La crisi dell’Europa e il futuro della sinistra: una risposta a Varoufakis

Yanis Varoufakis

Yanis Varoufakis

di Antonia Battaglia

Ho letto con grande interesse l’intervista di Alessandro Gilioli a Yanis Varoufakis, pubblicata di recente su L’Espresso. Parole che fanno riflettere non solo sullo stato della sinistra in Europa, ma che naturalmente rimettono la palla al centro anche in Italia, dove il dibattito politico appare dominato da poca, pochissima sostanza e da tanta, troppa demagogia.

L’intervista di Varoufakis può essere quindi un’occasione per riflettere sui temi fondamentali con i quali la sinistra italiana dovrà confrontarsi prima delle prossime elezioni politiche, per rispondere all’onda d’urto di un populismo che domina nettamente la scena, sotto le false spoglie della democrazia diretta.

Diem 25, il movimento lanciato da Varoufakis, viene presentato quasi come l’ultima chance per salvare l’Europa. Brexit, la crisi profonda dell’Unione, la rivolta dei ceti medi contro l’establishment, l’avanzata dei nuovi fascismi sono il sintomo dello stato di profondo malessere europeo. L’Europa, concepita ab origine come ideale, è diventata oggi proprietà monopolistica oltreché simbolo di negazione dei diritti degli “altri”., luogo fisico e morale in cui lo sforzo per separare, espellere, chiudere sembra essere l’unica ragione d’azione.

Ma affermare semplicisticamente, come fa Varoufakis, che da “europeista”. ha il dovere di opporsi all’Eurogruppo, alla Commissione europea e alla Troika, di proporre soluzioni diverse per affrontare la crisi strutturale, è già una dichiarazione di per sé populista e demagogica.

Perché lo stesso Tsipras, appena eletto, ha capito che non si può abbattere un sistema sbagliato e oppressivo senza un programma preciso e condiviso, che non sia velleitario e che non nasca dall’élite. Tsipras ha capito subito che ciò che va riformata è l’intera architettura dell’Europa.

Tracciare una strada impraticabile non è la soluzione, perché l’invito alla trasgressione e alla condanna dello status quo non bastano per cambiare la Storia. E la spinta per il cambiamento deve armarsi delle armi giuste: attaccare il Sistema per ricostruire una casa comune fondata su ideali condivisi. Uscire dall’Europa e dall’euro senza alternative sicure, valide e concrete è un suicidio di massa.

Secondo Denis de Rougemont, l’Europa ha scoperto tutte le terre della Terra ma nessuno ha mai scoperto l’Europa: scoprire finalmente l’Europa vuol dire darle quell’anima politica, di condivisione e transnazionalità, che non le sono mai state date. E non sono gli strumenti che devono essere abbattuti (Commissione, Euro, Troika) ma il loro utilizzo, che deve essere intriso di ideali, visioni, persone, paradigmi nuovi. Sono le politiche, le alleanze tra Stati, gli equilibri di potere che devono essere totalmente sovvertiti. Sono coloro che mandiamo nei posti di comando a dover esser diverse e diversi. Sembra banale, ma è cosi.

Il segreto, forse, per i prossimi anni, risiederà nell’incessante attività di estrarre da ogni Paese europeo, frammento per frammento, le sinistre sonnolente ma vere, metterle fuori dalle stanze e dagli accordi di pochi, scoperchiare tutto, dar fuoco alle logiche del passato ma non con la dialettica demagogica della contrapposizione Troika vs. Grecia, Eurogruppo vs. Anima Europea.

Piuttosto attraverso la costruzione dal basso di un programma che porti in Europa, in Italia, in Spagna, in Grecia e altrove programmi e persone che siano elette perché possano fare la differenza. In grado di cambiare l’Italia, l’Europa, per davvero.

Sono stata candidata nella Lista Tsipras, alle ultime elezioni europee del 2014, per 48 ore. Sono uscita da quella Lista, che, nel mio caso, aveva sposato la prospettiva della sinistra d’élite che oggi condanno e che potrebbe affossare anche Diem. Prospettiva questa che porterebbe di nuovo alla débâcle di un progetto di sinistra che nasce tra pochi eletti, disegnato sulle spoglie di un passato che si vuole rivoluzionario, ma che non lo è affatto e che perpetra errori, personaggi, caste.

