L’Italia raccontata dai portalettere: aspetti inusuali del Belpaese

Andare. Camminare. Lavorare
Andare. Camminare. Lavorare
di Sergio Sinigaglia

Angelo Ferracuti da tempo ci propone libri che sono un felice mix tra il cosiddetto reportage e la migliore narrativa. Diciamo una “narrativa sociale” dove a parlare è la realtà descritta però con la mano sapiente del letterato. Per tutti ricordiamo “Le risorse umane” e Il costo della vita” dove si racconta, rispettivamente, il dramma dei morti per amianto a Monfalcone e i tredici operai asfissiati il 13 marzo del 1987 a Ravenna dentro la nave Elisabetta Montanari.

Da qualche mese è uscito Andare. Camminare. Lavorare, (Feltrinelli, pag. 352, 18 euro) dove viene proposto un viaggio nel fu “Bel Paese” attraverso un occhio assai particolare. Raccontare l’Italia di oggi, ai tempi di Internet e delle mail, tramite chi ogni giorno bussa alla nostra porta per portarci la posta. Sono infatti i portalettere i protagonisti del libro. Diciamo subito che la scelta non è casuale.

Ferracuti è tuttora un dipendente di Poste Italiane e per 15 anni ha anche lui fatto il postino nella sua città, Fermo. Ma al di là degli aspetti “corporativi” il volume ci accompagna da Nord a Sud, in un tour dove passano sotto i nostri occhi personaggi, luoghi, “microcosmi”, come giustamente li chiama l’autore, che dipingono un grande affresco del nostro Paese. Ne emerge un quadro dove sprazzi di umanità si intersecano con i problemi, i drammi, le difficoltà che ognuno di noi incontra o percepisce nella vita quotidiana.

Sicuramente uno degli aspetti che fa emergere l’inchiesta di Ferracuti, iniziata l’11 marzo del 2015 e terminato dopo sei mesi, il 29 settembre, è il ruolo sociale che svolgono i postini nel loro lavoro. Probabilmente sono uno dei pochi punti di riferimento quotidiani. Sia che si tratti dei paesini di montagna, spesso sperduti e isolati, che le vie diseredate e allucinanti delle periferie metropolitane. Certamente le cose sono molto cambiate e i postini hanno spesso un ruolo ingrato. Infatti proprio grazie al computer ormai dentro i borsoni si trovano principalmente bollette, ingiunzioni di pagamento di Equitalia e tanta pubblicità.

Sempre più raramente arrivano lettere. Unica eccezione i carcerati (e chi scrive ne sa qualcosa visto che purtroppo da novembre intrattiene un continuo epistolario con un amico e compagno incarcerato al “Barcaglione” di Ancona). Qualche volta può capitare di recapitare a qualche anziano una lettera del figlio residente all’estero. E può ahimé accadere che il postino, che si è assunto il compito di leggere la missiva all’anziano genitore non vedente, si accorga che c’è la notizia della prematura scomparsa dell’amato giovane e inventarsi una pietosa bugia per rinviare la tragica comunicazione.

Un esempio del tipo di relazione che si instaura con “l’utente” che, in barba alla vulgata neoliberista imperante, non è un “cliente” ma spesso una persona quasi amica con cui ci si relaziona quotidianamente.

Questo naturalmente si verifica più facilmente nelle località più piccole e sperdute. Ferracuti ha toccato mete remote, come i paesini di montagna, dalla Val D’Aosta all’Irpinia Orientale, da Castelluccio a Trepalle al confine con la Svizzera. Ma questo rapporto umano e sociale si dispiega anche nei quartieri delle periferie da quelli ormai ridotti a un “deserto sociale” perché vittime della “grande dismissione”, vedi Mirafiori, il Lingotto, o Bicocca dove peraltro il quartiere ha trovato nuova vita con nuovi insediamenti tipo istituti universitari, realtà culturali e “terziario avanzato”, alle zone difficili e pericolose come lo Zen di Palermo, il quartiere Spagnoli a Napoli.

Il libro è talmente ricco che è impossibile in poche righe sintetizzare le vicende raccontate dove le storie degli abitanti delle varie zone si intrecciano con l’originalità degli stessi portalettere. Infatti incontriamo il postino colto che cita Pavese oppure che scrive noir prendendo spunto dal lavoro quotidiano, (ma bisogna dire che Ferracuti ha incontrato diversi colleghi eruditi) così come di quello ormai in pensione famoso perché per più di trenta anni ha attraversato le campagne di Novafeltria portando la posta a cavallo vestito da Buffalo Bill, montando la sua “Bionda”, un magnifico esemplare di razza maremmana, al cui ricordo inevitabilmente si commuove.

Ma al di là degli aspetti più di colore, Angelo Ferracuti ci ha regalato un testo prezioso per capire di più l’Italia di oggi. Ne emerge un Paese lacerato e sofferente a causa della macelleria sociale da tempo in atto, ma anche abitato da tante persone che con umanità, socialità, e perseveranza ci dimostrano come ci sarebbero tutte le potenzialità per risollevarci e trasformare le cose.

Autore dell'articolo: Amministratore

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