L’anticapitalismo di Rossana Rossanda

Rossana Rossanda

di Gianmarco Martignoni

Seguendo il puntuale suggerimento di un compagno, mi sono precipitato in edicola per acquistare l’ultimo numero di «MicroMega» con una lunga intervista di Marco D’Eramo a Rossana Rossanda.

E sono stati 15 euro ben spesi. Nonostante la mia viscerale antipatia per Paolo Flores D’Arcais, l’intellettuale liberal che magistralmente – fra le tante perle dettate dall’assoluta mancanza di una bussola – qualche giorno fa ha scoperto che i 5stelle sono invotabili. Tornando all’intervista, nel disorientamento intellettuale che contraddistingue l’ex (nuova) sinistra, «la ragazza del secolo scorso» dimostra a quasi 93 anni di essere arzilla e lucida, non solo perché ribadisce di sentirsi ancora «una vecchia bolscevica» ma in quanto rimbrotta D’Eramo per il suo generico anticapitalismo.

La carrellata dei temi affrontati nell’intervista è più che esauriente, così come – soprattutto per le nuove generazioni – è buona l’idea di fornire un “Dizionario” delle persone citate dalla Rossanda, un centinaio circa: dalla A di Gianni Agnelli alla Z del regista cinese Zhang Yimou. Infine, liquidato Matteo Renzi come un «politico abile», non poteva mancare una stilettata al quotidiano comunista da cui se ne è andata quatto anni fa: «oggi il manifesto è il solo quotidiano autonomo che resta, ma dubito che riesca a dare un contributo politico e teorico che conti» avendo smarrito una solida analisi marxista.

DUE BREVI NOTE
di Daniele Barbieri

  • 1 – Qualche recente articolo di Rossanda è stato ripreso in “bottega” ma segnalo anche due interessanti post di Mauro Antonio Miglieruolo: qui ROSSANA ROSSANDA e la salvatrice BELLEZZA DEL MONDO e qui Lettera aperta a Rossana Rossanda.
  • 2 – Mi associo a Gmm nel segnalare che questa “intervistona” è ottima. Aggiungo solo una puntualizzazione. Da persona che ogni giorno sottrae alle sue magre tasche 3 euri per comprare due quotidiani («il manifesto» e «Il fatto quotidiano» che pure è finanziariamente autonomo) mi spiace che dalle parti de «il manifesto» non si riesca a dare «un contributo politico e teorico» ma forse questo sarebbe più il compito di una rivista “gemella” (che c’era ma venne chiusa non si capì bene perché) mentre invece mi fa incazzare come una biscia che il quotidiano «autonomo» quasi mai cerchi le notizie fuori dai Palazzi e dalle sue logiche; almeno quello di informare un quotidiano potrebbe/dovrebbe tentare di farlo… invece di rincorrere sempre i Vendola, i Rossi, i Cofferati per chiedere a loro “come va il mondo” ignorando quasi del tutto il mondo del lavoro, le lotte sociali, i movimenti.

Questo articolo è stato pubblicato dalla Bottega del Barbieri il 29 marzo 2017

One Response to L’anticapitalismo di Rossana Rossanda

  1. Gianni Sartori ha detto:

    In mancanza di meglio, mi attacco qui. E, forsepoco elegantemente, colgo l’occasione per ricordare agli smemorati come negli anni ottanta, mentre imperversava la squadra della morte denominata GAL, il Manifesto condannava sistematicamente la sinistra abertzale basca (tutta, non solo l’ETA, anche Herri Batasuna e Jarrai) come “terrorista” (e contemporaneamente esprimeva simpatia per l’IRA e il Sinn Fein…mai capito).
    Buona giornata
    GS

    ETA: ULTIMO ATTO?

    Dal fiero popolo basco una nuova sfida alla Storia, ma stavolta il “campo di battaglia” è quello della pace

    (Gianni Sartori)

    Esponenti accreditati della società civile confermano quanto si andava profilando da tempo: il disarmo totale e definitivo di Euskadi Ta Askatasuna (Paese Basco e Libertà).
    La data di tale evento, l’8 aprile 2017, non sembra scelta a caso. Cadrà infatti pochi giorni prima dell’Aberri Eguna. La prima celebrazione del Giorno della Patria basca risale alla Domenica di Pasqua del 1932. Con questa ricorrenza, altamente simbolica, il nazionalismo basco intendeva richiamarsi all’insurrezione irlandese della Pasqua del 1916.

