Corno alle Scale, Abetone e Doganaccia: impianti sciistici e i soliti mega progetti folli

Corno alle Scale

di Claudio Corticelli

In questi giorni si parla di rilancio turistico dell’Appennino, attraverso un progetto sovra regionale che vuole unire le tre stazioni sciistiche di Corno alla Scale, Doganaccia e Abetone, rispolverando un’idea del 1963 che prevedeva una funivia Doganaccia-Scaffaiolo e un impianto di seggiovia con partenza da Tavola del Cardinale ed arrivo sotto al vecchio rifugio del lago.

Quindici milioni di euro la spesa prevista per la realizzazione delle opere, di cui 11 milioni reperibili da un possibile finanziamento nazionale con fondi destinati al rilancio dell’Appennino Tosco-Emiliano, gli altri 4 da trovare chissà dove. «Il percorso per il finanziamento di queste opere è cominciato qualche giorno fa, ora si tratta di realizzarlo in tempi brevi» è, secondo i presenti, l’annuncio fatto dal dirigente del settore Turismo della Regione Emilia Romagna a Vidiciatico, in occasione di un convegno tenutosi negli scorsi giorni.

In pieno periodo di cambiamenti climatici, di tagli ai bilanci pubblici e di riflessione sull’economia verde appare assurdo che a cavallo di Emilia Romagna e Toscana si stia parlando di un progetto di implementazione della rete di seggiovie e funivie per sviluppare il turismo sciistico invernale. Se si dà uno sguardo a piovosità e temperatura media dal 1961 al 2008 a Lizzano in Belvedere, si nota come la temperatura media annuale sia aumentata di 1 grado e la piovosità media annuale sia diminuita di 117 mm all’anno.

Dati che, se incrociati al trend delle nevicate su tutto l’Appennino Emiliano-Romagnolo negli ultimi 50 anni, rimarcano la costante diminuzione dagli anni Novanta sia dei giorni nevosi che dell’altezza media del manto nevoso (Dati atlante idroclimatico Arpae). Risulta evidente che puntare tutto sulla stagione sciistica sia un azzardo che il nostro territorio non può più permettersi.

Con le stesse risorse si potrebbero avviare decine di start-up, cooperative di comunità o aziende giovanili incentrate su sostenibilità ed innovazione, con ricadute occupazionali di certo più promettenti. Il progetto evidenzia ancora una volta la visione miope del Corpo dirigente e dei Governanti ai due Consigli Regionali della Toscana e dell’Emilia-Romagna per le loro politiche e scelte del turismo appenninico: invece di puntare sulla promozione delle antiche vie transappenniniche, quali la strada romana Flaminia Militare, i sentieri etruschi, la Via degli Dei, pulire i belvederi e favorire un turismo di montagna sostenibile, attento alle peculiarità e prodotti locali, continuativo nell’arco dei 12 mesi, si punta a riproporre il modello “rivierasco” anche in vetta.

Pensare di risollevare le sorti del territorio appenninico attraverso la promozione di un turismo mordi e fuggi concentrato nei soli mesi invernali, neve permettendo, è una visione poco lungimirante di sviluppo delle aree interne, che può solo peggiorare la già difficile situazione di spopolamento di piccole località sparse sul territorio, come ad esempio la nota Pianaccio, proprio al confine tra le due regioni.

Realtà che possono essere rilanciate solo attraverso la promozione delle tipicità alimentari e della storia locale, come Legambiente aveva già evidenziato con il progetto “Parchi di Vita”, ma che tanti Comuni montani, Comunità Montane, Associazioni, Pro-loco, da anni con grande abnegazione propongono. Credo che sia necessario opporsi a questo insulso mega-progetto, facciamoci sentire.

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