Fidel ora riposa fra gli altri grandi della lunga lotta di liberazione

di Maurizio Matteuzzi

“Yo soy Fidel”, (anche) io sono Fidel. Noi tutti, popolo cubano, siamo e saremo Fidel. Per onorare il suo lascito storico e il suo testamento politico nel momento in cui la morte infine ha fatto il suo corso, venerdì 25 novembre. Queste parole sono state quelle più gridate e più sentite nella cerimonia funebre nella Piazza della Rivoluzione dell’Avana e poi nel lungo corteo funebre che, per 900 chilometri, ha portato le ceneri fino al cimitero monumentale di Santa Ifigenia di Santiago, la “città eroica” nell’est del paese, dove tutto cominciò nel luglio del ’53 con l’assalto (peraltro fallito) alla caserma del Moncada.

E dove, fra le palme reali, uno dei simboli di Cuba, in una tomba sobria fatta di una roccia nuda con solo una placca e la scritta “Fidel” (non c’è bisogno di altro), ora riposa accanto a José Martí, l’eroe suo e dell’indipendenza cubana, e altri grandi della lunga lotta di liberazione dell’isola caraibica prima dall’occupazione coloniale della Spagna poi dal dominio neo-coloniale degli Stati Uniti : Carlos Manuel de Céspedes, colui che diede il via alle guerre contro la dominazione spagnola; Mariana Grajales, la mulatta madre dei generali indipendentisti José e Antonio Maceo; Frank País, il leader studentesco che appoggiò dalla città di Santiago la lotta dei barbudos sulla Sierra Maestra e cadde assassinato a 23 anni dalla polizia del dittatore Batista.

La vicinanza della tomba di Fidel con quella di Martí non è casuale. Lui è stato e si sentiva, a buon diritto, il suo erede legittimo. Come dice lo storico Fabio Fernández Batista, “vi sono quattro elementi” che accomunano indissolubilmente Fidel a Martí: la necessità di “una guida politica unita e rivoluzionaria per conquistare con le armi l’indipendenza”, la convinzione che “la lotta per la liberazione nazionale dovesse avere contenuti sociali e non solo nazionali”, l’inserimento della lotta per la liberazione di Cuba “in un più vasto movimento di integrazione politica e sociale dell’America latina” e infine, avendo (entrambi) conosciuto personalmente il triste ruolo storico degli USA rispetto al “cortile di casa” latino-americano, l’inevitabilità di “combattere l’imperialismo degli Stati Uniti”.

Questo è stato “il destino” che Fidel Castro si è dato e che ha perseguito fino in fondo. Con tutti i suoi limiti, le sue contraddizioni, i suoi errori. Ma anche con tutta la sua grandezza. Che, in estrema sintesi, si può riassumere in poche parole: aver trasformato un minuscolo paese che era sì “la perla delle Antille” ma soprattutto un casinò e un casino (nel senso di bordello) degli Stati Uniti, dove da Miami si arrivava all’Avana nei week end per bere rum, giocare alla roulette, andare a puttane e dove la mafia USA e le grandi compagnie nordamericane, come la United Fruit, facevano il bello e il cattivo tempo, in una piccola-grande potenza ideologica, politica e anche culturale.

Non solo rispetto all’America latina, che per tutto il ‘900 – il tragico e grandioso “secolo breve” di cui parla Hobsbawm – ha dovuto subire le “attenzioni” del “grande fratello del nord”, ma, senza esagerare, a livello mondiale. Basti pensare al ruolo che “l’internazionalismo” cubano ha giocato – autonomamente, non certo per conto dell’Unione Sovietica – nella liberazione dell’Africa australe (“quando ci siamo ritirati dall’Angola noi non ci siamo portati dietro petrolio e diamanti ma solo i resti dei nostri caduti”, ebbe a dire una volta Fidel). O il ruolo che Cuba ha avuto durante le dittature militari subite da quasi tutti i paesi latino-americani nella seconda metà del ‘900 e dopo, nel processo di rinascita del primo decennio degli anni 2000, che ora è finito (la svolta a destra dell’Argentina, il golpe bianco in Brasile, la terribile crisi del Venezuela postr-chavista, l’incapacità del Cile di uscire dall’eredità maledetta di Pinochet…)

Fidel era uscito dai riflettori del potere già da una decina d’anni, il fratello Raúl ha intrapreso un percorso di riforme inevitabili e dolorose che al Comandante en jefe, pur nella sua lealtà assoluta, con ogni probabilità non piacevano. Cuba ora è in un limbo. Dopo le aperture di Obama, che ha riconosciuto il carattere “fallimentare” di mezzo secolo di politica USA verso l’isola ribelle, e alla vigilia dell’avvento di Trump nessuno è in grado di dire cosa accadrà nell’immediato futuro.

