Pd: primarie sì, primarie no

Pd - Foto di Orsonisindaco

di Domenico Gallo

Parafrasando Elio e le storie tese, si potrebbe aggiungere un nuovo versetto alla terra dei cachi: primarie si, primarie no: il tormentone italiano Lo psicodramma della divisione del Pd ha occupato le cronache politiche dell’ultima settimana ed ha suscitato accese discussioni e pronostici su chi sarebbe rimasto con il cerino in mano della scissione.

Una scissione decisa e consumata da tempo che, alla fine, è emersa da un gioco di infingimenti e di scaricabarile reciproci. In questa fase la palma del gioco degli inganni l’ha conquistata Emiliano che, fino all’ultimo, ha spinto i bersaniani verso la scissione e poi, alla scadenza dei tempi supplementari, è saltato dalla barca degli scissionisti ed è rientrato nel partito dove riesce a giocare il ruolo di unico contendente a sinistra nelle primarie del partito, avendo bruciato tutti gli altri competitori.

Contro la scissione del Pd si è scatenato un battage mediatico imponente, simile a quello che aveva sostenuto la riforma costituzionale del governo Renzi. Così la nascita di una nuova formazione politica staccatasi dal corpo di un partito, che negli ultimi anni è diventato l’alfiere delle oligarchie economiche e finanziarie, è stata oggetto di un cannoneggiamento spietato che mira a sopprimerla nella culla. È stata presentata come un evento incomprensibile, pretestuoso, assolutamente irragionevole, come una pura manovra di ceto politico, idonea a gettare l’Italia nel caos, favorendo l’ascesa di Grillo o di Salvini.

In realtà è difficile spiegare agli italiani questo tardivo pentimento di un ceto politico dirigente che ha anteposto gli interessi della “ditta” a quelli del popolo italiano quando erano in gioco questioni di enorme rilevanza politica e sociale come lo smantellamento delle conquiste sociali del lavoro (attraverso il Job’s Act e simili), la decostituzionalizzazione della scuola, attraverso la c.d. “buona scuola”, la compressione della democrazia politica attraverso l’italicum e la devastazione della Costituzione, attraverso la riforma Boschi, che il popolo italiano ha sonoramente bocciato con il referendum del 4 dicembre.

Tuttavia sarebbe del tutto sbagliato e fuorviante ritenere che questa separazione sia frutto di mere lotte di potere all’interno del ceto politico, quel che accade ha solide ragioni politiche. Matteo Renzi si è impadronito del Pd e delle istituzioni e ha condotto il paese e il partito in una fallimentare svolta a destra. È stato cacciato a furor di popolo dal voto del 4 dicembre. In paesi più seri, questo porrebbe fine a una carriera politica, com’è accaduto a Cameron con Brexit. Invece Renzi va a casa, cambia camicia e torna tal quale.

In piena corsa per sfasciare un altro governo, andare al voto anticipato, e tornare al più presto a Palazzo Chigi. Non è affatto una querelle sulle date, in mezzo c’è la politica. C’è l’insopportabilità di una svolta accentratrice ed autocratica, che demolisce quel poco di democrazia che c’è nel sistema partito per dare mano libera allo smantellamento dei diritti sociali e della democrazia economica. In questo quadro anche questioni che potrebbero sembrare astruse ed incomprensibili come i tempi del congresso ed il regolamento delle primarie assumono rilievo.

Una democrazia costituzionale per funzionare ed avere una robusta base sociale ha bisogno dei partiti, ma occorre che i partiti, come prevede la Costituzione siano collocati nella società, siano associazioni di cittadini, non mere strutture di potere. Per questo i congressi sono importanti ed hanno un senso se servono a mettere a fuoco le linee politico-programmatiche sulla base degli orientamenti e dei bisogni di cui si fanno portavoce gli associati.

Se invece il senso del congresso del partito si risolve in una mera procedura per incoronare, attraverso le primarie, un capo politico, il quale nominerà poi parlamentari i suoi fedelissimi, avvalendosi di sistemi elettorali compiacenti, allora è impossibile uscire fuori dal circolo vizioso del sistema oligarchico che affoga la democrazia. L’aspetto più preoccupante sono proprio le primarie aperte perché espropriano gli associati persino della titolarità del diritto di scegliersi il leader, che viene selezionato da una platea esterna.

Questo articolo è stato pubblicato dal Corriere dell’Irpinia il 24 febbraio 2017

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *