Prima che buona, la scuola è a disagio

La buona scuola che non vogliamo
La buona scuola che non vogliamo
di Barbara Floridia

La scuola è a disagio. Non le viene più riconosciuta la funzione costruttrice che porta in sé o, se riconosciuta, non le viene più richiesta e, se le viene richiesta è svalutata. La scuola è a disagio in questo fare e in questo dire sommario e veloce, pieno di slogan anglofoni e privo di sostanza, che vediamo applicato in qualunque canale informativo, dal mezzo di comunicazione di massa fino alla stesura delle Leggi. La scuola, che insegna anche la lentezza, che legge e vuole capire, che insegna a costruire il dialogo, ad ascoltare le opinioni altrui quindi a elaborare e a disfare pensieri, è a disagio perché la Politica invece, sembra volerla allontanare da questo modo di costruire la società.

Tutto quello che in pratica la scuola aiuta ad elaborare appare fuori moda o meglio fuori tempo; non ha una spendibilità immediata né economica quindi non ha valore.

Crediamo che sia tempo di condividere il disagio che provano gli insegnanti a ricoprire un ruolo che non è più riconosciuto socialmente né economicamente e bisogna condividere il disagio che provano ad insegnare saperi e stuzzicare intelligenze per poi vedere gli stessi giovani promettenti, entusiasti a lezione che, dopo qualche anno, devono andare via dal nostro Paese.

E se i mezzi di comunicazione, per forza di cose, si adattano al poco o al nulla, il docente no. Davanti a quel nulla, che i giovani troveranno dopo la scuola e l’Università, è a disagio perché gli aveva insegnato a credere, gli aveva fornito gli strumenti per costruire e lo invitava a sperare. Ma lo studente stesso, finiti gli studi e spesso, consapevolmente mentre studia, è consapevole che non potrà sfruttare la propria cultura (la propria formazione), ed è a disagio, appena laureato, perché deve emigrare all’estero per potere fare carriera accademica o, semplicemente, per trovare un lavoro adatto al proprio titolo di studio.

A disagio dovrebbe invece essere chi, per trenta anni, ha governato e non ha mai proposto una riforma per la Scuola e ancora di più chi poi, dopo il 2000, in pochi anni, di riforme ne ha fatte tre, che si sono reciprocamente annullate e che poco hanno avuto dell’impianto vero delle Riforme (l’impianto che è capace di dare nuova forma, che è capace di modificare, di cambiare, migliorando radicalmente l’assetto attuale di un’Istituzione).

Per fare questa riflessione è necessario chiarire innanzitutto il fatto che Scuola e Cultura insieme sono nervi di un unico corpo che è la società. La Scuola, questo è chiaro, non puo’ sostenere a pieno i ritmi e la velocità della Società stessa ma di certo non può restarne ai margini altrimenti diventerebbe, come sta rischiando di essere, un corpo estraneo da espellere e che crea impaccio e fastidio. La Scuola deve potere e sapere utilizzare gli strumenti e le espressioni che la Società conosce e riconosce; per fare questo pero’ ha bisogno di investimenti, di credibilità e di vere riforme strutturali.

Solo così il mondo dell’Istruzione (Scuola, Università, Ricerca) potrà interagire con il mondo reale e aiutare la Società nelle dinamiche di interpretazione e trasformazione dei contenuti e quindi potrà essere di supporto per il cammino verso il Futuro. Una volta che la Scuola e l’Università avranno strumenti efficaci per incidere sulla società, potranno stare al passo con i tempi e potranno riappropriarsi del loro ruolo di guida. Potranno guidare e non essere guidati dalla Politica, come è giusto che sia. Perché è il mondo culturale che fornisce le letture degli avvenimenti e delle evoluzioni alla politica e non il contrario.

Cosa significa?

Significa che il Governo e la Società devono dialogare con le Agenzie Formative, non scendendo a patti con la mediocrità e l’informazione sommaria, ma attuando un riconoscimento reciproco e non univoco di ruoli. La Scuola e l’Università portano in sé spessore e formazione e non devono subire scacchi né scavalchi. Questo non significa che non siano bisognevoli di riforme e rimaneggiamenti. Lo sono e come ma a patto che esse siano complici e artefici di tali cambiamenti.

La Scuola, nello specifico, non vi è dubbio che abbia bisogno di una vera rivoluzione per potere superare carenze e fragilità che si porta dietro da lungo tempo: i nostri programmi non sono più digeribili, il nostro sistema classe è superato e bisogna ripensare al tutto nell’ insieme ma non si può pretendere di cambiare il mondo scuola, facendo cadere dall’alto una riforma sommaria, decontestualizzata rispetto all’assetto organizzativo attuale e poi … poi sognare che tutto cambi.

