Il collasso della democrazia in Turchia e la persecuzione (anche) degli avvocati

Colpo di Stato in Turchia
Colpo di Stato in Turchia

di Barbara Spinelli e Sergio Palombarini

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna nell’ultimo anno ha osservato con particolare attenzione e preoccupazione i crescenti attacchi all’avvocatura in Turchia. Già nel dicembre 2015 con la circolare n. 93/2015, immediatamente diffusa, il Consiglio aveva espresso la propria solidarietà per l’omicidio del Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Diyarbakir, Tahir ElÇi.

Nel gennaio 2016 aveva rinnovato la propria attenzione a ruolo dell’avvocatura nel contesto della lotta al terrorismo, mediante l’apertura del convegno del 22 gennaio 2016 in cui è intervenuto, tra gli altri, il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Istanbul.

Successivamente, nel maggio 2015, con la circolare n 70/2016, il Consiglio dell’Ordine ha dimostrato la propria solidarietà nei confronti dei colleghi arrestati, decidendo infine di manifestare più concretamente la propria attenzione, attraverso l’invio, all’udienza del 22 giugno 2016, del consigliere avv. Sergio Palombarini in veste di osservatore internazionale, in delegazione insieme alla collega Barbara Spinelli del foro di Bologna, anch’ella osservatrice internazionale per conto dei Giuristi Democratici e della associazione ELDH (European Lawyers for Democracy and Human Rights).

Difficilmente in quei giorni, per quanto già la tensione fosse palpabile, avremmo immaginato che gli eventi in Turchia, in Europa e nel mondo avrebbero subito una così rapida accelerazione, a partire dal gravissimo attentato all’aeroporto di Istanbul del 28 giugno, pochi giorni dopo l’udienza alla quale avevamo partecipato, quando la collega Spinelli ancora si trovava in Turchia come osservatrice ad un’altra udienza, sempre nei confronti di altri colleghi turchi, in procinto di ripartire per l’Italia.

Con questa sintetica relazione vogliamo restituire quanto frutto della nostra osservazione, al fine di informare più dettagliatamente i colleghi rispetto alla situazione turca, e dunque consentire loro di mostrare la più piena solidarietà alle colleghe ed ai colleghi colpiti da gravissime limitazioni nei diritti fondamentali, sia in quanto cittadini sia in quanto avvocati.

Gli autori riportano all’Ordine degli avvocati ed al suo Presidente il sentito ringraziamento da parte delle colleghe e dei colleghi curdi e turchi, in particolare delle associazioni ÖHD e ÇHD, per la concreta solidarietà manifestata in questi momenti così difficili e per essere riusciti ad esprimere la giusta attenzione a scenari internazionali che, per il loro impatto sui diritti fondamentali e sull’ordine democratico, hanno un riflesso diretto sulla tenuta del sistema di diritto internazionale dei diritti umani, e una ripercussione diretta sulla nostra professione di giuristi e difensori delle garanzie democratiche e costituzionali.

Una tale attenzione non è passata inosservata anche agli altri osservatori internazionali presenti in quella sede e attenti all’evoluzione dello scenario turco, ed auspicano che il coinvolgimento del nostro Ordine continui ed anzi si faccia più diretto, alla luce del grave deterioramento della situazione e della più diretta ed estesa persecuzione di giudici ed avvocati conseguente al fallito colpo di stato.

La compressione del diritto alla difesa e la persecuzione degli avvocati in Turchia

L’assenza di separazione tra i poteri governativo e giudiziario in Turchia ha sempre costituito un grave vulnus all’indipendenza della magistratura ed al rispetto dei principi del giusto processo e del  diritto alla difesa. Tali criticità erano già state documentate e censurate dalla Relatrice Speciale dell’ONU per l’indipendenza di giudici e degli avvocati nel suo rapporto sulla missione in Turchia del 2011.

