Speciale verso il referendum – Il nuovo senato, ovvero il bundesrat “de’ noantri”

Piergiovanni Alleva

Piergiovanni Alleva

di Piergiovanni Alleva

Nel corso di questa esasperata campagna elettorale, il sostenitore del “sì” non hanno mai davvero chiarito in cosa consista la riforma costituzionale, tanto rumorosamente propagandata, né quali siano i suoi supposti mirabolanti benefici, che dovrebbero “mettere le ali” alla nostra depressa situazione socio-economica.

Non si può davvero trattare di qualche risparmio finanziario sulle spese di funzionamento del Senato e di tempo sulla durata degli iter legislativi, perché altrimenti sarebbe stato semplicemente logico abolire il Senato invece che mantenerlo in vita, riducendolo ad una sorta di nano deforme ma comunque costoso.

Occorre, allora “esaminare dal di dentro” la riforma per comprenderne essenza e meccanismi e constatare come essa si risolva nel consueto inganno, già sperimentato con il Job’s Act tra una apparenza neutra o positiva e un contenuto reale pessimo e pericoloso. Il vero è, detto in breve, che la riforma costituzionale del governo Renzi consiste, essenzialmente in una cattiva imitazione del sistema bicamerale tedesco, con la trasformazione del nostro Senato in qualcosa all’apparenza molto simile alla seconda camera del parlamento tedesco, detta “Bundesrat”.

Il Bundesrat – come si sa – rappresenta i “Länder” (Regioni – Stato) e affianca la Camera dei deputati, detta Bundestag che rappresenta invece la nazione.

Il “nuovo Senato” ha infatti molte somiglianze formali con il Bundesrat, a cominciare dal fatto che i suoi membri non sono eletti direttamente dal popolo bensì provengono dai governi o assemblee regionali, ma la sostanza dell’operazione risulta, alla fine, ben diversa da una semplice importazione di un istituto da un ordinamento straniero ed è invece perfettamente coerente con un fine, tipicamente renziano, di accentramento dei poteri.

Sottolinieamo, per spiegare i termini della questione, che nella Repubblica Federale tedesca i Länder godono di ampia autonomia normativa su molte materie, anche in concorrenza con lo Stato Federale, e che il Bundesrat svolge in favore dei Länder una funzione di garanzia mediante la sua partecipazione alla formazione delle leggi nazionali, proprio allo scopo che queste non possano ledere gli interessi e i diritti degli stessi Länder. Non per nulla i membri (69 in tutto) del Bundesrat sono anzitutto membri dei Giverni dei Länder che li delegano.

Il Bundesrat svolge la sua funzione di garanzia nell’ambito della legislazione nazionale in due modi: esiste un nutrito elenco di leggi che tipicamente toccano gli interessi dei Länder, le quali devono essere approvate anche dal Bundesrat per poter essere emanate. È importante ricordare che hanno rappresentato, anno per anno, più della metà di tutte le leggi nazionali.

Ma anche per le altre leggi, diverse da quelle esplicitamente bicamerali il Bundesrat ha dei poteri reali perché, se ritiene che una legge possa avere una incidenza negativa sull’interesse dei Länder, può interporre un veto sospensivo all’emanazione della legge, ed è un veto che la Camera dei Deputati o Bundesrag può superare ma solo con maggioranza qualificata.

Qual è stata invece, la strategia del Governo Renzi nella operazione di importazione “finta” del Bundesrat?? Qui è fondamentale cogliere il nesso tra l’art. 117 del progetto di riforma che ridefinisce i rapporti Stato Regioni e l’art. 70 che definisce i residui poteri legislativi del nuovo Senato.

Il fatto è che da un lato l’art. 117 ha posto in essere una violenta operazione di accentramento, che riduce al minimo l’autonomia regionale, perché diventano di esclusiva competenza statale i 3/4 delle materie che oggi sono di competenza concorrente. Dall’altro lato, poi, a livello della legislazione nazionale il nuovo Senato non può svolgere le funzioni di garanzia svolte in Germania dal Bundesrat perché non ha sufficienti poteri.

Sono assai poche le materie in cui ha il potere di legiferare alla pari della Camera e per ironia riguardano assai più l’interesse nazionale (riforme costituzionali, referendum rapporti con l’Europa ) che quelli dei territori. Per le altre leggi “monocamerali” cioè decise solo dalla camera dei deputati, il Senato non può emettere alcun veto sospensivo ma solo proporre delle modifiche sulla quale la Camera può pronunciarsi negativamente a maggioranza semplice dei votanti.

In definitiva, il Senato ad onta della sua proclamata qualità di rappresentanza delle istanze territoriali, può solo emettere flebili lamenti in difesa di queste (ovvero dei “mugugni”) ma non può partecipare davvero alla produzione legislativa a tutela dei loro interessi.

Risultando alla fine simile ad un soldatino male in arnese messo a guardia, con un fuciletto caricato a salve, di un bidone vuoto o, per meglio dire svuotato. Il Bundesrat è ben diverso e molto meglio armato a tutela di un sistema fiorente di autonomia e, dunque, per questo e non per quello è giusto impiegare risorse.

È naturale infine chiedersi però perché il Governo insista tanto nel tentativo di imitazione con trasformazione del Senato in un falso Bundesrat visto che da ciò non può logicamente derivare alcun beneficio né al Pil né all’occupazione?

C’è una sola risposta: non importa, per così dire, al Governo Renzi ciò che si disegna, ma ciò che si cancella, e ciò che si cancella è qui un pezzo di sovranità popolare, cioè l’elettività del Senato, umiliando nel contempo anche l’autonomia regionale, altra sede di esercizio democratico.

La progressione del Governo è impressionante, via le Province elettive, via il Senato elettivo, riduzione all’irrilevanza delle regioni e loro consigli perché resti solo la camera dei deputati tuttavia drogata e truccata da un premio di maggioranza che a ben guardare da luogo ad una sorta di postulato antidemocratico.

Infatti, stante la situazione di reale tripartitismo o quadripartitismo nella società nessun partito riceverà più del 30% dei voti ma quello che in relativo né avrà di più, otterrà i 55% dei seggi ottenendo così di poter comandare al 70% dei cittadini elettori che si sono divisi tra gli atri partiti. Come chiamare allora, se non “anti-democrazia” un sistema nel quale la minoranza comanda istituzionalmente contro la maggioranza?

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