Fermi per trent’anni

La Scuola italiana è rimasta indietro nel tempo troppo a lungo per pretendere che adesso senza strumenti faccia un salto avanti. Per spiegarmi faccio qualche esempio pratico e torno in dietro di qualche decennio, prima della Buona Scuola, a quando la Scuola era Cattiva.

La Scuola italiana dal 1923 al 2000 è rimasta identica a se stessa mentre il mondo e la società percorrevano strade nuove e dinamiche, cambiavano linguaggi e strumenti e, quella che, ironicamente, definiamo la Cattiva Scuola, arrancava in totale solitudine con governi distratti e si spingeva avanti, grazie alla buona volontà di Presidi e di docenti, e purtroppo, ma inevitabilmente, restava indietro.

Il primo tentativo di Riforma sulla Scuola italiana dal 1923, ovvero dalla Riforma Gentile, definita da Mussolini la più “fascista” tra le Riforme, avvenne solo nel 1996 (non considero la timida Legge del 31 dicembre del 1962 , n. 1859, che semplicemente aboliva la scuola di avviamento e istituiva la cosiddetta scuola media unificata). Il Governo italiano cominciò a lavorare a qualcosa che assomigliasse ad una vera Riforma che tutti aspettavano da trent’anni con la Legge 10 febbraio 2000, n. 30.

Ma come capita spesso in Italia, la Riforma Berlinguer del 2000 venne prontamente abrogata dalla cosiddetta riforma Moratti (Legge 28 marzo 2003, n. 53) del Governo seguente, che a sua volta fu abrogata dalla riforma Gelmini. La parola “riforma” non è esattamente corretta parlando delle Leggi che riguardano l’Istruzione dal 2000 in poi ma la utilizzo perché oramai queste Leggi vengono comunemente intese come Riforme.

Per riepilogare: un vuoto trentennale è stato poi colmato, per quanto riguarda l’Istruzione, essenzialmente da questi cambiamenti:

  • La riforma dell’esame di maturità.
  • L’introduzione dei crediti formativi.
  • L’ incremento delle ore di inglese.
  • La riduzione di ore delle materie: “storia e geografia”.
  • L’introduzione di un unico voto in “Scienze naturali” invece che tre voti distinti in biologia, scienze della terra e chimica.
  • Il taglio delle ore di insegnamento negli Istituti tecnici e professionali, per quanto riguarda gli insegnamenti cosiddetti “di indirizzo” degli Istituti tecnici.

E poco altro… provvedimenti parziali e, a volte, nocivi, più che Riforme.

I Governi hanno pensato che stavano cambiando la Scuola, la società ha pensato che la Scuola stesse cambiando ma la Scuola si è trovata con dei cambiamenti che non realizzavano alcun vero progresso nell’impianto culturale della scuola. Tagli e aggiunte da fare andare bene ad un sistema ingessato, ecco cosa sono state e sono queste riforme.

Con la penultima riforma, quella Gelmini, vi sono stati accorpamenti di materie che hanno creato vuoti e si è, piano piano, arrivati ad una modifica, questa sì al passo con i tempi, ma puramente linguistica più che di contenuti, a parere mio, di una tristezza infinita. Gli alunni hanno cominciano a fare parte di quel mondo che fa i conti con la terminologia economica: piano formativo (invece che progetto educativo), debiti e crediti. Così i nostri studenti sono diventati, nel giro di pochi anni, utenti.

E siamo ai giorni nostri. Nella legge 13 Luglio 2015, n 107 e quello che ci mette più a disagio è l’assenza, in questa riforma, di un’idea di scuola (per dirla con Massimo Baldacci). Per esempio, nella definizione di Buona Scuola, cosa si intende? Mi aspettavo di leggere e capire quale lineamento avesse una Buona scuola. Perché con questa riforma la Scuola diventa buona? In cosa? Cosa decidiamo di definire come buono?

Sicuramente non è buono che l’economia abbia, quasi del tutto, influenzato la riforma stessa (e non solo questa). Questo è il vero limite. Nella Legge 13 Luglio 2015, n 107 la frase più ricorrente nel testo è “nei limiti delle risorse finanziarie disponibili (…) e comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica” e, giusto per curiosità la parola, invece, meno frequente, che compare addirittura solo una volta nell’intero documento, è democrazia.

Oramai è evidente, come ogni cosa oggi più che un valore abbia un prezzo. Anche il nostro futuro. E non è retorica. L’ansia economicistica sta piegando alle proprie esigenze i sistemi scolastici di molti paesi. L’Italia è uno di questi. Ma quanto e come l’Italia investe nell’Istruzione? Sicuramente spende poco e non investe. La politica del nostro paese ha fatto poco per sostenere l’istruzione: l’Italia è il solo paese che registra una diminuzione della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche tra il 2000 e il 2011, ed è il paese con la riduzione più evidente 5 % del volume degli investimenti pubblici” (dati riferiti al rapporto Ocse).