Per far comprendere quanto sia ab origine compromessa la possibilità di un giusto processo, basti pensare che pubblici ministeri e magistrati della Corte vivono negli stessi edifici assegnati dal Governo, condividono le stesse aule, entrano dalla stessa camera di consiglio, siedono l’uno accanto agli altri, in uno scranno in posizione sopraelevata rispetto agli avvocati.

L’utilizzo politico del sistema giudiziario ha reso possibile, specialmente dopo la grande manifestazione popolare di Gezi Park, una serie di indagini che hanno colpito colleghi avvocati, attivisti per i diritti umani, per il solo fatto di aver esercitato le loro funzioni difensive, assimilando il loro ruolo a quello dei propri assistiti, specie quando accusati di reati politici o di terrorismo.

Due sono i processi principali nati in questo periodo, ed ancora oggi clamorosamente pendenti, ai quali fin dall’inizio gli avvocati di tutta Europa hanno partecipato in qualità di osservatori internazionali: il processo c.d. KCK ed il processo c.d. ÇHD.

La coautrice di questo contributo, Barbara Spinelli, è da due anni osservatrice internazionale per l’associazione ELDH in entrambe i processi. Rimandando ad altre fonti per un’analisi nel dettaglio di questi procedimenti, in questa sede è sufficiente indicare che entrambi sono originati da indagini operate da polizia giudiziaria e Pubblici Ministeri attualmente indagati e detenuti da vari mesi per aver confezionato prove false in altri processi.

Il processo KCK è iniziato nel novembre 2011, facendo seguito a maxi operazioni di polizia che hanno portato in tutta la Turchia all’arresto nel 2009 di oltre 8mila giornalisti, sindacalisti, politici, deputati, sindaci e consiglieri comunali, accusati di far parte dell’organismo politico di unione dei soggetti politici curdi (KCK), qualificato come soggetto terroristico affiliato al PKK. Tutti coloro che erano stati avvocati di Ocalan, o che all’epoca erano i suoi correnti legali, sono stati arrestati, con l’accusa di aver agito da “mediatori” tra il leader curdo, detenuto in isolamento nel carcere sull’isola di Imrali, alle associazioni parte del KCK (questo durante i colloqui difensivi in carcere, che erano videoregistrati ed avvenivano sempre in presenza di personale di polizia penitenziaria e dei servizi!), e dunque accusati di essere membri di una organizzazione terroristica.

Nell’ultima udienza del 28 giugno gli avvocati hanno chiesto l’acquisizione degli atti relativi ai procedimenti che vedono imputati i pubblici ministeri ed il giudice che ha deciso sull’ammissione delle prove, per aver costruito ed ammesso prove false in oltre 240 altri procedimenti, e di attendere la pronuncia della Corte Costituzionale circa la (il)legittimità della prosecuzione del processo davanti a una Corte differente. La Corte ha accolto entrambe le istanze dei difensori, fissando la prossima udienza per novembre.

Il processo ÇHD invece vede indagati 22 avvocati, tutti membri dell’associazione ÇHD. Il 18 gennaio 2013 le loro abitazioni sono state perquisite dalla polizia turca alle 4 di notte, in violazione dell’art. 118 del codice di procedura penale turco. Dapprima sono stati arrestati 22 avvocati, poi altri 7 dopo pochi giorni. Il Presidente dell’Associazione è stato in carcere per oltre un anno.

Questi processi inizialmente erano di competenza di Corti Speciali antiterrorismo, successivamente dichiarate anticostituzionali, in quanto prevedevano restrizioni al diritto di difesa contrarie ai principi CEDU (alcune delle quali ancora persistenti, nonostante l’abolizione delle Corti speciali, nei rapporti cliente-assistito, nella conoscenza del capo di imputazione e nell’accesso al fascicolo di indagine).

Molte sono le questioni sollevate dai colleghi: dalla mancata richiesta di autorizzazione al Ministero della Giustizia per le perquisizioni nelle case e negli uffici legali dei colleghi, alle intercettazioni illegittimamente acquisite. Le indagini di polizia sono state caratterizzate da macroscopiche irregolarità e totale distanza dalla legalità.

