Referendum, costituzione e riforme: un’eredità politica

di Raniero La Valle

La mia eredità politica nasce da un’esperienza molto antica, fatta addirittura quando ero ancora un bambino. Non è stata come la prima esperienza politica che ha raccontato Giuseppe Dossetti ricordando gli anni della sua adolescenza. Dossetti, essendo nato nel 1913, il fascismo lo ha visto nascere. E in un discorso autobiografico tenuto il 17 marzo 1994 al clero di Pordenone, ha detto che aveva nove anni nei giorni della marcia su Roma e dell’avvento del fascismo. E la sua impressione fu subito “di una grande farsa accompagnata da una grande diseducazione del nostro Paese e del nostro popolo, e di un grande inganno; quindi – ha detto – ho acquisito una prima cosa (rimasta) ben ferma nella sopravvenuta maturazione della coscienza e nella riflessione su quegli eventi che la mia prima adolescenza aveva vissuto, una riflessione radicata nel profondo, un irriducibile antifascismo”.

Per me è stato diverso. Perché quando io sono nato, era il regime che aveva nove anni. Perciò da bambino, man mano che vedevo le cose, era naturale per me pensare che ci fosse il fascismo, che la scuola, la Chiesa, la politica fossero fasciste; perciò fui naturalmente “balilla”, non immaginavo affatto, né me lo poteva dire mio padre che era morto, che la politica potesse essere un’altra cosa, che potesse cambiare, che potesse non esserci il fascismo.

La politica era come l’aveva pensata Aristotile, corrispondeva all’ordine del cosmo, era una manifestazione della natura, per lui il dominio era “guidato dalla verità dell’epistéme”; la politica perciò era come il destino, è così che si stava al mondo, viva il duce, il regime era lo Stato. Fu una rivelazione quando mi accorsi che si poteva essere antifascisti, che si poteva essere contro il duce, che con l’incoscienza di un bambino di undici anni si poteva dire al professore di ginnastica: io non vengo all’adunata perché non sono fascista. E dopo la guerra, dopo il referendum tra monarchia e repubblica, a quindici anni, smisi anche di essere monarchico.

Questa è stata la prima grande lezione che ho acquisito e che posso lasciare in eredità. Prendere coscienza che la politica non ci è data come un destino, che non è affatto naturale che si sia governati come si è governati, che il regime politico, il regime economico, il regime culturale non sono dati di natura, da accettare come sono, ma sono decisi da noi, che non è vero che non c’è niente da fare, non è vero che i poteri sono insindacabili; invece possiamo resistere, possiamo cambiarli. La politica non è un precipitato dall’alto, non è l’editto di poteri estranei e lontani, fosse pure il potere di Dio, tanto meno dell’Europa o della Banca Mondiale, la politica è nostra fattura.

La mia esperienza politica è stata poi sempre dominata dalla convinzione che si potesse e anche si dovesse cambiare, si potesse e dovesse cercare di cambiare.

All’Università entrai negli Organismi rappresentativi perché c’era da inventare la democrazia universitaria, che ancora non c’era (e forse non c’è più); dopo il Concilio, quando il voto dei cattolici era ancora prescritto dalla Chiesa come un articolo di fede, decidemmo di rompere l’unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana; nel referendum del 1974, quando sembrava che fosse secondo natura che i cattolici votassero sì per l’abrogazione del divorzio, facemmo i “cattolici del No”; e quando davvero si rischiò l’ingovernabilità della democrazia e dello Stato a causa della contrapposizione estrema tra comunisti e anticomunisti, rompemmo il tabù presentandoci come cattolici indipendenti nelle liste comuniste; Paolo VI ne fu inorridito, anche perché il Sant’Uffizio si era dimenticato di togliere la scomunica a chi anche semplicemente leggesse l’Unità. Poi è finita che a Maglie, in Puglia, nel paese di Moro, hanno fatto il monumento ad Aldo Moro con l’Unità in tasca.

Poi è stato sempre così: non abbiamo creduto che fosse un destino, dopo la fine dei blocchi, riprendere l’uso della guerra, fosse pure presentata come guerra umanitaria; abbiamo fatto obiezione di coscienza alla Camera contro la guerra a Saddam Hussein; e come non abbiamo creduto che fosse un destino “morire democristiani”, così non abbiamo creduto che fosse un destino il governo di Berlusconi né che lo fosse la Costituzione di Lorenzago.

