Fabbriche aperte: bisogna ripartire da qui

di Mauro Chiodarelli

Fabbriche aperte è il titolo di un libro di Aldo Marchetti sull’esperienza delle fabbriche, ma non solo, occupate e recuperate dagli operai in Argentina dopo la crisi del 2001. Quando i padroni hanno deciso di chiudere agli operai, per continuare a vivere, è rimasta come unica possibilità quella di impossessarsi dei luoghi di lavoro, con pesanti lotte e sacrifici, per continuare a produrre.

Un lungo e complesso percorso che ha permesso di sperimentare e praticare in prima persona pezzi di socialismo. L’autogestione: “I lavoratori decidono collettivamente le regole che governano la produzione, l’organizzazione del lavoro, l’utilizzo del profitto di impresa e le relazioni con il mercato, le altre imprese e la società” in una “forma di democrazia partecipata per la quale i dipendenti si trovano su di un piano di parità e sono titolari degli stessi diritti e doveri”.

Anche se la struttura organizzativa scelta è quella cooperativa i meccanismi praticati fanno sia che non sia il consiglio di amministrazione a gestire l’azienda, bensì l’assemblea generale che ha cadenza spesso settimanale. Le cariche elettive sono sottoposte ad una rigida rotazione e l’assemblea può in ogni momento procedere alla revoca delle deleghe.

Vengono ripensati modi e tempi del lavoro, fissati nuovi regolamenti di disciplina di fabbrica, che prevedono solo in casi estremi il licenziamento, che viene comunque deciso in forma collettiva; si preferiscono pratiche di recupero e di sostegno. L’orario è elastico per venire incontro ad esigenze particolari del lavoratore ma “il tempo di lavoro non viene considerato proprietà del singolo lavoratore ma di tutto il gruppo e se viene sottratto deve essere restituito”.

Le retribuzioni, o meglio le redistribuzioni degli utili, sono per lo più egualitarie con modulazioni legate al numero dei figli, all’impegno lavorativo ed all’anzianità, ma spesso sono presenti, o vengono creati, dei fondi di assistenza per aiutare i lavoratori in difficoltà, “prestiti” che saranno restituiti ad emergenza superata.

La sicurezza sul lavoro e la salute dentro e fuori il luogo di lavoro sono diventati obiettivi primari.

Per superare le difficoltà produttive le imprese hanno creato una rete che permette lo scambio non solo di saperi ma di lavoratori e macchinari. Le fabbriche si sono aperte alla società: studenti, tecnici, a volte istituzioni, sindacati e organizzazioni politiche od associazioni, le hanno aiutate a resistere ed a ripartire ed ora sono luoghi aperti alla comunità in cui si svolgono attività sociali, culturali, formative.

Questa esperienza, per la sua novità e radicalità, ha aperto forti scontri con i sindacati, ne sono stati costituiti di nuovi, e le organizzazioni politiche, anche di sinistra, o perché asservite alla classe imprenditoriale e politica liberista o perché incapaci di comprendere il senso profondo di cambiamento che porta con sé.

Alcune esperienze sono presenti anche in Italia, la Rimaflow di Trezzano sul naviglio è una di queste. Tuttavia poco si sa e poco si dice e tanto meno organizzazioni della sinistra radicale o Fiom e CGIL si avventurano su questa strada.

Eppure in molte aziende si “assiste ad una progressiva degradazione delle condizioni di lavoro: diminuzione delle commesse, pagamento ridotto o rinviato dei salari, mancato pagamento dei fornitori, perdita dei clienti, licenziamenti di personale” (ed aggiungerei delocalizzazione con sparizione fraudolenta dei macchinari), che sono stati i segnali premonitori della crisi Argentina.

Ma la riappropriazione dei luoghi di lavoro, non solo può essere una possibilità di sopravvivenza, ma l’inizio di una nuova scrittura di un futuro possibile.

I temi che investe, nella pratica, sono il lavoro, la salute, la giustizia sociale, la critica all’accumulazione e la ridistribuzione del profitto, la democrazia e la rappresentanza, l’organizzazione orizzontale, la solidarietà ed il mutuo soccorso, il perché e per chi produrre e la funzione sociale della produzione, il tempo liberato, ed ancora si potrebbe continuare.

Temi di cui nessuno ormai si occupa ma che lavoratori in varie parti del mondo cercano quotidianamente di affrontare. Pensando a loro non ho potuto che tornare all’ultimo scritto di Pintor:

Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C’è un’umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine.

Una internazionale, un’altra parola antica che andrebbe anch’essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un’organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo.

Il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste.

Luigi aveva capito. Noi cosa aspettiamo?

Autore dell'articolo: Amministratore

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