Per fare un esempio: in uno dei capi di imputazione del processo ÇHD nei confronti degli avvocati, viene considerata prova dell’appartenenza dei legali ÇHD all’organizzazione terroristica DHKP/C il fatto che un comunicato stampa rilasciato dagli avvocati in occasione dell’arresto di alcuni membri dell’associazione sia stato ripreso e pubblicato su un sito online che, secondo l’imputazione, apparteneva alla struttura organizzativa stessa (!), oppure il fatto che un avvocato avesse incontrato a cena in vacanza uno dei propri assistiti, che avesse partecipato al funerale del proprio assistito (!), oppure il fatto che statisticamente la maggior parte degli arrestati appartenenti al gruppo fosse difesa da avvocati dell’associazione ÇHD….

Molti anche gli episodi incresciosi avvenuti nel corso delle udienze: dalle violenze della polizia nei confronti dei colleghi mentre chiedevano di parlare con il Pubblico Ministero nel suo ufficio, alla carica di polizia nei confronti dei colleghi dentro e fuori il tribunale, mentre facevano la conferenza stampa dopo l’udienza…

L’imputazione dei colleghi è stata favorita dalla riforma della normativa in materia di terrorismo del 2004, che amplia le ipotesi di istigazione, propaganda e partecipazione all’associazione terroristica in palese violazione del principio di tassatività. A fare le spese per primi di tali riforme normative sono stati i colleghi al cui processo abbiamo deciso di partecipare come osservatori internazionali.

Il processo del 22 giugno 2016: il background politico

Questo processo, in ordine di tempo, è l’ultimo dei numerosi processi politici intentati nei confronti degli avvocati turchi, e in special modo di quelli attivi nella denuncia delle gravissime violazioni dei diritti umani in atto nel sud-est nei confronti della popolazione curda.
Le condotte ascritte agli avvocati riguardano la criminalizzazione di attività proprie dell’esercizio della difesa, ovvero dell’attività statutaria prevista dall’associazione (riconosciuta dallo Stato turco) di cui fanno parte gli imputati.

Le prove consistono in intercettazioni telefoniche, esame dei profili social, numero di visite in carcere a detenuti per reati politici, contatti internazionali. La pena minima cui gli imputati rischiano di essere condannati è 15 anni di reclusione.

L’origine politico-giudiziaria di questa dolorosa vicenza giudiziaria la si può far risalire alla situazione politica che si è instaurata prima delle elezioni nazionali del giugno 2015, allorché si è interrotto il processo di pace tra governo turco e PKK.

Vale la pena ricordare che Abdullah Ocalan, leader che ha segnato la “transizione democratica” del PKK dopo i sanguinosi anni ’90, nonostante la condanna della CEDU nei confronti del Governo turco ad oggi è recluso in regime di isolamento nell’isola di Imrali, impossibilitato a vedere i propri legali ed i propri famigliari.

Dopo le elezioni di giugno, è stato proclamato lo stato di emergenza in numerose municipalità del sud-est a guida HDP (il partito di opposizione di sinistra guidato dal leader curdo Selhattin Demirtas). Ciò ha comportato la militarizzazione del territorio, il coprifuoco, e la conseguente lesione dei più elementari diritti umani nei confronti della popolazione civile, privata di acqua, luce, connessioni radiotelefoniche ed impossibilitata nell’accesso alle cure mediche, in nome della “lotta al terrorismo”. Le esecuzioni sommarie di civili da parte delle forze speciali di sicurezza turche e dei militari conta oltre mille vittime, molte delle quali donne e bambini, e la coautrice di questo articolo ha partecipato personalmente a più di una delegazione nelle città colpite dal coprifuoco, documentando questa situazione anche al Parlamento italiano.

