Italicum, cronaca semiseria di una fregatura

Italicum

di Silvia Truzzi

Quella che state per leggere è la storia dell’Italicum, per i distratti la legge elettorale che in teoria dovremmo avere ma in realtà non abbiamo affatto. Si sa: nei talk-show appena uno ha l’ardire di nominare la legge elettorale il conduttore di turno si colora di verde tendente al giallo. Una volta ripresosi dallo sgomento, si affretta a tacitare l’impavido interlocutore con una formuletta che suona più o meno così: “Non annoiamo gli spettatori con queste tecnicalità”. Le quali sono tuttavia il meccanismo con cui mandiamo i politici in Parlamento a fare le nostre veci, cioè regolano il principio della rappresentanza. Si obietterà: ma chi se lo ricorda più com’è votare, almeno com’è votare sapendo che la propria preferenza vale qualcosa e che non verrà distorta dai trucchetti del legislatore.

Da più di dieci anni, si sa, votiamo con una legge dichiarata incostituzionale, il Porcellum, che avrebbe dovuto essere sostituito dall’Italicum, divenuto legge il 4 maggio 2015 a suon di fiducie, voti segreti, scazzottate a Montecitorio e blitz notturni del premier Renzi in Parlamento. La nuova legge però sarebbe entrata in vigore più di un anno dopo, a luglio 2016: siccome vale solo per la Camera, bisogna aspettare la riforma costituzionale del Senato. Nonostante la dilazione, il giorno dell’approvazione è un trionfo a reti unificate. Per il presidente del Consiglio è più di una vittoria, è “un pilastro” del suo progetto politico, come annota il Financial Times. Il diretto interessato conferma: “I primi giorni in Europa mi guardavano con la faccia di chi diceva avanti un altro: ‘Vediamo a chi tocca, ne abbiamo visti tanti’… La credibilità dell’Italia è centrale. Grazie a questa legge elettorale le cose cambieranno davvero: uno farà il presidente del Consiglio per 5 anni, magari 10 per poi andare a casa”.

Le virtù dell’Italicum naturalmente sono decantate anche dai ministri, Boschi in primis: “La sera delle elezioni si saprà chi governa” (28 gennaio 2015). “Il risultato più importante è che il nostro Paese aspettava una legge elettorale nuova e finalmente ce l’abbiamo” (4 maggio 2015). Matteo Renzi, il giorno dopo (“Ei fu”, è il caso di dirlo, con il senno di poi): “Questa legge elettorale è seria e dà governabilità all’Italia”. Attenzione, che arriva la più bella: “Dopo ciò che è accaduto in Portogallo e soprattutto in Spagna, adesso la sorpresa viene da Dublino dove sarà più difficile formare un governo stabile. Alla fine ci chiederanno di copiare l’Italicum, scommettete?” (Renzi, nella e-news del 28 febbraio 2016).

Com’è noto, dopo che il popolo ha buttato nel cassonetto dell’immondizia la riforma costituzionale, la Consulta ha fatto più o meno lo stesso con l’Italicum, bocciando pluricandidature e ballottaggio (ma non i capilista bloccati, una porcheria per cui 2/3 dei deputati sarebbero stati nominati dai partiti e non scelti dagli elettori). Tra un “subito al voto” e “non si può ancora votare, visto che abbiamo due leggi elettorali diverse per Camera e Senato”, di legge elettorale non si è più parlato, preferendo le avvincenti vicende interne al Pd. Poi, qualche giorno fa, Renzi ha candidamente sostenuto quanto segue: “Sono disponibile a togliere i capilista bloccati, non ho problemi a mettere la faccia per prendere i voti”. Il che – a rigor di logica – vorrebbe dire che prima non lo era. E che comunque non ha le idee molto chiare su quale legge elettorale vorrebbe (a proposito di stabilità).

Oggi il Pd si aspetta che siano “gli altri” a fare delle proposte, con un’aria anche vagamente risentita, come se la responsabilità di aver scritto una legge incostituzionale fosse di altri e non loro (a proposito di serietà). Il risultato? Dovremmo andare a votare da quando, nel gennaio 2014, la Consulta ha dichiarato il Porcellum incostituzionale e dopo tre anni e mezzo non possiamo ancora farlo.

Questo articolo è stato pubblicato dal FattoQuotidiano.it il 13 aprile 2017

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