La democrazia diretta e i suoi strumenti, pro e contro

di Roberto Puglisi

Quali sono i pro e i contro della democrazia diretta? E quali caratteristiche hanno i paesi che più la utilizzano? Per “spacchettare” senza danni un tema specifico dalla delega generale data agli eletti servono cittadini istruiti e stabilità politica.

Il ruolo dei referendum

Il referendum su Brexit e quello sulla riforma costituzionale Boschi-Renzi hanno riportato con forza l’attenzione del pubblico sugli strumenti di democrazia diretta, anche se ci si è più che altro concentrati sulla (scarsa) capacità da parte dei sondaggisti di prevedere quale posizione avrebbe vinto poi. Nel panorama politico italiano a ciò si aggiunge l’apprezzamento da parte del Movimento 5 Stelle per queste forme di decisione politica che scavalcano la tradizionale rappresentanza parlamentare.

Invece di focalizzarsi sugli esiti di referendum specifici – e sulla loro prevedibilità – vorrei formulare qualche riflessione su due questioni più generali. La prima è di carattere teorico: quali sono i benefici e costi di forme di democrazia diretta all’interno di democrazie largamente basate sul principio rappresentativo? La seconda questione è invece di stampo empirico: quali sono le caratteristiche dei paesi che utilizzano con più frequenza strumenti di democrazia diretta?

Partiamo dalla teoria: a mio parere il modo più incisivo per capire il ruolo dei referendum sta nel partire dalla constatazione che i rappresentanti dei cittadini eletti in assemblee legislative o all’esecutivo devono decidere su un numero molto ampio di argomenti, cercando possibilmente di interpretare la volontà degli elettori.

Ma c’è un insuperabile divario tra il (singolo) voto per eleggere i propri rappresentanti e l’insieme pressoché sconfinato di argomenti da decidere: i cittadini potrebbero concentrarsi sul singolo tema ritenuto più importante degli altri e sulla base di esso decidere chi votare, mentre sarebbero privi di strumenti ulteriori per spingere il loro rappresentante ad adeguarsi alla loro volontà su tutti gli altri temi. È dunque possibile che i cittadini non ottengano dal loro rappresentante decisioni vicine alle loro preferenze sui temi meno importanti. Ciò è ancora più probabile se lobby ben organizzate sono capaci di spingere i politici in carica a prendere decisioni sui temi meno salienti – e meno coperti dai mass media – che sono vicine ai loro desideri e lontane da quelli dei cittadini non organizzati.

Ebbene, come brillantemente illustrato da Timothy Besley e Stephen Coate (qui), i referendum sono un modo naturale per “spacchettare” (issue unbundling) il singolo tema e toglierlo dalle competenze dei politici eletti: così i cittadini hanno un voto aggiuntivo per decidere.

Sotto questo profilo emerge chiaramente il bello della (democrazia) diretta. E dove sta il brutto? Il rischio insito nel meccanismo dei referendum è che non tutte le decisioni possano essere riassunte efficacemente da un manicheo sì/no, in quanto è necessario il lavoro graduale di un’assemblea parlamentare o di un consiglio dei ministri che arrivi all’elaborazione di una decisione più complessa. È vero che alla fine si arriva sempre a un sì o no rispetto al singolo provvedimento, ma questo può essere sistemato e meglio precisato nelle fasi precedenti.

Non solo: aspetti emotivi – esacerbati da campagne elettorali virulente – rischiano di rendere più caotico l’esito di un referendum, mentre la saggezza di un’assemblea di politici eletti potrebbe far prevalere gli aspetti tecnici e razionali all’interno del processo di decisione. In tempi di populismo imperante, ciò può suonare sgradevole, ma il tema resta: vale più il beneficio dello spacchettamento oppure il costo delle decisioni emotive?

I paesi dove si può fare

Sotto il profilo empirico è stata invece studiata una questione più semplice, ma pur sempre interessante: quali sono le caratteristiche specifiche dei paesi che utilizzano più spesso strumenti di democrazia diretta? Nadia Fiorino e Roberto Ricciuti (qui) danno alcune risposte, analizzando dati per 87 paesi. Innanzi tutto, sono paesi con un reddito pro capite e un livello medio di istruzione più elevato a utilizzare più frequentemente i referendum. È difficile raggiungere conclusioni nette in assenza di un esperimento, ma si potrebbe meditare sull’ipotesi che, nella valutazione dei benefici dello spacchettamento contro i costi delle decisioni emotive, paesi più ricchi e più istruiti possono permettersi un utilizzo più intenso dei referendum in quanto l’eventualità di decisioni prese sull’onda caotica delle emozioni è più bassa.

I due autori mostrano anche come i paesi caratterizzati da un regime democratico più stabile e prolungato utilizzino sistematicamente di più i referendum (possono “permetterselo”?). Dall’altro lato, paesi con un indice più elevato di frazionalizzazione etnica utilizzano significativamente meno lo strumento referendario: si tratta forse di paesi che non possono permettersi conflitti diretti tra i vari gruppi e dunque scelgono più o meno razionalmente di utilizzare la tanto bistrattata mediazione parlamentare?

Questo articolo è stato pubblicato dal FattoQuotidiano.it il 15 aprile 2017 riprendendolo da LaVoce.info

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *