L’America di Donald Trump: ritratto di un mondo in cui tutti sono contro tutti

Donald Trump

di Loris Campetti

Che succede quando le forze che si dicono progressiste sposano il capitale e la finanza e i ceti più colpiti dalla globalizzazione neoliberista si sentono – e sono – cornuti e mazziati? In una stagione in cui la tendenza alla guerra prevale sulla tendenza alla rivoluzione, per parafrasare un vecchio saggio orientale, e la sinistra non dissolta nel pensiero unico non è in grado di offrire un’alternativa, la guerra che prevale sulla rivoluzione è quella tra poveri. E a vincere sono sempre i ricchi che cambiata la casacca avanzano inneggiando al nazionalismo etnicamente puro, scatenando i penultimi contro gli ultimi, i bianchi contro i “colorati”, gli indigeni contro i migranti, i giovani contro gli adulti, i maschi contro le femmine. Protezionismo e muri. Brexit e voto Usa dovrebbero insegnarci qualcosa. E far dormire notti agitate a Matteo Renzi.

Che dovrebbe fare una sinistra, qualora esistesse, se gli immigrati vengono usati dal capitale come esercito del lavoro di riserva, se il sentimento prevalente tra i lavoratori o aspiranti lavoratori è la paura del futuro e verso il diverso, mista alla rabbia contro il potere e la politica? Se il lavoro viene portato dove le persone che lavorano hanno meno salario e diritti, più orario, e dunque più “competitività” nell’ipermercato delle braccia? Se la lotta di classe da verticale diventa orizzontale, se la competizione prevale sulla solidarietà?

Le parole, le promesse, servono a poco in assenza di un progetto alternativo chiaro e semplice e non convincono i ceti sociali abbandonati e traditi. Bisognerebbe tagliare le ali all’ideologia della competizione ricominciando a percorrere la strada dei diritti e dell’uguaglianza, del lavoro rispettato e dei lavoratori attrezzati con uno zainetto pieno di diritti non negoziabili che ne tutelino dignità e futuro. Certo, a governare il mercato del lavoro dovrebbe essere il pubblico e non i caporali, i call center, le agenzie di affitto e subaffitto degli essere umani.

Salari minimi contro il dumping sociale, in Italia come negli Usa, in Cina come in Svizzera. Cambiare il verso della storia non è semplice, anzi è un’opera titanica. Ma chiunque abbia in mente un altro mondo possibile, non può che ripartire dall’eguaglianza. Chiunque abbia in mente una sinistra, non può che ripartire dal lavoro, camminando insieme a chi per vivere ha bisogno di lavorare e lasciando ad altri la rappresentanza di broker, speculatori ed evasori.

Il fossato che il neoliberismo ha scavato tra cittadini e politica, il primato dell’economia, la prevalenza del mercato sui diritti stanno inferendo colpi pesanti ai vari establishment, ieri in Gran Bretagna, oggi negli Stati uniti e domani, forse, in Italia. Se a cavalcare la rabbia popolare è la destra populista o il populismo tout court, la ragione va cercata nella mutazione genetica delle sinistre mondiali che nella loro metamorfosi hanno perso la ragione sociale.

Le elezioni americane come l’antieuropeismo inglese dicono che è una bufala l’idea che per vincere bisogna convergere al centro, in un centro sempre più intasato di poteri forti e post-ideologie e sempre più vuoto di cittadini. Vallo spiegare a Renzi che abbraccia Alfano e Verdini e taglia ogni ponte con la sinistra, chiamiamola così per semplicità. Verdini non è “aggiuntivo”, è “sostitutivo”. Gli applausi dei potenti della terra, da Merkel a Obama, non è detto che paghino nell’urna, e aggiungiamo che le agenzie di rating sono numericamente meno consistenti degli operai metalmeccanici. Per farglielo capire, al sindaco d’Italia, e toglierselo dai piedi ci vorrebbe uno scossone.

Ma chi l’ha detto che con Sanders i democratici avrebbero perso perché sarebbe troppo di sinistra? In realtà Sanders avrebbe rappresentato un’alternativa vera alle lobbies di Wall Street coinvolgendo i giovani, quei giovani che non hanno votato per Hillary Clinton. Prendersela con loro sarebbe la risposta più stupida.

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