Italicum: se la Consulta riapre i giochi

di Domenico Gallo

Con la sua sentenza la Corte Costituzionale ha demolito la legge elettorale più bella del mondo, che tutta l’Europa ci avrebbe copiato. Questo risultato non è nato dal caso. Se ben cinque Tribunali hanno sollevato nel giro di pochi mesi la questione di incostituzionalità dell’Italicum, questo è frutto di una mobilitazione senza precedenti della società civile, che ha coinvolto circa 200 avvocati in tutt’Italia, coordinati dall’avvocato Felice Besostri, assieme a migliaia di cittadini che, a loro spese, hanno introdotto 22 giudizi per contestare dinanzi ai Tribunali l’illegittimità di una legge elettorale volta a taroccare il risultato del voto, mortificando i diritti politici del cittadino.

Si è trattato di un caso esemplare di contrapposizione fra la società civile ed il Palazzo, fra i diritti dei cittadini e l’arroganza di un ceto politico che conosce solo la legge della propria convenienza. Il merito principale della sentenza della Consulta è quello di aver ribadito che le leggi elettorali devono essere conformi alla Costituzione e possono essere contestate dai cittadini prima della loro applicazione concreta, respingendo in toto la tesi del Governo dell’inammissibilità del controllo di costituzionalità preventivo. In tal modo è stato impedito il ripetersi dello scandalo di un Parlamento eletto con una legge costituzionale illegale.

Nel merito la Corte ha svergognato il trucco attraverso il quale il precedente Governo aveva cercato di aggirare i principi stabiliti dalla pronuncia di incostituzionalità del porcellum. Con la sentenza 1/2014 la Consulta aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale del meccanismo che prevedeva l’attribuzione di un premio di maggioranza che comportava l’attribuzione di ben 340 seggi senza predeterminare una soglia minima. Questa situazione era idonea a creare una distorsione enorme fra la volontà espressa dagli elettori ed il risultato in seggi, compromettendo il principio stesso della sovranità popolare.

L’Italicum ha fatto finta di rispettare le prescrizioni della Consulta, introducendo la soglia del 40% dei voti per accedere al premio. Senonché tale soglia è stata resa rimovibile attraverso l’invenzione del ballottaggio a cui accedono le liste che hanno ottenuto meno del 40% dei voti. Con questo trucco ignobile un partito con 20/25% dei voti poteva conseguire la maggioranza assoluta alla Camera, distorcendo del tutto la volontà espressa dal popolo sovrano.

La Consulta ha censurato l’illegalità di questo escamotage mettendo a nudo l’abuso di potere di un Governo che ha imposto una legge palesemente incostituzionale ad un Parlamento recalcitrante ricorrendo al voto di fiducia.

Ma i difetti dell’Italicum non si esauriscono con il ballottaggio. Il premio di maggioranza rimane irragionevole perché comporta l’attribuzione alla lista “vincitrice” di oltre 90 seggi in più rispetto ai voti ricevuti, che vengono sottratti agli altri partiti, ed il voto rimane profondamente diseguale. Inoltre il sistema dei capilista bloccati, combinato con i collegi di dimensioni ridotte in cui difficilmente un partito può eleggere più di un candidato, lascia ancora una volta in mano ai capi dei partiti la prerogativa di nominare i parlamentari, sottraendo ai cittadini il diritto di scegliersi i propri rappresentanti.

Infine non possiamo non rilevare che permane una netta disomogeneità fra la legge elettorale della Camera e quella del Senato. In queste condizioni non si può andare al voto subito, deve intervenire il Parlamento a completare l’opera della Corte costituzionale restituendo agli elettori quella sovranità che un sistema politico oligarchico aveva loro sottratto.

Questo articolo è stato pubblicato da Micromega online il 26 gennaio 2017

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