    Non si può escludere che proprio in occasione dell’Aberri Eguna di quest’anno ETA dia l’annuncio di autoscioglimento come organizzazione armata. Pur continuando a lottare, ovviamente con altri mezzi, per l’indipendenza e il socialismo.

    La scorsa settimana Bake Bidea, piattaforma della società civile che promuove il processo di pace in Euskal Herria, aveva organizzato un convegno (“Il disarmo al servizio del processo di pace”) a Biarritz, nel Nord del Paese basco (Ipar Euskal Herria, sotto amministrazione francese). Vi avevano preso parte numerosi esperti e rappresentanti degli “Artigiani della Pace”. Tra questi, le cinque persone arrestate lo scorso dicembre mentre si apprestavano a mettere fuori uso un certo quantitativo di armi di ETA (come concordato con l’organizzazione indipendentista armata). Un gesto di “buona volontà” (già applicato positivamente in Irlanda del Nord) che si voleva propedeutico alla soluzione politica del conflitto, ma che invece era incorso nella repressione e nella manipolazione mediatica.
    A circa due anni dalla “Conferenza umanitaria per la pace nel Paese Basco” e a cinque anni dall’inizio del mandato del governo socialista francese, il Convegno di Biarritz ha rappresentato l’occasione per un bilancio e una riflessione sul ruolo della società civile nel promuovere il processo di pace. Un processo destinato ad avanzare soltanto per l’impegno del popolo basco, non certo per la sostanziale assenza dei governi spagnolo e francese.
    A seguito della Conferenza umanitaria, si era costituita una “Commissione di giuristi per la pace nel Paese Basco”, composta da una ventina di giuristi francesi e baschi,
    per riflettere sulle possibili soluzioni per la situazione in cui versano i prigionieri politici.

    Un breve riepilogo sugli eventi di Luhuso (Louhossoa, Pyrénées -Atlantiques), la località vicino a Bayona in cui vennero arrestate le cinque persone coinvolte nell’operazione di distruzione delle armi di ETA.

    Il 16 dicembre 2016 alcuni rappresentanti della società civile avevano preso la storica decisione di intervenire direttamente, in prima persona, nel disarmo di ETA.

    Tra loro, i due primi arrestati: Michel Berhocoirigoin (ex presidente di Euskal Herriko Laborantza Ganbara e sindacalista) e Jean-Noël Etcheverry (militante di organizzazioni ambientaliste e pacifiste come Bizi). Entrambi sono conosciuti in Ipar Euskal Herria sia per la loro attività politica, sindacale e sociale che per il coinvolgimento nel processo di pace.
    In un primo momento si era parlato anche di Michel Tubiana, presidente onorario della Lega per i Diritti dell’Uomo di Francia. Invece non si trovava tra gli arrestati, ma soltanto perché non era uscito da casa per tempo. Si dichiarava comunque a disposizione delle autorità in quanto firmatario del documento sottoscritto da Michel Berhocoirigoin e Jean-Noël Etcheverry.
    Inoltre Tubiana condannava fermamente l’operazione che aveva portato all’arresto dei due esponenti pacifisti e ribadiva il suo coinvolgimento per la pace e il disarmo.
    Nella medesima circostanza venivano fermati la giornalista Béatrice Molle-Haran (di Mediabask), Michel Bergouigan (“Irulegi”) e Stèphane Etchegaray che doveva riprendere l’operazione.
    Dopo quattro giorni di detenzione i cinque vennero rimessi in libertà, ma posti sotto controllo giudiziario e accusati di “porto, trasporto e detenzioni di armi, di munizioni e prodotti esplosivi in associazione con organizzazione terrorista”. Accuse per cui, in teoria, potrebbero essere condannati dai 15 ai 20 anni di prigione.