Da qui una serie di arresti di parlamentari, sindaci, consiglieri comunali, giornalisti, attivisti per i diritti umani, di chiunque mostrasse al mondo quanto stava succedendo, con l’accusa di terrorismo. Anche l’omicidio di Tahir ElÇi (che, oltre ad essere Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Diyarbakir era anche il fondatore di Amnesty Turchia) è avvenuto nel corso di una conferenza stampa nella quale, insieme ad altri avvocati attivisti dei diritti umani, denunciava le violazioni dei diritti umani avvenute nel corso del coprifuoco nel quartiere di Sur.

E chi sono Ayse Acinikli e Ramazan Demir?

Entrambi attivi nella difesa dei diritti umani. La coautrice di questo articolo li conosce bene: insieme ad Ayse nel marzo 2016 aveva condotto una delegazione internazionale di avvocate per verificare le condizioni delle donne fuggite dall’ISIS nei campi di accoglienza nel sud-est della Turchia, nel Kurdistan iracheno e nella parte della Siria sotto il controllo curdo (Rojava).

Ramazan Demir era uno strenuo difensore dei diritti dei detenuti e della libertà di stampa. E’ stato il primo ed il più efficace nella denuncia delle violazioni dei diritti umani dei civili a seguito dello stato di emergenza nelle municipalità curde. Aveva postato su Twitter gli attacchi delle forze di sicurezza nei confronti dei civili, era riuscito ad ottenere misure urgenti (salvando delle vite) attraverso il ricorso urgente alla Corte Europea per i diritti umani. Era il trait d’union con gli osservatori internazionali per i processi KCK e CHD.

Con queste accuse sono stati arrestati, per aver difeso, e bene, i diritti umani dei loro assistiti, dei detenuti, della popolazione curda. Per aver difeso i principi democratici laddove venivano erosi da abusi di potere da parte delle Istituzioni.

Il processo del 22 giugno: le vicende giudiziarie e l’udienza

Il 22 giugno ad Istanbul presso il Tribunale più grande d’Europa, una folta delegazione di avvocati europei e di altri osservatori internazionali ha partecipato alla prima udienza di un processo che vede come imputati avvocati dell’associazione ÖHD (associazione di avvocati curdi democratici parallela a quella di avvocati turchi CHD), tra cui i due colleghi detenuti Ramazan Demir ed Ayse Acinikli, ed altri militanti tutti appartenenti ad una associazione per i diritti dei detenuti, TUHAD.

Gli imputati del processo iniziato il 22 giugno scorso sono 46, di cui 12 avvocati (due ancora in carcere). In data 16 marzo 2016, all’alba le case di 89 persone in varie città turche sono state perquisite, e, nell’ambito di questa operazione, sono stati arrestati 9 colleghi con l’accusa di essere membri di una organizzazione illegale, per fatti avvenuti tra il 2011 ed il 2014. Nell’interrogatorio sono state loro poste domande circa le interviste rilasciate ai media rispetto alla posizione dei loro assistiti, dei ricorsi presentati davanti alla CEDU, delle visite ai loro assistiti.

Ai sensi dell’art. 153.2 del codice di procedura penale turco, il capo di imputazione è rimasto sconosciuto agli imputati ed ai loro difensori anche successivamente all’arresto. Dal mese di marzo, solo in giugno è stato possibile per gli avvocati, a meno di due settimane dall’udienza, ricevere copia del capo di imputazione, restando ancora secretata buona parte del fascicolo di indagine.

Si tenga in considerazione che tutti gli avvocati arrestati il 16 marzo il giorno seguente avrebbero dovuto difendere i loro colleghi nell’udienza fissata per il processo KCK. Il 17 marzo gli altri avvocati e la delegazione di osservatori internazionali presenti al processo KCK hanno chiesto il rinvio dell’udienza ed hanno fatto una conferenza stampa fuori dal tribunale per denunciare l’illegalità dell’arresto dei colleghi. Gli avvocati, i giornalisti e la delegazione internazionale sono stati caricati dalla polizia in tenuta antisommossa, anche attraverso l’utilizzo di cannoni ad acqua e gas lacrimogeni.

