Lorenzo Marsili: “Coraggio, visione e ambizione. DiEM25 scende in campo”

di Giacomo Russo Spena

“In questi anni abbiamo assistito a troppi fallimenti, andiamo oltre e per farlo ci vuole ambizione”. Lorenzo Marsili, 32 anni, molto vicino a Varoufakis, si è formato all’estero, tra Londra e l’Estremo Oriente. Estraneo ai partiti, ora, con la sua Diem25, sogna il grande passo nella politica che conta. Conoscitore delle esperienze virtuose in giro per l’Europa – e con mille contatti personali – punta a ricalcare il modello di Podemos: “Abbiamo l’ambizione di aprire un varco e costruire un progetto politico europeo in cui potere finalmente credere – dice – E che abbia la folle convinzione di riuscire a creare una maggioranza sociale dal Portogallo alla Polonia”.

Il scorso 25 marzo DiEM ha presentato il suo programma economico – il New Deal per l’Europa – e ha lanciato un appello a lavorare insieme verso le elezioni europee del 2019 rivolto a tutte quelle forze sociali e politiche che ne condividono i principi e che condividono l’urgenza di aprire un terzo spazio oltre l’establishment e oltre i nazionalismi xenofobi. Tanti i nomi importanti che hanno aderito: da Ken Loach a Noam Chomsky, dall’europarlamentare verde Ska Keller al politologo spagnolo Juan Carlos Monedero. “DiEM vuole fare la sua parte affinché, in Italia come in Europa, nasca una forza capace di restituire speranza nel cambiamento”, spiega Marsili.

Il 25 marzo mentre al Campidoglio i capi di governo si riuniranno per celebrare i Trattati di Roma, voi di DiEM avete organizzato la sera una sorta di controvertice in un teatro. Quali sono le parole d’ordine che caratterizzeranno il vostro meeting?

Coraggio e visione. Il coraggio di rispondere a un momento oggettivamente carico di incertezze senza ritirarsi nella malinconia e senza trincerarsi dietro illusori confini nazionali. E la visione di una via d’uscita felice: perché oltre il piccolo cabotaggio di questi anni, oltre il tirare a campare di una classe politica miope e screditata, occorre avere idee chiare sul modello economico e sociale che dovrà sostituire uno status quo oramai in conclamata bancarotta economica e morale. Anche per questo a Roma lanceremo il nostro New Deal per l’Europa: una proposta programmatica dettagliata che presenta un piano di riconversione ecologica per creare milioni di posti di lavoro in tutto il continente, un dividendo di base per restituire ai cittadini i guadagni di produttività derivanti dall’automazione del lavoro, un piano antipovertà e molto altro.

Varoufakis, intervistato sempre su Micromega, ha parlato di democratizzare l’Europa per rompere la tenaglia tra l’establishment politico e i populismi. Ci aiuti, però, a capire come nel concreto si può realizzare questo sogno europeista, visto che le istituzioni europee sembrano ormai irriformabili?

Lo status quo non è più un’opzione. Utopico non è immaginare un cambiamento possibile e necessario, ma immaginare che le cose possano restare come sono oggi. Non accadrà. La domanda che dobbiamo porci non è se cambiare sia possibile, ma come riuscire a indirizzare la grande trasformazione già in atto verso un’uscita virtuosa da un sistema agli sgoccioli. E per fare questo, dobbiamo stare attenti a non cadere nel tranello: le istituzioni, così come le politiche europee e nazionali sono il risultato dell’azione di uomini e donne che controllano i processi decisionali. Non c’è nulla di meccanico o di tecnico nelle politiche di austerità: sono, al contrario, una scelta nettamente politica. C’è una bella immagine che rende l’idea.

Quale?

Nel 1769 l’inventore von Kempelen porta all’imperatrice d’Austria un regalo sorprendente: un robot in grado di giocare a scacchi. Subito ribattezzato il Turco Meccanico, viene portato in tour come prodigio della tecnica e del progresso. Ma è un imbroglio. All’interno del marchingegno si nasconde un nano. Che segue il gioco e manovrava le braccia del sedicente robot. Ecco, la cosiddetta “autonomia” della gabbia europea funziona un po’ così: dietro si nascondono le scelte politiche dell’establishment europeo e nazionale. Una classe politica catturata dalla grande finanza, in molti casi corrotta fino al midollo – basti pensare al sistema delle “porte girevoli” – e tragicamente succube di un pensiero unico oggi in piena crisi esistenziale: quello che Stiglitz chiama fondamentalismo di mercato.

