Franco Basaglia e la rivoluzione contro le torture manicomiali

Franco Basaglia

di Arianna Capirossi

Io direi che una della condizioni del nostro lavoro fu che la nostra unione non scaturiva dalla tecnicizzazione, ma dalla finalità politica che univa tutti. Essere psicologo, psichiatra, terapeuta occupazionale, ecc. ed essere internato era la medesima cosa perché, quando ci univamo in assemblea per discutere, tutti cercavano di dare il loro contributo per un cambiamento. Noi capimmo, per esempio, che un folle era molto più terapeuta di uno psichiatra, e allora lo psicologo e lo psichiatra erano messi in discussione. (Conferenze brasiliane, 1979)

Il 29 agosto di 36 anni fa moriva Franco Basaglia, medico italiano ispiratore della legge Basaglia, ovvero la legge 180 del 13 maggio 1978, che ancora oggi è in vigore e regolamenta le cure psichiatriche in Italia. Spesso si fa riferimento alla legge omonima, ma poco si conosce del suo ideatore. Cerchiamo di conoscere meglio la vita e gli studi di questa figura rivoluzionaria del Novecento italiano.

Gli studi giovanili: opporre la filosofia esistenzialista ai totalitarismi positivisti. Franco Basaglia, nato nel 1924 a Venezia, studiò lettere classiche al liceo e si laureò in medicina a Padova nel 1943. In questo periodo di studi, decisivo fu l’incontro con l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre, che impronterà tutta la sua carriera psichiatrica successiva.

Al centro della filosofia esistenzialista di Sartre sta un concetto di umanismo, a promuovere la libertà radicale dell’essere umano nelle proprie scelte, avulsa da qualsivoglia tipo di imposizione dall’alto: un nucleo di pensiero fortemente avverso a quello di Cesare Lombroso, sostanzialmente positivista, che giustificava l’intervento istituzionale su chiunque mostrasse segni di devianza psichica e disadattamento sociale. Purtroppo, allora, l’ordinamento degli ospedali psichiatrici si ispirava ancora alle teorie lombrosiane. Sartre aveva postulato l’uguaglianza egli esseri umani nella loro individualità, dunque una società paritaria; Lombroso invece aveva diviso la società gerarchicamente, in esseri umani di serie A ed esseri umani di serie B.

In particolare, Lombroso negava l’evoluzione del carattere individuale umano; con semplicità scientista, etichettava le persone secondo ben precisi caratteri fisici ereditari, da lui individuati per distinguere i criminali dai normotipi. L’antropologia criminale lombrosiana giustificò l’emarginazione e la discriminazione delle persone socialmente svantaggiate, che furono oggetto di internamenti non solo nelle carceri, ma anche nei manicomi, data la loro presunta instabilità o pericolosità. Per decenni, la teoria positivista fu alla base di un metodo di epurazione sociale considerato normale, che consentiva, sulla base di giudizi sommari, di condannare all’internamento perenne persone innocenti o scomode.

Chi non era giudicato adeguato all’ordinamento sociale imposto dall’autorità, doveva essere, in qualche modo, allontanato, isolato, neutralizzato, in modo che non potesse destabilizzare la sicurezza e l’equilibrio della società. Da notare che di impronta positivista era anche la concezione politica del totalitarismo nazista: non a caso, l’organizzazione dei lager riprese molto da vicino quella degli istituti di igiene mentale, e proprio nei lager finirono migliaia di malati di mente, bollati come “asociali”, con il triangolo nero.

Dall’Università al lavoro sul campo: i manicomi. Dopo una specializzazione in Malattie nervose e mentali, conseguita nel 1953 a Padova, nel 1958 Basaglia ottenne la libera docenza in psichiatria. Tuttavia, non riuscirà mai a inserirsi nell’ambiente accademico, a causa della sua eterodossia rivoluzionaria. Decise invece di andare a lavorare sul campo, trasferendosi a Gorizia, dove ricoprì il ruolo di direttore del manicomio cittadino. Venne in contatto con la realtà custodialistica dell’istituto, ovvero di un trattamento aberrante nei confronti dei malati, che non venivano considerate persone in difficoltà e da aiutare, bensì soggetti da controllare, reprimere, sedare.

Insomma, una vera legittimazione della tortura dell’essere umano, un comportamento giustificato dalle autorità sebbene fosse del tutto antiscientifico. Partendo dagli studi di Sigmund Freud, Basaglia portò avanti una battaglia per un rapporto tra terapeuta e paziente basato sul dialogo e non sulla repressione. Sviluppò il suo pensiero anche in ambito politico e sociale, avvicinandosi alle teorie di Michel Foucault, mettendo in crisi l’istituzione psichiatrica, ragionando sulle forme di dominazione dell’uomo sull’uomo e svolgendo una riflessione sulla condizione delle categorie deboli della società: i malati di mente, i tossicodipendenti, le prostitute, gli immigrati, ovvero tutti i “fuori-norma”, gli “outsiders” della società di riferimento. La domanda di fondo su cui ragionò Basaglia era questa: è giusto escludere?

È giusto escludere? La risposta di Basaglia. Basaglia rispose alla questione sull’esclusione sociale dei malati mentali con un’idea pratica del tutto innovativa per l’ambiente medico-psichiatrico italiano dell’epoca: la comunità terapeutica. In una comunità terapeutica, i medici, gli operatori e i pazienti hanno pari dignità; i rapporti non sono più verticali, bensì orizzontali, ovvero, viene privilegiata la collaborazione tra pari, rifiutando un regime gerarchico di ordine ed esecuzione. Nell’ambito della comunità, il malato non viene considerato come una “scoria” della società da espellere, bensì come risorsa da aiutare e recuperare. Basaglia mise in opera questo nuovo sistema nel manicomio di Gorizia e lo diresse per tutti gli anni Sessanta. L’obiettivo era uno solo: non più l’isolamento, bensì il recupero dell’individuo.

Il dialogo come nuova terapia per l’inclusione sociale. La terapia elettroconvulsivante venne finalmente messa al bando, e quella farmacologica considerata solo come una possibilità alternativa alla rieducazione al vivere comunitario. Le contenzioni fisiche vennero eliminate e si restituì, con la libertà di movimento, anche quella dignità che gli internati (o sarebbe forse meglio dire prigionieri?) avevano perduto. Nel manicomio istituzionale si verificava una perdita di identità sia da parte del paziente, disumanizzato e ridotto a oggetto, sia da parte degli operatori, innalzati al rango di onnipotenti manipolatori di vite umane altrui. Basaglia, col suo nuovo e innovativo approccio, che suscitò inizialmente grande stupore, intendeva correggere questa deriva disumana degli istituti di igiene mentale, ponendo sullo stesso piano del dialogo malati e medici.

L’Arte come cura per i disagi psichici e sociali. Nel 1971, Basaglia divenne direttore dell’ospedale psichiatrico di Trieste. È qui che mise in opera l’idea dei laboratori di artistici di pittura e teatro per i suoi pazienti: attraverso la produzione artistica, i malati riescono a rappresentare se stessi e il rapporto con l’altro, comunicano i propri disagi interiori e le insicurezze, ritrovano dunque un’identità e uno strumento per armonizzarsi con gli altri. I malati divennero produttori di arte, ma anche artigiani: nacque una cooperativa attraverso la quale i pazienti svolgevano lavori retribuiti ed utili per quella società che, matrigna, li aveva rifiutati e respinti. Basaglia raggiunse dunque l’obiettivo della reintegrazione sociale dei malati e riuscì a dimostrare l’infondatezza di un sistema basato sulla discriminazione e l’esclusione dell’essere umano.

Le pubblicazioni e i risultati istituzionali. Le due principali pubblicazioni di Franco Basaglia, utili per comprendere non solo la condizione dei malati mentali nei decenni centrali del Novecento, ma anche il pensiero sociopolitico dell’epoca attraverso le categorie opposte di normalità-anormalità, furono Che cos’è la psichiatria? (1967) e il grande successo editoriale L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico (1968), in cui racconta la sua esperienza goriziana. Nel 1973 fondò la società Psichiatria Democratica, per guidare una rifondazione degli approcci psichiatrici in Italia. Si fece così promotore del movimento antipsichiatrico nato in quel periodo in Inghilterra. Basaglia continuò a sostenere la sua battaglia finché nel 1977 poté annunciare l’imminente chiusura dell’ospedale psichiatrico di Trieste: quell’istituzione oppressiva non serviva più, ora che i suoi “prigionieri” erano stati liberati dal nuovo sistema curativo. Sicuramente fu grazie al suo impegno indefesso che l’anno successivo, il 13 maggio, si ratificò finalmente la legge 180 di riforma psichiatrica.

Manicomi chiusi: la guerra è vinta? La guerra di Basaglia contro l’esclusione sociale non sarà mai vinta finché, nelle nostre società, si darà adito a processi di discriminazione basati su pregiudizi e ignoranza. Leggere l’opera di Basaglia è importante non solo per medici e psichiatri, ma anche per ciascuno di noi, cittadini ed esseri umani, per imparare il vivere comunitario nonché i valori dell’empatia, del rispetto e della libertà umana. La più bella lezione che Basaglia dà non solo ai medici, ma anche a tutti noi, è infatti questa: mai considerare l’altro, specialmente se in difficoltà, come “oggetto da aggiustare” o “problema da risolvere”, bensì come nostro pari da ascoltare, comprendere e nella cui esperienza di vita immedesimarci, senza avere paura di identificarci nella sua sofferenza, perché se gli uomini sono tanti e diversi tra loro, l’Umano è unico e uno solo è il suo spirito.

Questo articolo è stato pubblicato su Mi faccio di cultura il 29 agosto 2016

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