Il 18 marzo è stato ordinato il rilascio di 3 avvocati detenuti, ed il 19 marzo dei restanti 7 avvocati, ritenendo la misura cautelare del carcere spropositata, in considerazione delle insufficienti prove raccolte. Il Pubblico Ministero ha appellato la decisione, ed il 22 marzo è stato ordinato l’arresto di 4 avvocati ed altri 17 indagati. 2 di loro, Ayse Acinikli e Ramazan Demir, si sono resi irreperibili al fine di terminare di predisporre la difesa dei loro assistiti, salvo presentarsi spontaneamente e venire arrestati il 6 aprile 2016.

Da allora i nostri colleghi sono in carcere con l’accusa di essere membri di una associazione illegale (PKK) e, per quanto riguarda Ramazan Demir, anche di propaganda terroristica, propaganda che – da quanto si è appreso – consisterebbe in attività che in altri paesi sono ritenute del tutto lecite, come il diffondere sui social network decisioni di Tribunali e Corti internazionali, incontri con delegazioni di parlamentari, ecc.

Il giorno dell’udienza numerose persone (oltre trecento) provenienti da tutta la Turchia, la maggior parte delle quali avvocati, erano in attesa fuori dall’aula per poter salutare i colleghi detenuti. Era presente una delegazione di osservatori internazionali provenienti da Italia, Francia, Belgio, Germania, Austria e Olanda. Era presente anche il console francese ad Istanbul, come pure alcuni parlamentari HDP. L’Ordine degli avvocati di Istanbul non era presente con propri rappresentanti.

I colleghi ci hanno spiegato che l’Ordine ha difficoltà a prendere posizione di difesa dei colleghi quando si tratta di situazioni connesse alla questione curda, sulle quali è palese la difficoltà a trovare delle posizioni chiare ed unanimi al loro interno. I colleghi hanno riferito di aver preparato dei manifesti per invitare l’avvocatura a partecipare all’udienza sia in lingua turca che in curdo, e che l’Ordine degli Avvocati ha intimato loro di rimuovere i manifesti in lingua curda (!).

Tutti gli avvocati turchi che abbiamo incontrato, molti giovani e giovanissimi, sono professionisti molto seri, preparati, fortemente interessanti a capire la loro realtà e quella internazionale, coscienti del loro ruolo e della loro responsabilità (la sera prima dell’udienza in un ristorante del centro di Istanbul abbiamo trascorso ore a parlare con molti di loro che andavano e venivano, assieme anche ad altri colleghi europei), e molto bravi nell’organizzare accoglienza e traduzioni simultanee per i presenti.

La prima udienza del processo si è svolta in un clima teso, a tratti caotico, ed è durata tutta la giornata. L’aula era piccola rispetto al numero di difensori presenti. Il numero di “Jandarma” intorno ai due detenuti spropositato. Il Presidente del collegio ha intimato a tutti i difensori di sedersi: quelli rimasti in piedi sono stati invitati ad uscire dall’aula, che è stata chiusa a chiave dall’interno, in palese violazione del principio di pubblicità dell’udienza.

Gli avvocati, che avevano fatto richiesta una settimana prima affinché l’udienza si tenesse in un’aula di dimensioni adeguate, -richiesta che ovviamente è stata rigettata-, hanno contestato la decisione del Presidente. Appare significativo anche riferire che uno degli imputati, detenuto in un carcere nel sud-est del Paese, aveva chiesto di essere presente fisicamente all’udienza, ed invece è stata disposta la sua presenza in videoconferenza.

Preliminarmente è stata contestata la mancata richiesta di autorizzazione a procedere al Ministero della Giustizia. Rispetto a questa accusa, il Pubblico Ministero sosterrà che a suo avviso non si tratta di azioni connesse all’attività difensiva. Invero, come è stato correttamente notato, manca una definizione legale di “attività difensiva”. E comunque la questione è paradossale, se si considera ad esempio che una delle accuse è quella di “aver fornito supporto ai detenuti del PKK”, laddove il supporto sarebbe stato il mero esercizio dell’attività difensiva nei confronti dei propri assistiti!

