Referendum, Erri De Luca: “Politici corrotti, giù le mani dalla Carta”

Erri De Luca - Foto di Lettera43.it

Erri De Luca – Foto di Lettera43.it

di Giacomo Russo Spena

Dopo istigatore alla violenza e cattivo maestro, adesso verrà definito anche un parruccone o, addirittura, “conservatore” perché, secondo lui, è un grave errore toccare la nostra Costituzione. Erri De Luca – scrittore, poeta impegnato e uomo di cultura – prende posizione sul referendum costituzionale del 4 dicembre dove si recherà al seggio per esprimere il suo NO, un voto principalmente contro Renzi, reo di aver personalizzato la partita. Non ha competenze specifiche in materia, lo ammette lui stesso, ma è sicuro che questa classe dirigente – con la corruzione ormai diffusa nelle istituzioni – non sia legittimata e idonea a revisionare la Carta: “Considero la Costituzione italiana l’equivalente laico di un testo sacro, perciò intoccabile”, ci dice.

De Luca, che idea si è fatto della discussione sul referendum costituzionale?

Il dibattito è tra sordi, come si conviene al nostro Paese. Per me resta più un referendum sul governo e meno sulla materia costituzionale. È in corso un assaggio di campagna elettorale.

Saranno molti gli elettori che come Lei voteranno NO per le condizioni di disagio socio-economiche del Paese, senza entrare nel merito del quesito referendario?

Assolutamente, del resto confermo il mio voto: il NO è un pronunciamento contro il governo in carica.

Voterà NO come Salvini e Brunetta. La imbarazza?

Se è per questo, mettiamoci pure D’Alema tra i votanti che sperano di trarre vantaggio politico dal NO. Io, invece, non ho nessun vantaggio da ottenere, solo la difesa di quel nobile pezzo di Carta.

Ma perché, mi scusi, boccia nettamente il governo Renzi tanto da far passare in secondo piano le ragioni della riforma costituzionale?

Non lo boccio, ma spero in un Parlamento prossimo venturo meno compromesso. Insisto: a me interessa solo l’integrità della Costituzione.

“Se perdo il referendum me ne vado” aveva detto Renzi personalizzando, in una prima fase, il voto del 4 dicembre. Sarà veramente così?

Non è necessario, potrà proseguire ma sarà certamente più debole.

Ha avuto modo di vedere il dibattito televisivo tra il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky e il premier Renzi?

Sì e Zagrebelsky ha perso il confronto perché intimidito e di poca presa televisiva, almeno rispetto a Renzi.

Più in generale, secondo Zagrebelsky se vincesse il SÌ rischieremmo una deriva oligarchica. Non è un’esagerazione paventare svolte autoritarie?

Ogni ritocco alla Costituzione ne indebolisce l’intento democratico. Siccome è la migliore possibile, al punto di essere continuamente disattesa, ogni ipotesi di riforma diventa restaurazione di un potere meno democratico. Pure da inapplicata, preferisco tenerla così, una via aperta verso il suo traguardo.

Non crede che la situazione italiana sia ben diversa da quella, ad esempio, turca e la nostra democrazia sia sostanzialmente più sana?

Al peggio non c’è fine e la democrazia turca si è suicidata consegnando la maggioranza al sultano Erdogan. La Turchia non c’entra nulla con i casi nostri, noi siamo malati di corruzione. È il guasto del nostro Paese, questa è la tirannia penetrata nelle fibre della società, che produce inerzia.

Per Salvatore Settis – che ha scritto una lettera all’ex presidente Giorgio Napolitano – questa riforma coincide in alcuni punti essenziali con la riforma Berlusconi-Bossi. Lei che ne pensa?

Non me ne intendo, non mi ricordo e non mi sono interessato di quella faccenda. Non chiamerei riforma alcuna legge che sia provenuta da quel duo.

In sostanza, lei manterrebbe in vita il bicameralismo paritario? Non crede che la “navetta” tra le due Camere rallenti l’iter legislativo e serva maggiore semplificazione?

L’iter legislativo sa essere molto spedito quando fa comodo – aumento di denaro ai parlamentari, per esempio – dunque non è un problema di bicameralismo. Queste due Camere rigurgitano di inquisiti, nocivi e ricattabili, questo è il problema.

Il Senato, secondo la riforma renziana, passa da 315 a 100 esponenti ma godranno dell’immunità parlamentare. Una giusta scelta garantista o così rischiamo un Parlamento pieno di indagati?

Voglio credere che il prossimo Parlamento sarà meno pieno di indagati di questo. Mentre, di principio, resto favorevole alla immunità di un parlamentare, tutela che può decadere per voto stesso del Parlamento in caso di incriminazione.

Questo articolo è stato pubblicato su Inchiesta online il 6 ottobre 2016

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