E perciò pensiamo che adesso sia del tutto legittimo che la gente voglia cambiare politica e padroni, che rifiuti di consegnarsi come suddita a Renzi, che non creda affatto a un partito che si chiama Democratico ma che pretende di avere un potere esclusivo e solitario e di rappresentare tutta la Nazione; perciò non ci scandalizziamo dei Cinque Stelle, pensiamo che sia del tutto legittimo che gli Inglesi escano dall’Unione Europea e che sia legittimo pensare che l’Europa non debba necessariamente essere l’Europa di Maastricht né debba essere l’Europa della tecnocrazia finanziaria fatta istituzione e regime.

Dunque la prima eredità è questa: non esiste un’ortodossia della politica, non esiste un politicamente corretto che non possa essere a sua volta corretto, la politica si cambia e con la politica si cambia la vita. Il come cambiare però non fa parte del lascito ereditario, è il compito degli eredi: dovete vedervela voi.

La Costituzione come eredità

L’altra nostra eredità politica è la Costituzione. Anche la Costituzione si può cambiare, però qui nel lascito c’è un’aggiunta, perché nell’eredità è compresa anche una clausola sulle condizioni del cambiamento. La prima condizione del cambiamento costituzionale è che esso venga fatto per una vera necessità di manutenzione dell’ordinamento, dunque per motivi seri e non per ragioni volgari.

La riforma in cantiere su cui dovremo votare, si dice in ottobre, è stata fatta per ragioni volgari. La prima ragione per cui è stata proposta è stata, per Renzi, quella di vincere le primarie e diventare segretario del partito, poi la nuova Costituzione è diventata il bottino da conquistare e “portare a casa” per assicurarsi la permanenza al potere.

Entrando nel merito, sono ragioni volgari della riforma quelle più propagandate, che sono di risparmiare 50 milioni sui 500 che ne costa il Senato, di sopprimere due senatori su tre e così sbeffeggiare la classe politica, e di avere un governo spicciativo che non perda tempo a chiedere la fiducia anche del Senato, dato che gli sembra anche troppo doverla avere dalla Camera.

Ma la seconda, vera condizione del cambiamento è che esso venga fatto in modi appropriati, non arbitrari, non rottamando la Costituzione intera, ma intervenendo su singoli punti senza voti di fiducia e trucchi parlamentari. E ciò perché la nostra è una Costituzione rigida, che significa che per essere modificata ha bisogno di una procedura aggravata, ultragarantista, di cui l’ultimo giudice è il popolo sovrano.

La ragione è che la Costituzione ha formalizzato il raggiungimento di un traguardo storico, dal quale si è convenuto che non si possa tornare indietro. Per esempio dal ripudio della guerra non si può tornare indietro. Nessuna maggioranza, e nemmeno l’unanimità, potrebbe decidere il ripristino della guerra come strumento della politica con altri mezzi. La guerra, nell’ordinamento italiano, è entrata nella sfera dell’indecidibile.

Però non basta che ciò resti scritto nella prima parte della Costituzione se questo ripudio non è garantito dalle regole stabilite nella seconda parte, che è la parte che oggi si vuole cambiare. Perché il ripudio della guerra può essere mantenuto solo se la sovranità popolare è effettivamente esercitata attraverso libere elezioni, attraverso una vera rappresentanza parlamentare e se la deliberazione dello stato di guerra resta affidata a Camera e Senato e non viene attribuita, come fa l’attuale riforma, a una sola Camera, a un solo partito e a uno che sta solo al comando.

Lo stesso è a dirsi dei diritti fondamentali, la libertà, la salute, la scuola, il lavoro, l’eguaglianza; non si può tornare indietro da questi diritti e dai doveri che vi corrispondono, perciò stanno in una Costituzione rigida e la seconda parte di essa ne deve rendere possibile e garantire l’attuazione. Ma se nell’articolo 81 si costituzionalizza il pareggio del bilancio, e se i Trattati europei proibiscono l’economia mista, pubblica e privata, e l’intervento dello Stato, con cui si è ricostruita l’Italia, quei diritti e i corrispondenti doveri sono cancellati con un tratto di penna e il capitalismo diventa regime.

Questa è l’eredità della Costituzione che la riforma tradisce. Anche qui sono gli eredi, e soprattutto i giovani, che dovranno vedere come conservarla, come farla crescere e anche come cambiarla avanzando, e non tornando indietro. Per ora a noi tocca far vincere il NO nel prossimo referendum; perciò abbiamo fatto i comitati per il NO, c’è perfino Smuraglia, il capo dei partigiani, che ha 90 anni, e abbiamo fatto i Cattolici del NO, ricordando i cattolici del NO del 1974; per questo diciamo ai giovani, almeno a quelli che ci stanno a sentire, che la Costituzione è un’eredità che ha un valore e anche un costo; è costata in passato, dalla Resistenza in poi, e costa anche adesso, con l’impegno per difenderla, la raccolta delle firme, purtroppo non riuscita, la mobilitazione popolare, e l’impegno anche finanziario per vincere il referendum.

