Post amministrative: riflessioni di una candidata cittadina

Elezioni - Foto di Davide e Paola

Elezioni - Foto di Davide e Paola

di Silvia R. Lolli

Ore 18 del 5 giugno 2016. Sono quasi al giro di boa di una nuova esperienza: la partecipazione all’elettorato attivo per le amministrative 2016 a Bologna. La città metropolitana prevede di votare due schede: una per il candidato a sindaco del Comune di Bologna, quindi per il consiglio comunale ed una per le circoscrizioni, cioè per gli ex quartieri. Da quasi due mesi l’impegno politico ha occupato il poco tempo libero di una persona, lavoratrice nella scuola superiore, che ha già impegni notevoli nel mese di maggio, perché deve completare le attività annuali con le classi per poi terminare con le operazioni di scrutinio.

Esperienza, importante, faticosa, ricca di momenti di spaesamento e di tensione in cui le tante attività nuove si sono accavallate ed è stato veramente complicato portare a termine l’impresa in un clima sempre più inusuale per la città di Bologna. O è un clima di cui non mi sono mai accorta?

Esperienza? Sì; positiva? Non so ancora, non voglio dare giudizi, ma solo riflettere e lo faccio, continuando queste righe, dopo il ballottaggio, cioè a distanza di venti giorni dalla prima scrittura dopo aver fatto, ascoltato e letto parecchie analisi di voto delle ennesime elezioni, stavolta a scadenza naturale.

In questi giorni sento le solite parole che ormai implodono nei vari incontri televisivi e non: abbiamo vinto, abbiamo perso, dopo il ballottaggio, la destra perde comunque, la sinistra vince solo dove non ci sono i grillini. Come se questi agglomerati abbiano ancora senso oggi o almeno lo stesso senso di vent’anni fa.

Solite cose: ormai si vedono tre gruppi di partiti e non due… Questa affermazione può essere vera, ma ancora lontana dalla situazione attuale. I risultati delle elezioni amministrative oggi più che mai sono rimbalzati nella politica nazionale. Del resto l’elezione diretta del sindaco e la poca importanza del consiglio comunale è solo un assaggio di ciò che in parte capita, ma capiterà a livello nazionale a causa delle riforme.

Pochi commentatori affrontano il problema vero: perché dobbiamo accettare così passivamente il calo dei votanti? Si dice: l’Italia si allinea al resto del mondo, succede in tutti i paesi, perché c’è la crisi della democrazia, la crisi economica, la società cambiata.

Saranno veri tutti questi aspetti, ma possiamo anche dire che in molti paesi si sta ripensando il sistema elettorale, per lo più maggioritario, per un proporzionale, mentre da noi si sta facendo da troppi anni il contrario elevando nel contempo l‘importanza per una governabilità sempre più accentratrice e demagogica.

Dopo le amministrative da più parti si sta ammettendo che non ci sono più due poli, bensì tre in Italia; allora? Qual è la risposta che si dà? La legge elettorale definita (molto impropriamente) Italicum in cui si dà ancora risalto al sistema maggioritario e con un premio di maggioranza elevatissimo. E a seguire la deforma costituzionale.

In sintesi, in un momento in cui la società è estremamente frammentata ed i partiti hanno lasciato il posto ai movimenti molto più fluidi ed in sintonia con la stessa società, si vuole incanalare la politica all’interno di due poli che però, si scopre, sono aumentati; ma in Italia ci sono mai stati solo due poli? L’ultimo Parlamento quanti gruppi ha in più rispetto a quelli insediati con le ultime elezioni? E dire che il maggioritario esiste da tanti anni, perché ancora esistono tanti partitini?

Non possiamo considerare democratico che dopo il ballottaggio si perdano dei consiglieri solo perché uno dei due gruppi, che al primo turno hanno avuto le due percentuali di voto più alto, vince al secondo turno, magari dopo una partecipazione di pochi votanti, a volte si parla del 30%. Che squallida fine per la democrazia italiana.

In un momento in cui, a livello sociale, l’individualismo la fa da padrone, la politica italiana sceglie di fregarsene del pluralismo, della frammentazione e impone scelte obbligate e ristrette in cui le minoranze non hanno più voce, perché calpestate, in nome della governabilità, falsificata idea della democrazia; non si parla di parlamentarismo, invece è lì che si dovrebbero fare le leggi, cioè le norme per la vita quotidiana dei cittadini.

Per risolvere i problemi, avremmo avuto bisogno per esempio di una legge per modificare i partiti, come del resto chiederebbe la Costituzione Italiana; ma questa deve trovare ancora la luce…potrebbe essere materia urgentissima, quindi delegabile al Governo; invece sono state date ad esso altre materie, molto meno urgenti, e che invece avrebbero dovuto essere di iniziativa solo parlamentare. Chissà perché? E la legge sui partito è ancora ferma fra i meandri delle commissioni parlamentari.

Se si confondono le funzioni fra Governo e Parlamento possiamo accettare che il primo si dimentichi (o non voglia?) fare il proprio lavoro, cioè dare piena applicabilità amministrativa alle norme fatte appunto dal Parlamento. La denuncia di Grandi su “Il Fatto quotidiano” del 23 giugno in merito alla penuria di certificatori delle firme raccolte per i referendum, a causa della recente soppressione delle province, la dice lunga sul tema. Quanti sono gli atti amministrativi che arrivano quasi a scadenza e rendono difficilissima la vita amministrativa di molti uffici ministeriali?

A questo punto ogni analisi di voto non è significativa: la conoscenza dei dati forse è di qualche interesse solo per i pochi eletti e non per la cittadinanza che sta a guardare e sarà sempre più inesistente, cioè silenziosa.

La semplificazione che si è voluta, attraverso i cambiamenti dei sistemi elettorali italiani, ha solo accelerato una tendenza che però non si era ancora manifestata. Invece nel 1992 si parlò di difficoltà a governare e la soluzione venne propagandata con la risoluzione del sistema elettorale maggioritario.

Oggi vediamo che l’unica soluzione è: la disaffezione per la politica, la costituzione di comitati elettorali e non di luoghi in cui si pensa e ci si confronta sui contenuti e con un respiro più ampio; poi assistiamo a personalizzazioni molto pericolose per la democrazia ed infine ad un aumento di costi per le spese elettorali, perché la frammentazione provoca sempre più, nelle città grandi, il fenomeno del ballottaggio e quindi un doppio turno quasi sistematico; anche questi non sono costi in più pr un paese che non riesce a controllare le spese pubbliche?

E tutto ciò in una desolante perdita di senso democratico e di consapevolezza alla cittadinanza.

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