Sono state passate poi in rassegna le numerose nullità poste in essere dall’accusa nella raccolta delle prove (intercettazioni iniziate e reiterate aldilà di ogni autorizzazione del giudice, in assenza di indizi, anche oltre 40 volte, oppure ordinate da precedenti Corti speciali poi abolite, illecite registrazioni di colloqui in carcere, e molto altro).

Gli avvocati, che erano molti (in Turchia si può avere un numero indefinito di difensori, anche se poi solo alcuni sono abilitati ad interloquire con i giudici) hanno condotto efficacemente la difesa, dimostrando l’inconsistenza delle accuse mosse. I fatti indicati dall’accusa come prove della partecipazione all’associazione terroristica nel caso dei due avvocati non sono altro che normale espletamento del mandato, sia pure in una situazione in cui i detenuti, anche per la estrazione economica di provenienza, sono privati di ogni contatto con l’esterno e possono contare solo sulla bravura e la tenacia dei loro difensori.

Il tribunale, in composizione collegiale, ha prima sentito gli imputati, ed in particolare i colleghi Ramazan Demir ed Ayse Acinikli, che hanno fatto entrambi dichiarazioni decise e toccanti, dimostrando grande dignità, fierezza e coraggio nel rivendicare il proprio ruolo di avvocati, di difensori di minoranze represse, di baluardi nella difesa dei diritti umani. Con toni pacati ma fermi, e senza alcun particolare tatticismo, hanno in definitiva ribadito la giustezza del proprio operato nell’ambito dei diritti fondamentali riconosciuti a livello mondiale.

Oggi, dopo gli arresti di migliaia di magistrati, le parole del collega Demir suonano profetiche, e ci ricordano l’importanza del nostro ruolo:

“Noi crediamo nella libertà. Noi siamo parte della comunità internazionale. Molti colleghi sono venuti qui per supportarci. Noi lavoriamo insieme, siamo una grande famiglia. Noi siamo gli unici a mettere in discussione la vostra autorità. Non lasceremo che questo buio delle coscienze ci convinca a smettere di lottare. Il nostro orgoglio aumenta. Pensate al tempo in cui voi sarete giudicati (rivolto ai giudici). Noi dobbiamo continuare a guardarci in faccia. Io non sono arrabbiato con voi. Noi siamo professionisti, abbiamo visto molte situazioni illegittime. Se tu hai visto molte ingiustizie allora diventi avvocato. Ogni PM può scegliere di perseguire i crimini di Stato, ma nessuno lo fa. Siete voi che avete la responsabilità di questa situazione (riferito ai crimini contro l’umanità per i quali ha presentato ricorsi alla CEDU) (…) Noi non vogliamo che voi Giudici vi troviate con la polizia a bussare alla vostra porta di casa, per questo voi dovete garantire il diritto alla difesa a tutti. Noi non possiamo lasciare da parte la toga, è una cosa troppo seria per noi la nostra professione, siamo parte di un cambiamento…Io non vi chiedo e non vi chiederò di rilasciarmi…metto solo queste mie parole nelle vostre mani…”.

Al termine di questa prima parte della discussione le parti hanno preso le loro conclusioni in punto di libertà. Il procuratore ha chiesto la rimessioni in libertà, sia pure con controllo, di tutti gli 8 imputati detenuti; i difensori, stringendo a questo punto la discussione, hanno chiesto la libertà per tutti. Il Tribunale si è ritirato ed ha emesso ordinanza con cui ha rimesso in libertà due detenuti, mentre per gli altri – fra cui i due avvocati- è stata confermata la misura detentiva. Prossima udienza il 7 settembre.

La decisione ha lasciato la bocca amara sia ai difensori che agli osservatori internazionali, specialmente per quanto riguarda la posizione dei due avvocati. “È il risultato del pessimo clima che si respira in Turchia in tema di diritti”, è stato il commento di molti avvocati turchi.

