Primarie del Pd: quattro ragioni per cui questo voto non è servito a niente

Matteo Renzi

di Vincenzo Russo

Queste primarie del Pd mi hanno ricordato le elezioni che organizzano le semi-dittature presidenziali. Ancora prima del risultato qualcuno ha già scritto il discorso della vittoria. Primarie così non servono né a Renzi né al Pd. Gli italiani non sono stupidi e sanno riconoscere una vera vittoria (come fu quella del 2013 contro Cuperlo e Civati) distinguendola dalla sceneggiata che ha raggiunto il suo apice poco prima della mezzanotte di ieri con il discorso della vittoria declamato sul tetto della sede del partito a Largo del Nazareno.

Una sceneggiata che continua e continuerà non si sa fino a quando, visto che sono dovute passare più di 12 ore dalla chiusura dei seggi per avere i risultati ufficiali regione per regione e il dato definitivo della vera affluenza ai gazebo. Ma vediamo nel dettaglio perché queste primarie sono state inutili per rilanciare il Pd e soprattutto per il rilancio dello stesso Renzi a livello mediatico.

Troppo brevi

Due mesi appena dall’annuncio delle candidature ufficiali al voto sono davvero troppo pochi per generare quel sano entusiasmo tra gli elettori del partito e per generare anche un minimo di curiosità tra tutti gli elettori che non votano Pd. Le primarie (e ce lo insegnano benissimo gli Usa) devono essere un racconto, un viaggio, una storia che ha un preciso inizio in un luogo esatto (in America si svolgono Stato per Stato), una data di fine e una cerimonia conclusiva e proclamativa (passatemi il termine) in cui appunto viene proclamato, cerimoniato, santificato il vincitore. Tutto questo in Usa dura più di un anno con precisi riti e tappe che non sono inutili, ma che servono a tenere vivo l’interesse dell’elettorato (anche quello avverso) e soprattutto dei media nazionali e locali, i candidati fanno veri e propri tour città per città.

La politica, anzi i politici, ultimamente non godono di grande popolarità. Per fare breccia anche un minimo nell’animo degli elettori c’è bisogno che le parole dei candidati si sedimentino, che i gesti risuonino, vengano ben sviscerati, analizzati etc… Bisogna seminare per bene e poi raccogliere.

Troppo distanti dalle elezioni

Ora quanto manca alle elezioni? Non lo sappiamo (frase che è scappata allo stesso Renzi durante il discorso della vittoria) ma di certo non si voterà tra un mese né tra due, forse in autunno, di sicuro non prima di febbraio, a naturale scadenza della legislatura. Beh, non funziona così, anche qui ci sono precise regole. Il candidato premier deve esser candidato ‘fresco’ di investitura per affrontare gli ultimi mesi decisivi di campagna elettorale con gli altri sfidanti dei partiti avversari. Renzi non solo non arriverà ‘fresco’ ma è anche ‘riusato’ già visto, già sentito (sempre le stesse parole) .

Troppo proporzionale

Con questa legge elettorale, uscita dopo la sentenza della Consulta, c’è un altro elemento che non aiuta l’interpretazione di queste primarie. Se non c’è più una legge elettorale maggioritaria a cosa serve indicare un candidato premier? Forse riusciranno a farla prima della fine della legislatura, ma ieri gli elettori del Pd hanno dovuto votare sulla fiducia, votando su una promessa di una futura legge elettorale di tipo maggioritario. Altrimenti che senso ha indicare un candidato premier?

Ci vuole una legge

Le primarie per diventare una cosa seria in Italia devono avere una legislazione che ne disciplini lo svolgimento per tutti i partiti e gli schieramenti. Ecco, in quel momento gli elettori potranno fidarsi e noi potremo discutere su dati veri e certificati.

Questo articolo è stato pubblicato dal FattoQuotidiano.it il 1° maggio 2017

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