Il terreno di scontro è, e deve rimanere, l’Europa. Sempre. Mi stai dicendo questo?

Il punto non è “uscire dall’Europa” per ritrovarsi in uno stato nazionale preda della stessa impostazione di fondo. E qui basti pensare al referendum sull’acqua bene comune, ignorato in spregio a 27 milioni di votanti. Ma “uscire” da un modello che palesemente non funziona più. E per farlo occorre ricostruire mobilitazione sociale, potere politico, capacità di cambiare gioco e giocatori. In Italia come in Europa. Certo, il cambiamento è sempre un processo lungo, contraddittorio, fatto di avanzate e ritirate. Non esistono scorciatoie.

L’euro è una moneta, il problema sono le politiche d’austerity. Ma come DiEM avete mai ipotizzato l’idea di una moneta adottata dagli Stati complementare e parallela all’euro?

Non ci convince l’idea di una moneta parallela per una semplice ragione: se il debito pubblico di un paese rimane denominato in euro, mentre i salari vengono pagati con una moneta parallela, il debito diverrà impossibile da ripagare per i paesi in deficit (la sua moneta parallela si deprezzerebbe verso l’euro) e più economico per i paesi in surplus (la cui moneta parallela invece si apprezzerebbe). Lo stesso vale per i prestiti privati: pensiamo a una famiglia italiana con un mutuo che rimane denominato in euro. D’altro canto, se anche il debito venisse ridenominato nella moneta parallela… sarebbe di fatto una rinegoziazione unilaterale del debito, il che porterebbe il paese fuori dall’Eurozona e a quel punto non servirebbe una moneta parallela. Quello su cui DiEM sta lavorando invece è un sistema di pagamenti paralleli denominato in euro. Un sistema – che, per certi versi, va nella direzione della moneta fiscale discussa anche su MicroMega – capace di dare spazio fiscale ai governi all’interno dell’Eurozona, minimizzando al tempo stesso il costo di una potenziale disintegrazione della zona euro.

Torniamo all’iniziativa di DiEM del 25 marzo: lancerete l’idea di un partito transeuropeo? Come si strutturerà?

DiEM25 è stato lanciato esattamente un anno fa. L’obiettivo dei primi dodici mesi è stato quello di costruire un ampio movimento paneuropeo e sviluppare un programma capace di salvare l’Europa dalla disintegrazione. Oggi abbiamo oltre 60mila iscritti, centinaia di gruppi locali in tutto il continente e un dettagliato programma di riforma politica ed economica. Ora è il momento di fare un passo in avanti e lavorare per portare le nostre proposte ai cittadini di tutta Europa. Il che significa riuscire a fare in modo che entro il 2019, l’anno delle elezioni europee, esista uno schieramento transnazionale con un programma chiaro e una campagna elettorale unica. E’ qualcosa che dico da molto, da ben prima di lanciare DiEM: con la rete internazionale European Alternatives spingiamo da anni proprio su questo punto, sulla necessità di costruire pratiche democratiche transnazionali. Personalmente, non credo si debba immaginare un partito europeo come una struttura che sostituisca in tutto e per tutto i partiti nazionali esistenti. Penso invece a una forza multilivello. Capace di pensare e agire come soggetto unitario là dove sia necessario e di rispettare allo stesso tempo l’autonomia dei livelli nazionale e locale.

La Spagna di Podemos e della alcaldessa Ada Colau sono modelli da seguire?

Certamente, la Spagna è un interessante laboratorio. Là dove la confluenza delle energie civiche con forze politiche vecchie e nuove ha prodotto la nascita di una piattaforma cittadina capace di vincere le elezioni comunali, Barcelona en Comú; questa a sua volta è stata in grado di ricombinarsi con altre forze per intervenire nello spazio politico regionale della Catalogna, nell’attuale processo di Un Pais en Comú; e, infine è stata parte, con En Comú Podem, di una più ampia convergenza che si è misurata, a livello statale, con le elezioni politiche generali e non come mera sommatoria di singole istanze regionali: Unidos Podemos. La scommessa storica che abbiamo di fronte è portare questa struttura un passo più in là: verso una vera convergenza europea che sia in grado di rompere la tenaglia fra l’establishment in bancarotta e i nazionalismi reazionari.

DiEM Italia proverà a mettere le radici sui territori, magari con la nascita di circoli e comitati?