Sono uscita dalla Lista Tsipras perché, nel mio caso specifico, aveva preferito l’establishment di una sinistra salottiera e intellettuale a chi come me contestava l’establishment stesso.

La sinistra che vorrei vedere è una sinistra non auto-referenziale, che non usa simboli e nemici di carta per farsi grande. Non mi interessa più sapere che la Troika e la Commissione sono il nemico, perché in questo c’è una grande parte di verità ma non è tutta.

L’Europa è da riformare, in tutto e per tutto. Ma, da cittadina, posso dire che è stata fino ad ora (con la Procura di Taranto) l’unica Istituzione che ha ascoltato la nostra richiesta di aiuto nella questione Ilva. Non sarà servito a molto, ma importanti procedure d’infrazione sono state lanciate. La Corte Europea di Strasburgo ha richiamato l’Italia dopo il ricorso dei cittadini di Taranto. La Commissione Europea ha aperto una indagine sugli aiuti di stato all’Ilva. Il sistema è sbagliato, da riformare, ma le speranze di cambiamento esistono.

Allora, caro Varoufakis, idolo della mia vita per 48 ore, la cosa realisticamente più utile che possiamo fare è certamente distruggere tutto e rifondare, ma anche confrontarci con la realtà e con quello che realmente si può cambiare, lasciando da parte slogan salottieri e ripartendo dalla società civile, che è stata grande interprete della sinistra in questi anni.

L’Europa va riformata con estrema urgenza. In tutti i suoi aspetti. I più stringenti quelli che riguardano le politiche monetarie e di migrazione, campi di battagli acerrimi nei quali non prevalgono più i principi ai quali la Costituzione europea si ispira ma nei quali l’utilitarismo rawlsiano e il velo di ignoranza (ormai più che un velo è una coltre) dominano sovrani. I cinquemila morti nel Mar Mediterraneo nel 2016 e le violente politiche d’austerità bastano a dare l’idea di cosa sia oggi l’Europa.

Ma le risposte al disagio sociale devono essere concrete ed includere le piazze. La contrapposizione a parole, l’ideale del nemico Troika con il quale poi comunque si fanno i conti (come purtroppo ha dovuto farli Alexis Tsipras, cosa che ha fatto male al cuore a tutti noi) deve acquistare concretezza e realizzarsi con gli strumenti giusti. Entriamo nei palazzi, scardiniamo tutto, ma ricordando che per farlo dobbiamo avere oltre alle idee un progetto realistico e le persone giuste per realizzare.

Sintonizzarsi sulle regole di una democrazia rinchiusa e stretta dentro i confini nazionali sembra essere la scelta che si sta operando oltreoceano. E allora diventa ancora più importante che il tempo concesso all’avventura europea non scada, che si raccolga la sfida di rifondarla questa Europa.

L’obiettivo è quindi più che mai scardinare non solo la politica, ma arrivare a trovare risposte nazionali e transazionali autentiche, fuori dalle logiche di contrapposizione, inclusive. Uscire dalle stanze, andare verso la gente e lì trovare bisogni, visioni, quella concretezza ormai imprescindibile agli ideali.

Sono d’accordo con Giuseppe Civati quando scrive, a commento dell’intervista di Varoufakis, che “ci vuole la necessaria mobilitazione. Non è più tempo di convegni, al chiuso di una stanza, in cui risolvere tutte le questioni ‘tra di noi’. Anche l’azione istituzionale è insufficiente, se non accompagnata da una grande mobilitazione popolare.”.

È fuori dalle logiche del passato che la sinistra vive, è li che si è nascosta e che opera. Essa vincerà se uscirà dalla logica del cerchio magico, che non vuol dire svendita degli strumenti democratici via internet ed elezioni per consultazione online. Ma vuol dire costruzione, condivisione, consenso, vuole dire prendere la misura di una realtà fatta di migliaia di associazioni di cittadini che lottano e vivono per portare avanti e difendere quei principi che sono propri della sinistra. Non vuole dire andare dai cittadini ma andare con i cittadini, seguirli. Movimenti e gruppi che si sono auto-organizzati e che in questi anni hanno fatto crescere e prosperare la sinistra al di fuori dei partiti, dei gruppi di eletti, con la concretezza delle loro azioni e con la scarsità dei loro mezzi. Usciamo dai salotti, dagli slogan, dai confini nazionali.

Questo articolo è stato pubblicato da Micromega online il 17 gennaio 2017

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