero), Newton ebbe un grave esaurimento nervoso. I vapori di mercurio che si era respirato durante i suoi esperimenti alchemici non hanno aiutato. Ma è possibile che nessuno dopo aver visto il superalgoritmo alzi la mano e dica: “Ma che cosa vi siete fumati”?

Questo articolo è stato pubblicato dal Fattoquotidiano.it il 15 maggio 2017

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