L’Italia è piena di partiti senza radici. Noi abbiamo iniziato dalle radici, senza il partito. Abbiamo già, come dicevo, centinaia di circoli – li chiamiamo DSC, dalla sigla inglese per Collettivi Spontanei. Proprio in questi giorni, ad esempio, un consigliere e vicesindaco di una città siciliana sta lasciando i Cinque Stelle per fondare un DSC. Abbiamo migliaia di iscritti certificati in Italia, che partecipano a votazioni online – trasparenti – per decidere la linea del movimento. Siamo stati parte integrante della battaglia referendaria. E nei prossimi mesi intendiamo continuare e rilanciare. Il messaggio è che DiEM in Italia è pronto a fare la sua parte, con chiunque non si arrenda allo spettacolo di una politica nazionale non solo incapace di risolvere i problemi, ma parte integrante del problema.

Sul palco di DiEM interverranno Luigi De Magistris e Anna Falcone. Possono rappresentare due nomi spendibili per un progetto di cambiamento in Italia?

Luigi de Magistris è una delle figure che fin dall’inizio ha preso parte al nostro progetto, insieme al sindaco di Barcellona Ada Colau. Crediamo fortemente nel protagonismo delle città e dei movimenti municipalisti. Napoli, in questo senso, è un laboratorio fra i più interessanti: una città che valorizza, e non criminalizza, la partecipazione popolare. Che rende l’accoglienza ai migranti senso comune. Che rifiuta la retorica fascista di Salvini. Anna Falcone, insieme ai Comitati del No, rappresenta una stagione importante di mobilitazione nazionale. E ci ricorda come basterebbe attuare pienamente la Costituzione italiana per cambiare realmente le cose e garantire il diritto alla felicità di tutte e di tutti. Per noi un progetto di cambiamento – in Italia come in Europa – deve riuscire a portare insieme dinamiche sociali, cittadinanza attiva, città e movimenti municipali e territoriali, e partiti nazionali.

Qual è il rapporto di DiEM con i partiti della sinistra radicale italiana? Anche Fratoianni, Civati e Ferrero saranno sul palco sabato sera.

All’iniziativa del 25 marzo a Roma ci saranno tante forze diverse da Nicola Fratoianni a Monica Frassoni per i Verdi, da Possibile a Rifondazione ed ex Cinque Stelle, passando per Coalizione Civica di Bologna e appunto De Magistris e Anna Falcone. Soprattutto, ci saranno oltre mille cittadini e decine di associazioni, movimenti e comitati. DiEM è nato per unire. E se a livello europeo vogliamo costruire una nuova proposta capace di aggregare, a livello italiano spingiamo affinché si costruisca uno spazio nuovo. E pensiamo che questo vada fatto subito.

Sì, ma nel concreto, qual é la proposta politica di DiEM per risollevare la situazione politica/sociale/elettorale italiana?

I tatticismi sono il contrario del coraggio, il contrario della visione, il contrario dell’ambizione. Avremmo invece bisogno, già prima dell’estate, di uno spazio che porti insieme cittadinanza, movimenti municipali e quelle forze politiche che vorranno esserci attorno a una proposta chiara, dirompente e convincente. Volti nuovi, idee fresche. Noi siamo quelli per cui la settimana lavorativa va ridotta a quattro giorni. Quelli che le firme per il reddito di cittadinanza le raccoglievano già anni fa, partecipando a presentare nel 2010, insieme alla Basic Income Network, una proposta di legge popolare in questo senso. Quelli che pensano le privatizzazioni non vadano semplicemente fermate, ma che le società partecipate debbano avere una presenza di rappresentanti dei lavoratori e della cittadinanza nei Consigli d’amministrazione. Quelli che dicono che non è accettabile che un Amministratore Delegato, come avvenuto per Sergio Marchionne nel 2015, guadagni 55 milioni di euro, pari allo stipendio di 2.000 dei suoi lavoratori. E che la ricchezza vada ridistribuita, per rimettere soldi in tasca alla stragrande maggioranza degli italiani. E tante altre proposte, che troverete nel New Deal e in tutti gli scritti – sono molti! – che produciamo. Chi le condivide, è con noi.

DiEM sta pensando quindi anche a partecipare, in qualche forma, anche alle prossime elezioni nazionali?

Ogni decisione strategica viene presa in seguita a un processo aperto di discussione e votazione con i nostri iscritti e gruppi territoriali. Certo, siamo coscienti che le elezioni italiane sono un passaggio importante per le questioni europee che discutevamo. Perché l’Italia non è un Paese periferico: è Paese fondatore e un paese centrale nei rapporti di forza in Europa. Ed è senz’altro un ottimo punto da cui partire per quanti vogliono salvare l’Europa da se stessa, trasformandola.

Questo articolo è stato pubblicato da Micromega online il 22 marzo 2017

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