Poi, nella prossima legislatura, dopo averne parlato nella campagna elettorale, e con un Parlamento legittimato, si potrà mettere mano alla vera riforma.
Un Parlamento legittimato vuol dire un Parlamento fatto di eletti e non di nominati, e espresso con la proporzionale, anche se con piccole correzioni che non ne alterino la natura.

La proporzionale non è menzionata in nessun articolo della Costituzione, però è presupposta, addirittura come ovvia, talmente ovvia da non doversi nemmeno evocare, in ogni articolo della Costituzione.

Perché la proporzionale vuol dire riconoscere il pluralismo e la varietà delle forze sociali, vuol dire lasciare che cento fiori fioriscano e non sradicare nessun cespuglio di nessun partito, e su questo costruire la democrazia. Bisogna infatti ricordare che alla democrazia non siamo arrivati per poter essere governati, perché eravamo governati anche prima, ma per essere liberi e perché ognuno fosse messo in condizione di sviluppare la sua umanità.

Questa è la democrazia e questa dobbiamo salvaguardare. Ed è per arricchire, non per dimezzare la democrazia, che dobbiamo attendere alle future riforme. Esse non devono andare a rimestare quello che già c’è, facendo una caricatura di Senato delle Regioni, ma costruendo quello che non c’è e che ci manca da morire.

Costruire l’unità del popolo e del mondo

Quello che ci manca in Italia e anche nel mondo, fino a morirne è l’unità. L’Italia è divisa, come mai lo è stata dopo il fascismo. L’abbiamo spaccata con il bipolarismo, con una politica basata sulla dottrina schmittiana dell’amico-nemico, l’abbiamo spaccata non sanando la frattura tra Nord e Sud, per cui nel Sud si muore ancora per lo scontro dei treni su un binario unico, l’Alta Velocità non passa in Sicilia e la linea ferroviaria si arresta a Catania, i giovani non trovano lavoro e la mafia si confonde con la politica.

L’Italia è spaccata perché non ci preoccupiamo di fare una politica che includa gli immigrati, dopo averli salvati in mare, e non facciamo una comunità allargata che non comprenda solo i vecchi italiani ma anche i nuovi italiani e quelli che italiani non sono, hanno lingue, culture e religioni diverse ma abitano sotto il nostro cielo e mangiano il nostro stesso pane. A questo dovrebbe servire il Senato, un Senato ripensato per l’unità della Repubblica e rappresentativo di tutti quelli che vivono stabilmente in essa, un Senato dei popoli.

E ora l’Italia è spaccata anche sulla Costituzione perché la Costituzione, che era ancora la cosa che ci univa, è stata scagliata contro di noi, per esaltare gli uni ed umiliare gli altri, per dividerci in comitati del SI contro comitati del NO e per realizzare un regime non di pari opportunità per tutti, ma di comandanti e comandati. Ma ancora più grave è l’unità che manca sul piano mondiale.

La terza guerra mondiale, come ora è chiaro a tutti, e come il papa ha detto per primo, è ormai cominciata. Nessuno la mattina può più uscire di casa sapendo che di sicuro ci potrà tornare, che sia a Nizza, a Parigi, a Bruxelles, a Monaco o a Dacca. Il mondo è diventato troppo pericoloso per continuare a farlo andare così. Per molto tempo il mondo è stato pericoloso per i popoli delle colonie, per quelli che chiamavamo ed erano sottosviluppati, per gli africani, gli arabi, i vietnamiti, i palestinesi, gli algerini, i mozambicani, i neri sudafricani, i libanesi, gli afgani, gli iracheni. E noi con le nostre armate, le nostre multinazionali, i nostri scambi ineguali, la nostra economia che uccide spadroneggiavamo su di loro e nessuno ne contava i morti. Adesso il mondo è diventato pericoloso anche per noi, non solo i ricchi hanno le armi, ormai ogni persona, se ha perso ogni valore della propria vita, può diventare un’arma contro tutti gli altri. E il terrorismo per imitazione sta diventando più pericoloso del terrorismo organizzato.