    Con una loro dichiarazione scritta in precedenza, prevedendo un’azione giudiziaria, Tubiana, Berhocoirigoin e Etcheverry rivendicavano che “in quanto esponenti della società civile e senza nessun legame e subordinazione rispetto a ETA abbiamo deciso di dare inizio al processo di disarmo dell’organizzazione armata con la distruzione di un primo stock di armi corrispondente al 15% dell’arsenale di cui dispone ETA”.
    Nello stesso documento si appellavano alla società civile e agli eletti chiedendo di “mobilitarsi in massa, in modo totalmente pacifico, per sostenere la necessità di un disarmo ordinato e controllato”.
    Pronta la risposta popolare: una grande manifestazione a Baiona con concentramento in Euskaldunen Plaza all’insegna della parola d’ordine: “Bakearen alde, liberté pour les artisants de la paix”.
    Altre manifestazioni a sostegno dei cinque militanti si svolgevano in tutta Euskal Herria il 17 dicembre 2016, nel giorno successivo al loro arresto.
    In un altro documento Tubiana, Berhocoirigoin e Etcheverry chiarivano ulteriormente il loro ruolo di “intermediari tra ETA e uno stato che vorremmo portare a riflettere”. Un atteggiamento il loro, lo riconoscono, che potrebbe “apparire pretenzioso, ma abbiamo deciso di assumerci le nostre responsabilità nella convinzione che questo può essere utile per la pace”.
    Contro questo genere di persone, avulse da ogni apologia della violenza, si era messa in campo un’operazione congiunta della Guardia Civil spagnola e della Direccion General de Seguridad Interior (DGSI). Operazione che venne poi falsamente presentata dal Ministero dell’Interno come un “nuovo colpo assestato agli arsenali di ETA”. Stando a quanto aveva divulgato Euskal Irratiak, l’abitazione in cui si svolgeva l’operazione si trova nel quartiere di Kurutxeta, tra Luhuso e Heleta. Mentre la polizia completava la perquisizione, un centinaio di cittadini (non certo pochi per una località che conta un migliaio di abitanti) si erano riuniti all’esterno protestando. Verso le ore 21 @bakeaEHan (PaixEn PB/bakeanEHan) aveva lanciato una serie di tuits per segnalare che si stava svolgendo un’operazione di polizia a Luhuso per “impedire la distruzione delle armi di ETA da parte della società civile”.
    Secondo quanto riportava recentemente Le Monde “l’essenziale dell’arsenale militare dei separatisti di Euskadi Ta Askatasuna è nascosto in Francia”. Anche dopo l’abbandono della lotta armata nel 2014, secondo il noto quotidiano francese, centinaia di fucili d’assalto, pistole, esplosivi rimarrebbero ancora disseminati e nascosti in rifugi e nascondigli. E Le Monde confermava che “diverse centinaia di persone e numerosi eletti della regione parteciperanno a questa operazione di inedita ampiezza”. Operazione, ripeto, prevista per l’8 aprile; sempre che i governi di Madrid e Parigi non decidano di vanificarla. Per esempio, nel caso della Francia, rifiutandosi di prendere in carico le armi consegnate sotto gli occhi di osservatori internazionali.
    “ETA ci ha affidato la responsabilità del disarmo del suo arsenale e, alla sera del prossimo 8 aprile, ETA sarà totalmente disarmata” ha ripetuto in varie occasioni Etcheverry. Ricordando poi come da tempo la società civile basca sia in attesa di un intervento del governo francese a favore del processo di pace avviato nel 2011 con la Conferenza internazionale di Ayete a Donosti (San Sebastian).
    Tra i contributi più significativi al laborioso processo di pace che comunque, governi permettendo, si va costruendo n Euskal Herria, segnalo un cortometraggio realizzato da La Bande Passante:
    “La Paix Maintenant, une exigence populaire”.
    Come spiega la pellicola, è questa forse la prima volta nella storia dei conflitti che un’organizzazione politico-militare consegna le armi e dichiara unilateralmente la pace senza contropartite.
    E proprio dalla consapevolezza dell’importanza storica di questo gesto è scaturita la mobilitazione di ampi settori della popolazione basca che vuol farsene carico direttamente.
    Auguri al popolo Basco, se li merita.
    Gianni Sartori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *