Perché “Punto”? La perdita di senso nella banalità di un non-discorso pubblico

Bologna
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di Dimitris Argiropoulos

Leggo dai giornali con cronaca cittadina e riporto dal Il Corriere di Bologna.

Bologna, saltano il clochard con lo skate – E filmano la scena con il telefonino – Gruppo di ragazzi usa il senzatetto come un ostacolo – Un residente gira un video dell’episodio: «Vergogna»

Mi permetto di annotare seguendo il testo

BOLOGNA – «È stata una scena raccapricciante e purtroppo da queste parti se ne vedono spesso»

“IL RACCONTO – La clip di una ventina di secondi rappresenta però solo una parte di quanto successo. «Mio padre si è affacciato dalla finestra quando ha sentito quei ragazzi che facevano rumore da un’ora con gli skate – racconta -. Quando ha visto cosa stava capitando ha deciso di riprendere tutto». Il clochard non è stato aggredito ma dopo essere stato «saltato» un paio di volte ha deciso di alzarsi e allontanarsi dal portico. «Purtroppo da queste parti scene simili sono all’ordine del giorno – spiega la giovane -. La situazione di degrado è ormai allucinante e chi vive in strada non rappresenta di certo il problema principale». La testimone sottolinea anche un altro «inconveniente»: «Abbiamo avvertito i le forze dell’ordine ma non si è presentato nessuno, magari sono passati più tardi e non li ho visti ma di certo con molto ritardo».”

Si tratta allora di una situazione ripetuta, riscontrata, vista spesso e non descritta e neppure denunciata. Situazioni che non hanno ricevuto interventi ne pubblici e neppure privati. Scena quotidiana e normalizzata e che non diventa notizia finché non diventa filmato da postare sul web.

E leggo in internet: “Sul web sta girando un video ambientato a Bologna in cui un giovane sullo skate “salta” un senza fissa dimora che dorme per strada. Quello skater è una persona cattiva. Punto”. Questa frase è di Amelia Frascaroli, postata sulla sua pagina Facebook. Assessore alle politiche sociali del Municipio di Bologna.

Penso che il senso di un “Punto” indichi tutta la profonda assenza di pensiero e di politica attraverso un non-discorso che allontana dalla complessità delle questioni giovanili ma anche della marginalità e dell’esclusione sociale che stiamo vivendo.
Il “Punto” non-discorso, indica paura e cristallizza nell’impensabile e nell’inavvicinabile, persone e situazioni, che richiedono interessamento e interventi pubblici e sociali. Interventi di governo, ma anche interventi diretti e agiti dai singoli, organizzati o meno, dai vicinati, dal passante da chi si trova ad assistere una situazione impossibile, e che non avrebbe dovuto verificarsi ma che si verifica. Il “Punto” coperto da “cattiveria” crea distanza sociale e istituzionale. Certamente il suo senso indica incompetenza, ma non solo.

Penso e mi domando il senso del “Punto” nell’effimero di una condizione giovanile poco o per nulla considerata, che vive più la rete piuttosto che la sua quotidianità materiale di relazioni nei quartieri e nella città, diventando spettacolo da condividere e espressione, forse, della Politica.
Mi interessa, e preciso, che i soggetti direttamente coinvolti da posizioni differenti e che hanno dato luogo alla scena commentata sono due anzi tre: lo skate o gli skaters, il “senzatetto” e la ragazza con il padre che filma la scena, in uno sfondo di città, organizzata con istituzioni e politiche che la caratterizzano.

Non si capiscono i motivi nel considerare l’accaduto, focalizzando le attenzioni soltanto verso uno, il giovane con lo skater, dichiarandolo persona “cattiva” e chiuderlo in un “Punto” etichettante “lo skater”. Che cosa è un giovane “cattivo” che salta e che salta mettendo in pericolo l’incolumità di una persona in situazione di disagio, un senza casa che abita il marciapiede e per questo una persona pienamente investita da rischi di ogni sorte? Possiamo attribuire intenzionalità nella sua “cattiveria”? è soggetto capace di compiere scelte di valori conosciuti e agiti? Che cosa muove la sua “cattiveria”.

Possiamo considerare un suo, possibile, disorientamento adolescenziale, condizionato dal rapporto con l’adulto che non si interroga e non interviene? Di una adultità che affida la gestione dell’adolescenza alla rete, come ieri l’affidava alla TV? Di una adultità che comodamente chiama in causa la magistratura e la polizia ogni volta che le criticità richiedono la sua espressività significativa nella presenza di rapporti che si dovrebbero accompagnare, diventando riferimenti indispensabili per le “crisi” ovvero la crescita di chi diviene adulto?

Non è forse banale considerare lo skater “cattivo”? E non ci rimanda, quest’affermazione, all’assenza di politica e di adultità significativa nel confrontarsi e nell’orientare i nostri ragazzi-e? Chi e come gestisce oggi le differenze generazionali? Chi e come fa pedagogia, indicando valori, orizzonti di senso, trasferimento di significati, garantendo libertà e esercitando la parola nel scoprire le esistenze fra altri che si in-contrano? A chi riesce oggi il discorso e la sua bellezza, le sue meta-fore che creano e trasferiscono conoscenza, che mette in comune significati e che permette la convivenza? Chi oggi sogna e sogna i suoi giovani, donandone utopie del possibile? Chi e come si impegna nell’essere interessato, nell’inter-essere delle forme dell’umano che continua a cercare la distinzione fra il bene e il male? Chi e come, oggi, dice I Care, Mi Interessa?
O forse le “crisi” devono essere considerate nella sospensione dei rapporti umani e nelle politiche di emergenza, decise per gestire la nostra città? Sospese e allontanate dall’umano reso “zonizzazione” e “residenzialità”, collocato pienamente nella “ricchezza” e nella nullità dei progetti europei trasformando il territorio che vive di vicinanza, di ragionamenti e di sentimenti, in un territorio budget, in un territorio budgettizzato?

In un territorio dove la solidarietà è ancorata ai soldi, possiamo chiedere e chiederci perché una persona, senza casa, dormiva sul marciapiede? E possiamo chiedere dove sia andata a finire, dopo l’accaduto, questa persona? E soprattutto possiamo chiedere e chiederci chi ha presentato, narrato e spiegato ai giovani di questa città i senza casa, la condizione di vita negata, il vivere ai limiti? Chi, e come, spiega l’estremo oggi? Chi, e come, spiega agli adolescenti il semaforo, i campi “nomadi” sgomberati, le file alle mense, pubbliche e private, per garantire un pasto? La disperazione degli occupanti di case? Le bollette non pagate e i pignoramenti dei beni per debiti? È il nostro un Territorio che si annulla e che si rende impossibile, spogliandosi quotidianamente dalle sue dimensioni e espressioni di comunità e per questo assente nel suo insistente e costante collegamento con le Forze dell’Ordine? Non è da attribuire, questo “corso di gestione” della città, alle Politiche securitarie? Dove il cittadino, piccolo o grande, diventa portatore di insicurezza, diventa possibile pericolo in ogni sua manifestazione di vita? Dove il suo “comportarsi bene” è segno di sudditanza, e di omologazione e segna la negazione nonché il suo ritiro dall’interesse pubblico nella fabbrica degli affidamenti del “consenso”? Dove si diventa “idioti” perché l’esistenza si confina nell’utilizzo del telefonino?

Il “Punto”  è una condizione assurda. Lo skater ragazzo si slancia, salta nella totale assenza di rispetto, di compassione, di comprensione per un altro essere umano, e, a sua volta vive e manifesta un immenso vuoto non colmato dalle istituzioni, dal tessuto sociale, da tutti noi. 
Che tetra immagine: il senzatetto sdraiato privato di tutto e lo skater che lo oltrepassa saltandolo privato di tutto ciò che dovrebbe avere un uomo per essere considerato tale. I “vuoti” che si in- contrano Potrebbe essere un’immagine simbolo della condizione attuale dell’umanità che sdraiata e sfiancata si fa calpestare senza nemmeno lamentarsi da forze disumanizzate unicamente alla ricerca del potere economico.

Il “Punto” riguarda il silenzio da imporre. La limitazione e l’annullamento degli spazi di discussione perché il silenzio deve rimanere un silenzio. La perdita della dimensione Comune e la volgarizzazione dei Municipi. Il “Punto” è asfissia, mancanza di respiro, è l’utilizzo “intelligente” della beffa per continuare l’indotto di poteri in-capaci ad affrontare la domanda di divenire potenza per tutti. Il “Punto” è incapacità di indignarsi e di affrontare le responsabilità.

Il “Punto” è una immensa Alfa privativa. È la perdita di senso.

Autore dell'articolo: Amministratore

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