Saviano chi? Alla ricerca delle ragioni dell’astio

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di Mattia Fontanella e Riccardo Lenzi

Perdonateci: ci riesce difficile comprendere le ragioni dell’astio che, da più parti, circonda (o, meglio, accerchia) Roberto Saviano. Certamente e comprensibilmente odiato – come tanti altri giornalisti, meno noti ma non meno valorosi e degni di attenzione – dai criminali che lo costringono a vivere sotto scorta, l’aggressività diffusa che circonda Saviano ci pare sproporzionata rispetto ad una pur legittima antipatia che chiunque può suscitare nel prossimo.

Beninteso chiunque è libero di criticare chiunque. Dio ci scampi e liberi dai santi, gli eroi, i miti e, soprattutto, i martiri. A scanso di equivoci: non è un peccato criticare Saviano e quello che scrive o dice. Il vero peccato è assistere, basiti, a risse mediatiche che coinvolgono persone variamente impegnate sul fronte antimafie. Davvero si può credere che i problemi di Napoli e della Campania si chiamino Saviano e/o De Magistris? Ci preoccupano un’aggressività e una suscettibiltà crescenti che, temiamo, rischiano di contribuire all’isolamento di persone particolarmente esposte, facendone involontariamente un bersaglio per coloro che, da tempo, le avevano nel mirino.

Ciò vale per Saviano così come, ad esempio, per il pm Nino Di Matteo ed i suoi colleghi del pool di Palermo, contro il quale si è sbandierata – impropriamente e malevolmente – l’assoluzione di Mannino. Dimenticandosi del tritolo che, ormai da tempo, è giunto in Sicilia per regolare l’ennesimo conto aperto.

Oltre alle polemiche più recenti, abbiamo letto – persino su fogli di stampa con una storia dignitosa, oggi purtroppo in declino – attacchi inqualificabili, che potremmo sintetizzare nell’appellativo “mafiosetto”, riferito a Saviano dal commentatore dell’Unità Fabrizio Rondolino. Sentiamo dire, non solo nei bar, che in fin dei conti se non l’hanno ancora ammazzato è perché non è puro: ci fa i soldi coi suoi libri. La calunnia è un venticello; ma questa raffica di aggressioni verbali somiglia più alla Bora che ha spazzato Trieste in questo lugubre gennaio italiano.

Lungi da noi voler fare paragoni impropri, ma non possiamo dimenticare le critiche ingenerose che, anche da sinistra, piovvero su Giovanni Falcone quando il magistrato accettò l’incarico al ministero della giustizia nel governo Andreotti. Una scelta che legittimamente poteva suscitare stupore. Ma che allora, quando internet e i social ancora non esistevano, provocò reazioni fin troppo stupefacenti per la loro velenosità. Anche da parte di chi si trovava sullo stesso lato della barricata, come Leoluca Orlando. O da alcuni commentatori dello stesso quotidiano che oggi ospita gli interventi di Saviano.

“Falcone, che peccato”, è il titolo di un commento di Sandro Viola pubblicato su Repubblica il 9 gennaio 1992 che, sebbene tutt’altro che memorabile, merita forse di essere ricordato a chi oggi insiste nel polemizzare sistematicamente con l’autore di Gomorra. “Da qualche tempo” – scrisse Viola – “sta diventando difficile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato.

Egli è stato preso, infatti, da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare, che oggi rappresenta il più implacabile dei vizi nazionali. Quella smania di pronunciarsi, di sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi televisivi, che divora tanti personaggi della vita italiana – a cominciare, sfortunatamente per la Repubblica, dal presidente della Repubblica [Cossiga] – spingendoli a gareggiare con i comici del sabato sera, con il prof. Sgarbi, con i leader di partito, con i conduttori di «talkshows», con gli allenatori di calcio, insomma con tutti coloro che ci affliggono quotidianamente, nei giornali e alla televisione, con le loro fumose, insopportabili logorree”. Parole scritte sullo stesso quotidiano che di lì a poco avrebbe contribuito, insieme a quasi tutte le altre redazioni, alla santificazione del pool di Mani Pulite.

Non si tratta dunque di censurare i propri pensieri o i propri giudizi, ma di essere consapevoli che la storia, specie in questo Paese smemorato, si è ripetuta troppe volte. E non come farsa.

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