Lavoro e salvaguardia del territorio: obiettivi da non separare

di Marco Ligas

Parliamo spesso della crisi del Basso Sulcis e delle aziende legate al polo dell’alluminio. Continueremo a parlarne perché riteniamo che quel territorio abbia bisogno di interventi diversi e più radicali di quelli sinora realizzati. Purtroppo, o per ragioni speculative e clientelari o per un timore ingiustificato nei confronti di uno sviluppo alternativo che corregga le esperienze del passato, ancora oggi vengono riproposte politiche inadeguate e soprattutto dannose.

Bisogna sconfiggere questa tendenza e accettare l’ipotesi che qualunque intervento si voglia realizzare in quel territorio deve essere finalizzato alla promozione di attività produttive funzionali ai bisogni delle popolazioni e non può essere disgiunto da un’opera di risanamento radicale.

È la tutela della salute dei cittadini che impone questa scelta. Da alcuni anni si conoscono le informazioni fornite dall’Istituto Superiore della Sanità e dal Ministero dell’ambiente in merito alla quantità e pericolosità degli inquinanti presenti nel Basso Sulcis.

Sono informazioni preoccupanti e c’è da chiedersi il perché dei silenzi e dell’indifferenza mostrati dall’Eurallumina e dalle istituzioni regionali e comunali. È bene ricordare che loro compito è anche quello di occuparsi della salute dei cittadini, soprattutto laddove è accertata una crisi ambientale e sanitaria grave.

Un altro dato ancora più grave riguarda una fascia della popolazione che richiede una protezione particolare, quella dei bambini in età compresa tra 0 e 3 anni. Ricerche effettuate dall’Università di Cagliari evidenziano infatti, in un campione di bambini di Portoscuso, deficit cognitivi dovuti a valori di piombo nel sangue superiori alla norma.

La A.S.L. di Carbonia ha pertanto suggerito ai cittadini di evitare che, soprattutto i bambini sino ai tre anni, consumino prodotti ortofrutticoli provenienti dai terreni inquinati. (Stefano Deliperi – Il manifesto sardo n°232)

Ebbene, pur in presenza di questi pericoli, che cosa fa l’Eurallumina? Con una disinvoltura mista a irresponsabilità ripresenta un progetto di ammodernamento della produzione di alluminio che prevede la costruzione di una centrale termica alimentata a carbone e l’ampliamento del bacino dei “fanghi rossi” fino ad un’altezza di 46 metri (!), oggi sono circa 26. Superfluo sottolineare che questi dati danno per certa la produzione di nuove scorie derivanti dalla lavorazione della bauxite.

Un’altra caratteristica di questo progetto (ecco la ragione fondamentale dell’iniziativa, certamente poco nobile) è data da un contributo di 74 milioni di euro di fondi pubblici sui 100 complessivi dell’investimento. Naturalmente, attraverso l’intervento pubblico, molto generoso, l’azienda statunitense offre delle garanzie: il lavoro in cambio della salute. Promette la riassunzione dei lavoratori attualmente disoccupati, ma verosimilmente, come sempre è successo, questo impegno sarà valido sino alla prossima richiesta/ricatto di nuovi contributi. È stato sempre così e non c’è d’attendersi alcuna novità rispetto al passato.

Dando rilevanza a queste considerazioni non intendiamo sottovalutare l’importanza del lavoro e della sua stabilità, né alimentare la contrapposizione tra chi rivendica il diritto al lavoro e chi la salvaguardia dell’ambiente. Sono due obiettivi indivisibili ed entrambi vanno garantiti. Sappiamo che i lavoratori dell’Eurallumina e dell’Alcoa sono quelli che hanno subito le conseguenze più disastrose del fallimento di quel processo industriale. E non dimentichiamo neppure i lavoratori dell’indotto e gli abitanti dell’intero territorio, colpiti anch’essi da un impoverimento che appare irreversibile.

Le motivazioni del declino industriale sono note: dipendono principalmente dalle scelte speculative della multinazionale statunitense sempre protesa, tra l’altro, a localizzare gli impianti produttivi laddove i costi complessivi sono meno cari. Mai questa azienda si è impegnata a risanare il territorio dai danni provocati dall’uso dei materiali inquinanti. Proprio per queste ragioni appare opportuno che il lavoro debba essere salvaguardato insieme alla tutela del territorio. È importante trovare soluzioni nuove, anche sulla base delle esperienze condotte in altri paesi, affinché questi due obiettivi diventino una pratica costante.

C’è chi avanza l’ipotesi di un polo produttivo dell’alluminio riciclato attraverso la raccolta, il riciclo e il riutilizzo dei nuovi prodotti. È praticabile questa strada? Chi ha condotto delle analisi su questa proposta ritiene che i posti di lavoro sarebbero conservati; lo stesso ambiente e la salute dei lavoratori ne trarrebbero benefici. E che dire delle attività lavorative che si potrebbero creare attraverso il risanamento del territorio? Non bisogna liquidare in modo semplicistico queste ipotesi, occorre verificarle e praticarle perché possono rappresentare un’alternativa ai disastri sinora verificatisi.

Questo articolo è stato pubblicato da Il manifesto sardo il 1 marzo 2017

Autore dell'articolo: Amministratore

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