Il rifiuto di rimettere in libertà i due avvocati è stato interpretato come un preciso segnale che il Tribunale, in linea con il governo, ha inteso dare: la posizione degli avvocati, lungi dall’essere essa stessa garanzia della libertà nelle funzioni, può costituire di per sé motivo per essere colpiti e pretendere di tutelare i diritti dei cittadine è attività pericolosa oggi in Turchia. Il resto è cronaca degli ultimi giorni.

Il giorno prima del colpo di stato un collega inglese ha avuto il permesso di visitare in carcere il collega Ramazan Demir, il quale ha inviato il seguente messaggio di ringraziamento a tutte/i coloro che lo hanno supportato. Le sue parole, alla luce degli avvenimenti della notte seguente, suonano ancora più incisive:

Tutti voi vi ricorderete, questi sono quei giorni su cui ci scherzavamo sopra, che sarebbero arrivati. Per favore continuate a scherzarci sopra! Questi brutti tempi passeranno, ma la nostra solidarietà e la nostra amicizia resteranno per sempre.
Vi ringrazio tutti per essere così buoni colleghi e cuori meravigliosi. E’ per questo che loro non vinceranno mai.
“Ever tried, ever failed. Try again, fail again and fail better!” (citando Samuel Beckett)
Con amore e solidarietà, Ramazan.

Il colpo di Stato, i prossimi appuntamenti e le proposte per il futuro.

Non è questa la sede per approfondite analisi geopolitiche, ma di certo la nostra esperienza di osservatori internazionali alla udienza del 22 giugno avanti il Tribunale di Istanbul è un tassello che si inserisce in un più grande puzzle che oramai, e sempre di più, coinvolge il mondo intero, e che ha come tema principale la violazione – e la difesa – dei diritti umani.

Ci siamo occupati finora delle vicende di colleghi avvocati, ma l’attentato all’aereoporto Ataturk di Istanbul, il tentato golpe rientrato dopo poche ore, e, adesso, la gravissima situazione di repressione e compressione dei diritti umani dell’intera popolazione, in particolare di quella curda, nei cui confronti sono stati commessi -documentati- crimini contro l’umanità, richiedono la nostra costante attenzione.

Immediatamente dopo il fallito colpo di Stato, oltre agli arresti dei militari, ci è giunta immediata notizia dai colleghi dell’associazione ÖHD che è stato sospeso a tempo indeterminato l’accesso alle carceri per visitatori ed avvocati. A ciò si è aggiunta l’immediata destituzione di Governatori distrettuali, nonché del vicesindaco di Istanbul, e una lista di magistrati e dipendenti pubblici.

Le testate giornalistiche e le emittenti oscurate (24 nei tre giorni successivi al fallito colpo di stato) si aggiungono alle precedenti. Vale la pena ricordare che la Turchia è seconda solo alla Cina per il grado di censura dei social media e di profili Twitter oscurati.

11 avvocati sono stati arrestati ad Izmir, e per altri 14 è stato emesso mandato di cattura. In data 21 luglio si è riunito il Consiglio di Sicurezza, che ha dichiarato lo stato di emergenza, ai sensi dell’articolo 120 della Costituzione Turca. Le misure di emergenza potranno essere adottate dalla “Polis” e dai Governatori distrettuali, diretta emanazione del Governo di Ankara.

Tutti i rettori delle Università turche sono stati destituiti dai loro incarichi. Anche numerosi maestri e dipendenti pubblici sono stati licenziati ed è stato loro vietato l’espatrio. Attualmente, circa 1/5 della popolazione turca è soggetta alla misura del divieto di espatrio.

Oltre alla compressione del diritto di libera circolazione, di manifestazione del pensiero, ed altri, vi è altresì la possibile imposizione del coprifuoco.

