La scelta di Karim: quella compiuta per amore e passione di un popolo

La scelta di Karim
La scelta di Karim
di Sergio Sinigaglia

La storia di Karim Franceschi, giovane militante del centro sociale Arvultura di Senigallia, andato a combattere nella resistenza curda a Kobane contro l’Isis, per liberare la città e il Rojava, è nota a tutti e varcato i confini nazionali. Ora è diventata un libro, “Il combattente” edito da Rizzoli.

Il titolo, molto perentorio, se può essere efficace dal punto di vista commerciale, è riduttivo e rende poco l’idea di cosa ci sia dietro questa vicenda. Forse sarebbe stato più opportuno optare per “La scelta di Karim, perché di questo si tratta. Non so che idea si sia fatta l’opinione pubblica di questo compagno, nato a Casablanca il 31 marzo del 1989 da madre marocchina e padre italiano, poi trasferitosi con la famiglia a Marrakech, dove ha vissuto fino all’età di nove anni, per poi emigrare in Italia, a Senigallia, dove già viveva una sua zia, per meglio curare il tumore di cui soffriva Primo, il padre.

Sicuramente non è un “fanatico”, un “invasato”, un ragazzo un po’ folle con il pallino delle armi. Karim ha solo fatto una scelta, una scelta dettata dall’amore e dalla passione per un popolo. Hannah Arendt parlando di un altro popolo, quello ebraico, in polemica con i sionisti ha scritto che non si può provare amore per una entità collettiva. L’amore lo si riversa su una persona. Ma la grande pensatrice in questo caso forse sbagliava. E la storia di Karim lo dimostra.

Andato nel Rojava, regione dove probabilmente, insieme al Chiapas, è da anni in corso l’esperienza più avanzata di autogoverno democratico da parte di una intera comunità, con una carovana organizzata dai centri sociali per portare sostegno concreto alla popolazione costretta a condizioni pesantissime dall’assedio delle truppe dello “Stato Islamico”, Karim ha capito che la solidarietà di quel tipo non poteva essere sufficiente, ci voleva una scelta più forte, più radicale.

Sicuramente alla base della profonda svolta impressa alla sua vita, c’è il ricordo del padre, classe 1927, scomparso a causa del tumore nel 2001. Giovanissimo aveva partecipato alla Resistenza. Quando è nato Karim aveva 62 anni e sin da bambino gli ha raccontato del periodo passato a combattere il nazifascismo, gli ha trasmesso i valori alla base delle guerra partigiana. Un patrimonio che Karim ha fatto suo, interamente. Tanto è vero che quando nell’inferno di Kobane deve scegliere, come tutti, il proprio nome di battaglia non ha dubbi: “Marcello”, lo stesso usato da Primo 70 anni prima. Così di fronte al fascismo islamista, di fronte a quelle donne, quegli uomini, quei bambini, colpiti dal ciclone jihadista non ha esitato un attimo.

E il libro racconta i tre mesi passati al fronte, dentro una guerra terribile dove cadere nelle mani del nemico significa letteralmente essere squartati. Per questo i resistenti di Kobane, hanno una bomba a mano per loro. Non vogliono cadere nelle mani dei macellai. Karim racconta del gesto eroico di una delle combattenti che prima di far esplodere la propria bomba si lancia contro lo schieramento dei nemici per ucciderne il maggior numero.

E le donne, come è noto, sono al cento del progetto comunitario del Rojava, come sono le artefici della resistenza anti- Isis. Le loro storie, i loro volti sono ovviamente protagonisti nel libro, come lo sono gli altri volontari provenienti da alte parti del mondo, come Franceschi. Ma Karim è l’unico italiano, e quindi diventa “l’italiano”. Non ha mai imbracciato un fucile, ma quando per la prima volta gli danno il kalashnikov per verificare le sue capacità, è l’unico del suo gruppo a fare sei centri su sei, dimostrando un talento naturale insospettato.

Una capacità che lo farà diventare presto un uomo di punta dello schieramento resistenziale, fino a promuoverlo tiratore scelto, un cecchino. Nel testo, è superfluo sottolinearlo, sono innumerevoli i momenti drammatici. Tutti i giorni, tutte le ore, i minuti, Karim ha visto la morte in faccia. “All’inizio me la facevo sotto…” racconta, come è inevitabile. Poi gradualmente, ma inevitabilmente molto rapidamente, si è calato nel ruolo di combattente per il Rojava. E’ diventato “heval Marcello”. Che cosa significa in curdo? Chiudiamo questa recensione lasciando la spiegazione alle pagine del libro.

“Heval, che magnifica parola. L’ho sentita per la prima volta a Suruc, mesi fa, e già il suono mi piaceva. Heval è colui che lotta per difendere la propria terra, anche se rimane nelle retrovie per aiutare. Un heval ti copre le spalle, con il fucile in mano. Un heval ha rispetto di te e mette i tuoi bisogni davanti ai suoi. Letteralmente la parola significa “compagno”, ma anche “amico”. Un sostantivo democratico e paritario: se sei uomo sei heval, se sei donna sei levala. Heval è chi condivide il tuo stesso destino, e si riconosce in te”.

Grazie Heval Karim.

Autore dell'articolo: Amministratore

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