Perciò il papa ha ragione. Il sistema va cambiato. L’economia, la politica, il diritto, il governo del denaro, la società dell’esclusione, l’ideologia della differenza, tutto va rifatto di nuovo. Conservare il mondo com’è non solo è criminale, ma non è neanche possibile.

Perciò bisogna porre mano alla grande riforma. Bisogna “tornare ai giorni del rischio”, come cantava padre Turoldo. Riprendere la grande stagione del cambiamento, che a metà del Novecento, dopo l’immane tragedia, ci portò a San Francisco a fondare le Nazioni Unite, ci portò alle grandi convenzioni internazionali sui diritti, a cominciare da quella sul genocidio, alla riduzione delle sovranità, alla rinuncia ad Imperi e colonie, alle grandi Costituzioni postbelliche, ci portò al ripudio della guerra, alla stagione delle economie keynesiane, al compromesso dello Stato sociale, alla stabilità monetaria e all’avvio della riforma del pensiero religioso fino all’esplosione del Concilio e poi al ’68.

Insomma l’eredità non è facile. Bisogna chiudere con un mondo e aprire il cantiere di un altro.

Come vincere la terza guerra mondiale

Ora siamo nella terza guerra mondiale. Ma a differenza delle prime due, che almeno formalmente erano combattute tra Forze Armate, questa è una guerra di Entità armate, regolari e irregolari, contro le popolazioni civili. Dunque la popolazione civile è uno dei soggetti del conflitto, le sue vittime non sono più vittime collaterali come, in misura peraltro sempre crescente, erano le vittime delle guerre precedenti. I civili oggi sono, loro malgrado, una delle parti della guerra.

Ma è evidente che la popolazione civile non può né combattere né vincere la guerra come lo facevano i soggetti delle guerre tradizionali. Slogan come: tutti uniti nella guerra al terrorismo, non hanno alcun significato. Il modo per la popolazione civile di combattere questa guerra è la politica, e la sua vittoria è il conseguimento della pace. Ma per fare una politica di uscita dalla guerra e di costruzione della pace ci vuole un governo, che se ne faccia strumento facendo valere l’unità del popolo.

Allora la proposta è questa: per uscire dalla terza guerra mondiale che ha il suo epicentro nel Mediterraneo e in Medio Oriente, occorre ripetere l’esperienza della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che ad Helsinki dal 3 luglio 1973 al 1 agosto 1975 realizzò il miracolo di mettere fine alla guerra fredda e alla minaccia reciproca di distruzione nucleare. Alla conferenza parteciparono tutti i Paesi europei più Stati Uniti e Unione Sovietica. Cardini degli accordi per realizzare la sicurezza e mantenere la pace fu l’impegno a non modificare con la forza le frontiere esistenti, e il rispetto dei diritti umani. Oggi l’Italia potrebbe farsi promotrice, e preparare diplomaticamente, una Conferenza per la sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo e in Medio Oriente, con la partecipazione di tutti gli Stati interessati e anche della Comunità musulmana e delle Chiese cristiane d’Oriente. Anche qui i cardini sarebbero il rispetto della integrità territoriale degli Stati dell’area nelle loro legittime frontiere (compresi Iraq, Siria, Libano, Israele e Palestina) e il rispetto dei diritti umani.

Però questo il nostro governo non lo può fare perché invece di essere espressione dell’unità del Paese, oggi ne è esso stesso il primo divisore, spaccando il Paese nella contrapposizione tra fronte del SI e fronte del NO nella cruciale partita della Costituzione, su cui è stata costruita l’unità della Repubblica. In tal modo il governo rinunzia al suo vero ruolo e combatte una partita del tutto estranea alle vere urgenze poste dalla crisi in atto mentre l’Italia e il mondo tutto sono in condizioni di massimo pericolo.

Perciò la proposta è che il governo si ritiri dalla competizione per il referendum costituzionale, assuma una posizione neutrale, lasci combattere questa partita ai Comitati del Si e del No e alle forze politiche e partiti esistenti, abbandonando la riforma costituzionale al suo destino. Il governo potrebbe allora ricomporre l’unità del Paese per giocarla sul piano internazionale – europeo e mondiale – in una grande proposta e un grande progetto di unità e di pace, adempiendo veramente al dettato degli articoli 10 e 11 della Costituzione, per la costruzione di un ordine di giustizia e di pace tra le nazioni.

Questo testo è la seconda parte del discorso tenuto da Raniero La Valle il 23 luglio 2016 nel Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, sul tema “L’eredità”, per la presentazione dell’iniziativa “Tonalestate 2016”.

Autore dell'articolo: Amministratore

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