Tra le misure già adottate, due di particolare gravità: l’estensione a 30 giorni (rispetto agli attuali 5 giorni) della c.d. “incommunicado detention”, a seguito di fermo o arresto, periodo nel quale discrezionalmente le autorità possono vietare all’arrestato la nomina e la visita da parte dell’avvocato di fiducia o di ufficio e, ancora più grave, la sospensione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, le esecuzioni sommarie di civili e militari in numerose città turche (oltre alle altrettante migliaia di morti che da mesi e mesi si registrano nel territorio curdo), la destituzione di migliaia giudici, che si aggiunge alle centinaia di essi che sono stati arrestati, così come si sono moltiplicati gli arresti di avvocati.

L’ultima notizia riguarda l’arresto dell’avvocato e difensore dei diritti umani Orhan Kemal Cengiz, al quale è stato impedito dal momento del suo arresto (72 ore) di comunicare con il suo avvocato. Non si hanno quindi notizie delle sue condizioni.

Le colleghe ed i colleghi turchi ci segnalano due priorità. L’utilizzo sistematico della tortura nei giorni conseguenti al colpo di stato, denunciata peraltro anche dal referente di Amnesty International Turchia. Ci è stato segnalato che episodi di tortura sono avvenuti non solo nelle stazioni di polizia, ma anche dentro le aule di tribunale, con trattamenti degradanti e violenze anche nei confronti degli avvocati difensori. Cosa ancora più grave, ci è stato segnalato che tali episodi sono stati portati all’attenzione dei Consigli dell’Ordine degli avvocati, i quali, ad oggi, sono rimasti silenti davanti alle gravi violazioni della normativa interna e dei diritti umani conseguenti al fallito colpo di stato.

La tutela dei diritti umani delle persone arrestate e detenute, messa in grave pericolo dalla decisione, adottata a seguito della proclamazione dello stato di emergenza, di vietare o limitare i colloqui ed ogni forma di comunicazione con il proprio difensore fino a 30 giorni dall’arresto.

Davanti alla gravità di tali segnalazioni, ingigantita dalla vera e propria epurazione della magistratura (che, si badi bene, non ha colpito solo magistrati indipendenti e/o democratici, ma anche magistrati che pure si sono resi autori di decisioni “politiche” vicine alle posizioni governative e comunque in contrasto con la tutela dei diritti umani), occorre invitare i Consigli dell’Ordine degli Avvocati turchi ad affermare con forza la difesa del diritto alla difesa, dei principi democratici e dei diritti fondamentali, esprimendo il supporto esterno del quale evidentemente hanno bisogno per trovare il coraggio di farsi baluardo di tali valori.

Le prossime udienze che riguardano i processi nei confronti dei colleghi, saranno nelle date:

  • 7 settembre 2016, processo nei confronti dei colleghi detenuti (Ramazan Demir e Ayse Acinikli) e altri;
  • 27 settembre 2016, processo nei confronti dei professori firmatari dell’appello “accademici per la pace” (4 detenuti e circa 2000 indagati);
  • 5 ottobre 2016, processo ÇHD (22 avvocati turchi difensori di attivisti dei movimenti della sinistra turca);
  • 14 novembre 2016, processo KCK (46 avvocati curdi difensori di Ocalan).

Al momento non sappiamo se le condizioni renderanno possibile la nostra partecipazione, tuttavia il Consiglio dell’Ordine di Bologna si potrebbe fare promotore, presso il CNF, della proposta di una delegazione ufficiale nazionale di avvocati e magistrati, nonché della richiesta al Console italiano ad Istanbul di presenziare alle udienze.

Altresì il Consiglio dell’Ordine di Bologna potrebbe sollecitare il CNF al fine di ottenere l’incontro di una delegazione con l’Ambasciatore turco in Italia.

Si potrebbe poi continuare l’invio di cartoline di solidarietà ai colleghi detenuti, gli indirizzi restano i medesimi già diffusi tra gli iscritti.

Altresì, si potrebbe mettere in agenda per l’autunno un ciclo di iniziative di formazione professionale congiunta tra Ordine degli Avvocati e Ordine dei Giornalisti di informazione sulle violazioni dei diritti umani in Turchia, sulle riforme legislative in Turchia e l’abuso della legislazione di emergenza.

Autore dell'articolo: Amministratore

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