Mentre un servizio più efficace dovrebbe corrispondere ad un aumento di investimento pubblico. Gli insegnanti chiedono piu’ ore di lavoro formalizzate pero’ riconosciute da un aumento di stipendio, piuttosto che da bonus annui, premi e Nobel vari, pretendono il rinnovo del contratto, fermo dal 2008.

Saremmo tutti più a nostro agio se il Governo investisse nel capitale umano dell’Istruzione, seriamente. Riteniamo che, permettere ai docenti e agli studenti di vivere il mondo della cultura e della ricerca con una dignità professionale che venga riconosciuta, possa avvicinare la società scolastica e universitaria ancor di più al concetto di democrazia. Dove sarebbe meglio, invece che stimolare competizioni all’interno della scuola per ottenere progetti, bonus e magari qualche premio nazionale, si lavorasse per costruire una scuola della condivisone e non della competizione visto che la scuola è un mondo che deve dare l’esempio di persone che collaborano e crescono insieme, che comunicano tra loro.

Da John Dewey ad Antonio Gramsci si era intrapreso un cammino ispirato all’idea di una scuola democratica. Una buona scuola infatti dovrebbe essere strutturata come un contesto democratico, dove tali valori si respirano quotidianamente. La democrazia non si insegna, si imita e si respira. Il Preside manager è a disagio in una scuola democratica. Non condivido che la collegialità, vero perno della democrazia scolastica, venga vista come un fattore di immobilismo e di blocco decisionale.

Ma oggi la scuola sembra seguire il modello del capitale umano invece che quello dello sviluppo umano, come suggerisce il professore Massimo Baldacci. Oggi la scuola è subordinata all’economia, al mondo della produzione, dobbiamo preparare produttori capaci ed efficienti. Uno Stock di conoscenze e competenze. Modello azienda.

Gli uomini sono il fine, l’economia il mezzo e non il contrario. Compito della scuola è lo sviluppo umano, ovvero la capacità di ogni persona di diventare un soggetto autonomo e di progettare la propria vita. Serve poco disporre di diritti se non si hanno le capacità di saperli utilizzare. Mette veramente a disagio che la parola democrazia sia presente nel testo della Legge 107 una sola volta.

Democrazia non è solo sapere e sapere fare è soprattutto sapere pensare. Anche Il pensiero critico ha scarsa fortuna nel documento. E, di fronte ad una riforma che non sostiene la necessità del sapere pensare e del costruire un pensiero critico, la scuola è a disagio.

Si è trascurato è il binomio scuola-cittadinanza mentre più fortuna nel testo ha il binomio scuola e impresa. La preoccupazione di un Paese democratico però dovrebbe essere quella di formare le nuove generazioni in modo coerente con i valori della democrazia facendo diventare i propri alunni cittadini consapevoli e attivi. La Scuola dovrebbe formare uomini, non produttori e consumatori anche perché poi i nostri studenti, nella realtà si troveranno probabilmente pronti a produrre senza avere un lavoro e pronti a consumare senza averne la possibilità. Bisogna almeno che abbiano gli strumenti per rielaborare questi che la Società definirà fallimenti.

A scuola di futuro per dirla con Daniel Goleman e Peter Senge, per noi insegnati significa ridisegnare i curricula, il tempo scuola e l’organizzazione classe. Invece di tagliare e accorpare materie o di gettare dentro ad un’organizzazione ingessata nuovi prof del potenziamento. Ci vorrebbero curricula flessibili per ciascun alunno come accade già da tempo nel mondo anglosassone, senza trascurare gli insegnamenti fondamentali per la costruzione del sapere pensare.

La funzione della scuola non è, come qualcuno ha scritto quella di selezionare dei giovani ai fini di un collocamento nella vita professionale. La Scuola è molto di più e va ripensata insieme. Un‘idea di scuola deve basarsi su un’idea coesa, ricavata da un’analisi del contesto storico. Questa operazione non può essere parto di una mente singola o di un gruppo ristretto. La scuola va sganciata da compiti direttamente professionalizzanti e seppure è obsoleta quindi da rifare, bisognerebbe ripensarla in modo plurimo, però. La rapidità e l’imprevedibilità del mutamento tecnologico sono destinate a causare un ritardo sistematico nella scuola.

La rotta presa dalla Scuola non riteniamo sia quella che ci permetterà di trasportare più in là, rispetto il nostro tempo, quei valori conquistati e maturati con grande fatica dalla nostra storia, come la democrazia. Anzi, a volte sembra di avere, rispetto questo nobile compito, invertito la rotta.

Non credo che gli intellettuali possano stare zitti davanti a tale sconforto.

Questo articolo è stato pubblicato da Inchiesta online il 23 marzo 2016

Autore dell'articolo: Amministratore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *