Fermo: siamo tutti Emmanuel, contro un Paese involuto

di Sergio Sinigaglia

Il fine settimana ha visto inevitabilmente Fermo al centro dell’attenzione nonostante gli eventi americani. Anzi per molti aspetti le vicende marchigiane sono l’altra faccia della medaglia di quelle statunitensi. Oltre le questioni legate all’inchiesta giudiziaria con il risultato dell’autopsia e il tentativo della difesa di Mancini di far passare il tutto come una rissa, o ancora peggio un atto di legittima difesa dell’assassino e non come un atto di razzismo, erano previsti due appuntamenti pubblici: la manifestazione indetta dai centri sociali e dalle associazioni di base per sabato pomeriggio e funerali di Emmanuel domenica.

La manifestazione nonostante i tempi stretti in cui è stata convocata è sostanzialmente riuscita dal punto di vista numerico. Era stata decisa giovedì sera in un’assemblea a Porto San Giorgio presso il centro sociale “Il trenino”, che si è accollato l’organizzazione dell’appuntamento. Compagni che sono stati un po’ travolti da un evento di questa portata e hanno cercato di fare il loro meglio. La cosa importante era verificare che tipo di risposta avrebbe dato la città. E purtroppo questa è stata ampiamente negativa.

Il segnale lo si è colto subito: per giungere al luogo da dove sarebbe dovuto partire il corteo, lo stesso in cui ha trovato la morte il giovane nigeriano, attraversando la piazza principale, metà di questa, era occupata da un torneo di mini-basket di ragazzini con genitori vocianti e quant’altro. Per questo la questura aveva deciso di non autorizzare l’accesso all’area. Al punto di incontro dove si è presentato anche il sindaco qualcuno gli ha fatto notare come sarebbe stato il caso di interrompere per rispetto manifestazioni di questo tipo. Lui ha replicato che non si poteva impedire ai ragazzini di giocare.

Una risposta sintomatica di come la città, o comunque una parte importante di essa, si sta rapportando all’uccisione di Emmanuel. Alla manifestazione hanno partecipato circa 400 persone, provenienti da diverse località delle Marche. Diversi circoli dell’Anpi avevano dato la loro adesione. Alcuni erano presenti con il classico fazzoletto tricolore al collo. Ma i grandi assenti erano loro, i fermani. Al corteo è stato imposto un percorso fuori dal centro, intorno alle mura. Ha attraversato una città deserta, in un caldo soffocante, anche se ogni tanto dalle finestre spuntava qualcuno.

Apriva lo striscione dei centri sociali delle Marche “Di razzismo si muore, ora basta”. Prima di partire ha preso la parola un ragazzo ospite della Comunità di Capodarco (era presente una piccola delegazione di rifugiati) amico di Emmanuel che, commosso, ha ricordato cosa li spinge a fuggire e come non vogliano fare del male a nessuno.

Ad un certo punto la testa del corteo ha giustamente deviato, bloccando per alcuni minuti un’arteria importante, gettando nel panico i questurini. Verso le 20.30 il tutto si è concluso in una piazzetta limitrofa alla piazza centrale con interventi della associazioni presenti.
Ma se la latitanza dei residenti era palese sabato, non è stato molto diverso domenica ai funerali.

Nella chiesa dove sono stati celebrati davanti alle varie autorità, anche nazionali come la Presidente della Camera Laura Boldrini, a parte i rappresentanti della classe politica, la presenza dei fermani è stata certamente superiore rispetto a quella del giorno precedente, ma sicuramente deludente e non all’altezza della cosa.

Un atteggiamento che non deve sorprendere. C’è una corrente di pensiero per cui tutto questo sta dando una cattiva immagine di Fermo. Sta infangando la città, un concetto che sabato, al concentramento, lo ha esplicitato un anziano, tra l’altro iscritto all’Anpi, che accusava i presenti di “sputtanare Fermo”. E la solidarietà nei confronti del concittadino con le mani sporche di sangue sta montando. Un hastag su twitter sta mietendo consensi Nei bar si attacca Don Vinicio Albanesi che con coraggio in questi giorni ha pubblicamente detto, rintuzzando i tentativi della difesa, che Emmanuel è stato pestato e ammazzato, al di là della disquisizione sulle conseguenze del pugno che secondo l’autopsia sarebbe stato decisivo per la sua uccisione.

Ecco in questa città spaurita, avvolta su se stessa in una difesa improbabile della sua immagine, riluttante invece a interrogarsi su cosa essa sia diventata se possono accadere fatti del genere, il responsabile della Comunità di Capodarco si sta ponendo come una delle poche figure che ha il coraggio di andare controcorrente, insieme ai compagni locali e al figlio nobile di questa città, Angelo Ferracuti, che pur essendo rientrato solo sabato sera tardi a causa di un viaggio all’estero, sta già facendo sentire la sua voce sui social. Coscienza critica di una comunità che non riesce a fare i conti con se stessa.

Simbolo di un Paese involuto. Domani alle 21 si terrà l’annunciato appuntamento indetto dai sindacati. Seppur tardivo si poneva in ogni caso come una scadenza importante. Ma le modalità dell’iniziativa, con complessi che suonano e la presenza di Claudia Koll, da anni suora laica impegnata nel volontariato, lasciano perlomeno perplessi. L’auspicio è che si avvicini il più possibile ad una vera manifestazione.

Autore dell'articolo: Amministratore

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