Ma è certo che con la morte di Fidel si chiude un’epoca e per Cuba si avvicina l’ora della verità. Fra rischi contrapposti di accelerazione incontrollata del processo di riforma o di trinceramento dei settori più legati all’ortodossia e alla burocrazia del partito-stato. Molto dipenderà da Trump, se prevarrà l’ approccio pragmatico business oriented suo e della comunità imprenditoriale, che preferirebbe che a Washington e l’Avana “non cambiasse nulla”, o quello ideologico della destra dura e pura che liquida Fidel come “un brutale dittatore” (1) e promette di “mettere fine all’accordo con Cuba se non verrà migliorato nell’interesse del popolo cubano, dei cubano-americani e degli Stati Uniti”.

La scomparsa di Fidel e l’avvento del barbaro Trump avvengono in un contesto sfavorevole per Cuba non solo per quanto accade a Washington: in America latina dopo un quindicennio di governi progressisti e di bonanza economica soffia un vento di restaurazione, di crisi e di ritorno delle destre al potere.

Ma nessuno degli 11 presidenti che si sono avvicendati alla Casa Bianca dal 1959 promettendo fuoco e fiamme contro “il gulag tropicale” di Fidel (uniche parziali eccezioni Jimmy Carter e Barack Obama) ha avuto vita facile, e presumibilmente neanche Trump l’avrà, con la Cuba dei Castro, un popolo che, come disse il lider máximo nel suo intervento di commiato all’ultimo congresso del PC cubano nell’aprile scorso, ha acquisito “una profonda coscienza di sé e l’orgoglio dell’indipendenza”. Per la prima volta nella sua storia e grazie alla rivoluzione. Cuba dopo oltre mezzo secolo di criminale (e controproducente, come ha riconosciuto anche Obama) blocco economico, è abituata a resistere. Prima ancora che il socialismo o il comunismo è il nazionalismo orgoglioso il fulcro del sistema e del popolo di Cuba.

Per ora è improbabile, a meno di eventi al momento imprevedibili, che avvenga qualcosa di traumatico. Le incognite sono molte. Si parla da tempo di un modello cinese (capitalismo e partito unico). Ci si interroga sul ruolo della chiesa cattolica, che, anche prima dell’avvento di Francesco in Vaticano, con il cardinale Ortega ha avuto un peso consistente nel processo di accompagnamento delle riforme. Si guarda al 2018 quando Raúl ha confermato che uscirà di scena, e con lui presumibilmente tutta la vecchia guardia rivoluzionaria, per fare posto alla “terza generazione” di quaranta-cinquantenni. Si azzardano i nomi dei possibili leader del prossimo futuro.

Passaggi difficili, tante variabili, incognite inquietanti. “Io sono Fidel”, tutti “noi siamo Fidel”. Ma Fidel era uno dei giganti del ‘900, e ora non c’è più. Cuba, l’isola nella corrente, dovrà camminare da sola.

(1) – Un giudizio, quello del prossimo presidente degli Stati Uniti, che coincide perfettamente con quello del “guru de noantri” Roberto Saviano che in un post ha così commentato la morte di Fidel: “Morto Fidel Castro, dittatore. Incarcerò qualsiasi oppositore, perseguitò gli omosessuali, scacciò un presidente corrotto sostituendolo con un regime militare. Fu amato per i suoi ideali che mai realizzò, mai. Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l’educazione a Cuba erano all’avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno”.

A riprova della profonda conoscenza e grande considerazione per Cuba, in ottobre Saviano aveva già spiegato urbi et orbi (e dove se non su la Repubblica?), con giudizi e ragionamenti che coincidevano perfettamente con quelli dell’ex-presidente guerrafondaio di estrema destra Álvaro Uribe, perché l’accordo di pace fra la guerriglia delle FARC e il governo colombiano era stato bocciato a sorpresa nel referendum proposto dal presidente Santos, e perché come sede dei lunghi negoziati era stata scelta proprio Cuba: “Perché Cuba? Il luogo in cui il processo di pace ha avuto inizio non è stato ovviamente scelto a caso: Cuba è da sempre luogo di passaggio della cocaina diretta negli Stati Uniti e in Europa. A Cuba ha sempre fatto scalo e da Cuba è poi sempre ripartita per la Florida, per il confine messicano, per il Canada. Anche se Fidel lo ha sempre negato, Cuba forniva logistica a Escobar in cambio di un indennizzo al regime”. Con Trump, con Uribe: e bravo Saviano…

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